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Fake news, Salvini condanna il Parlamento Europeo

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“Mi scuso col pubblico che sta seguendo qui questi deliri. Secondo me, non siete normali. Ci sono 20 milioni di disoccupati in Europa, c’è il terrorismo islamico, c’è un’immigrazione fuori controllo. E voi con cosa impegnate il Parlamento Europeo, peraltro deserto? Sul bavaglio a Facebook e sulle fake news. Voi dovreste essere curati da un medico bravo”. Queste sono state le parole pronunciate da Matteo Salvini alla riunione al Parlamento Europeo nel marzo 2017. Il leader leghista ha messo in dubbio la democrazia del Parlamento dichiarando: “State attenti che se applaudite vi buttano fuori…Io aspetto che il Parlamento si paghi la psico-polizia per indagare i psico-reati per quelli che non sono allineati al pensiero unico e alla moneta unica”. Salvini ha così continuato il suo intervento sempre in modo schietto e diretto sostenendo che per il Parlamento europeo ogni linea di pensiero contraria alle sue idee su immigrazione, adozioni gay, chiusura dei campi rom sta a significare razzismo, omofobia e islamofobia. “Il Parlamento Europeo non è stato in grado di controllare le menti degli Europei nelle urne. Ne sono esempio il referendum in Gran Bretagna e le elezioni in USA”. Infine ha chiuso il suo breve intervento sostenendo “Viva la rete e viva Facebook”. Matteo Salvini si dice sì “fortemente preoccupato dalle fake news”, ma non da quelle pubblicate su Facebook, bensì da “quelle che vendono giornali e tg sulle bugie del governo su tasse, immigrazione e falsa ripresa economica”. A completamento di tutto ciò una inchiesta giornalistica apparsa sul New York Times, basata sul fatto che la Russia di Vladimir Putin abbia compiuto “interferenze”, utilizzando soprattutto fake news veicolate via web, per favorire Lega e M5S così come nelle recenti campagne elettorali di Usa, Francia e Germania, oltre che nei due referendum sulla Brexit e sull’indipendenza della Catalogna dalla Spagna. Secondo il Times “molti analisti considerano l’Italia come l’anello debole” della Ue. Il quotidiano americano informa anche che “rappresentanti di Facebook” avrebbero promesso al governo italiano di avere intenzione di “schierare una task force italiana di fact-chekers per affrontare il problema delle fake news prima delle elezioni”.

di Alberto Petruccelli e Luca Sarrapochiello

Isis e il rischio di attentati natalizi

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“Soon at Christmas”. Inizia così l’avvertimento da parte dell’Isis dove si annuncia l’intenzione di attaccare nuove zone, tra cui anche l’Italia, o meglio il Vaticano. La minaccia, sotto forma di una semplice cartolina, è stata pubblicata sul sito online Site Intelligente Group, il quale ci offre una veduta a 360° di precedenti e futuri attentati terroristici. Potremmo iniziare con il parlare del terrore e del panico di quel fatidico 11 settembre 2001, quando persero la vita circa 3000 persone. Due aerei si schiantarono volontariamente contro le torri gemelle, facendo così crollare i due colossali grattacieli. L’attacco, rivendicato da Al Qaeda, rimarrà per sempre uno dei più atroci eventi che colpirono l’America e sconvolsero il mondo intero. Qualche anno dopo, esattamente il 7 gennaio 2015, il presunto Stato Islamico colpisce ancora spostandosi nella capitale parigina dell’amore. L’attentato avvenne alle sede di Charlie Hebdo, contro articoli di satira che avevano come protagonista principale Maometto. Il 13 novembre dello stesso anno Parigi fu luogo di altri attacchi, il principale fu proprio quello del teatro Bataclan. Si tratta di una sparatoria a sangue freddo contro persone che si stavano divertendo sulle note della allegra e movimentata musica della discoteca. Dai video pubblicati si percepisce la paura e l’atrocità dell’evento. Il 14 luglio dell’anno successivo, nella città francese di Nizza, persero la vita 86 persone a causa del tir volontariamente indirizzato sulla folla da uno dei jihadisti.  Il 22 maggio dell’anno corrente, invece, l’Isis si è concentrato nell’attacco di teenager inglesi radunati a Manchester per il concerto della celebre cantante statunitense Ariana Grande. Ma come riescono gli jihadisti a reclutare nuovi aspiranti terroristi? Il principale metodo di reclutamento è sicuramente internet, con il quale lo Stato Islamico aggancia giovani per poi trasformarli in veri e propri angeli della morte. I principali social network utilizzati sono in particolar modo Instagram, Facebook, Twitter, Skype ed, infine, Whatsapp. Gli ultimi mezzi ad essere usati per il reclutamento sono i videogiochi, in particolare quelli trattanti la guerra come GTA e Call of Duty. La domanda sorge spontanea: riuscirà l’Isis a reclutare nuovi giovani per il presunto attacco che avrà luogo in Italia?

di Alessia Trotta, Camilla Calvano, Cettina di Cesare, Chiara Barone

Divinità o dittatore?

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Nel secolo scorso, soprattutto nei paesi sottosviluppati, hanno preso potere personaggi folli e despotici, quasi tutti con gli stessi metodi, ad esempio attraverso il populismo. Un esempio che riportiamo è quello di François Duvalier anche detto “Papa Doc”, il quale capì che gli stregoni vudù avevano una grande influenza sulla popolazione poco istruita di Haiti. Di professione medico, Duvalier dopo essere stato in coma si presentò molto cambiato, con le sembianze di Baron Samedi, la divinità vudù, diffondendo il terrore tra i cittadini nei suoi confronti. Oltre al vudù, il suo potere si basava sulle scorribande dei «tonton macoutes», criminali assoldati dalla polizia politica per intimorire, torturare ed eliminare fisicamente gli avversari.  Inoltre, per affermare la sua leadership fece stampare molti manifesti che lo ritraevano insieme a Gesù Cristo con quest'ultimo che dichiarava “Io l’ho scelto”. La sua insistenza nel riferirsi al culto vudù avrebbe in seguito provocato le ire del Vaticano, sino alla scomunica del futuro dittatore, malgrado il Cattolicesimo fosse formalmente rimasta la religione di Stato ad Haiti. Papa Doc violò la costituzione, che non consentiva di ricoprire la carica di presidente per più di due mandati. Kennedy, presidente degli Stati Uniti nel 1962, fu ostile alla sua politica sospendendo gli aiuti per Haiti. Nel 1963 il presidente americano fu assassinato e gli aiuti ripristinati. La morte di JFK non fece che alimentare il terrore tra la gente, dato che il dittatore di Haiti dichiarò di aver  fatto un sortilegio vudù contro Kennedy, e che non era stata una coincidenza che l'assassinio fosse avvenuto il 22 novembre, poiché il 22 era il numero preferito di Duvalier, il giorno in cui era diventato per la prima volta Presidente. Papa Doc era ormai riuscito a convincere buona parte del suo popolo che chiunque ostacolasse i suoi voleri fosse destinato a morire. Infatti le sue vittime furono circa 30 000. 

di Alice Di Domenico

Gli spettri del neo-fascismo che aleggiano nell’arma

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La drammatica notizia fa riferimento ad un video girato a Firenze davanti alla caserma Baldisserra in cui si intravede esplicitamente un simbolo neo-nazista in una camera al secondo piano dell’edificio occupata da un militare ventitreenne. Il carabiniere sostiene di non essere legato a formazioni neo-fasciste, ma di essere soltanto un appassionato di storia. A screditare questa affermazione accanto alla bandiera della Kaiserliche Marine, simbolo usato da molti gruppi neo-nazisti, è stata rinvenuta una immagine del leder della destra populista e xenofoba Matteo Salvini. La Benemerita si è detta disposta ad indagare sul fatto. Inoltre anche la ministra della Difesa Pinotti ha chiesto chiarimenti, mentre l’Anpi si è detta disgustata del fatto avvenuto proprio nella città di Firenze, medaglia d’oro alla resistenza e soprattutto in una caserma dell’Arma dei Carabinieri che tanto ha contribuito alla resistenza al nazifascismo. Il procuratore militare Marco De Paolis ha dichiarato di aver avviato un'indagine sulla vicenda della bandiera neonazista. “Probabilmente non è stato commesso nessun reato militare, ma c'è un problema disciplinare e un grande problema culturale” queste le sue parole. Bisognerebbe ricordare al giovane militare di questo fetido scandalo e ad altri membri dell’arma pervasi dalle stesse idee, la storia del brigadiere Salvo D’acquisto che sacrificò la sua vita per salvare 22 persone rastrellate per rappresaglia dai nazisti.

di Michelangelo Fanelli

“Come abbiamo fatto l’America”, la serie che racconta la storia dell’emigrazione in USA

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La miniserie tv andata in onda su History Channel e tutt’ora disponibile sulla piattaforma on demand, racconta dei grandi contributi al progresso e alla creazione degli U.S.A dati dall’ emigrazione verso la nazione a stelle e strisce. La miniserie illustra tramite episodi commentati da esperti di vari settori e professionisti su come l ’emigrazione olandese abbia contribuito alla fondazione di New York, sul fatto che dieci dei soldati unionisti durante la Guerra di secessione abbiano avuto origine tedesca, su come gli  scandinavi abbiano popolato il Midland dando inizio all’industria del legno americana, su come i cinesi abbiano contribuito alla costruzione del sistema ferroviario statunitense o su come gli italiani abbiano costruito la maggior parte degli edifici nella Grande Mela. La miniserie cita anche le cause di questo fenomeno usando esempi come i pogrom nell’ Est Europa che hanno costretto centinaia di migliaia di ebrei a trasferirsi negli U.S.A. o la carestia di patate, elemento chiave della dieta irlandese, che costrinse migliaia di persone a emigrare dall’isola. La serie adatta a tutti può darci un insegnamento su come la circolazione di individui e di conseguenza di idee abbiano costruito una nazione.

di Michelangelo Fanelli

American Guns, quando le armi comandano

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Di eventi emblematici riguardo la  detenzione sulle armi da fuoco in America ne abbiamo tanti: dal massacro della Colombine High School nel ’99 dove morirono 12 studenti e un insegnante all’ultima strage in Texas nella quale ci sono state 25 vittime. Perché gli americani sono così ossessionati dalle armi? Facciamo un salto nel passato; nel 1776, durante la rivoluzione Americana, ci furono delle milizie che si ribellarono contro gli inglesi usando armi da fuoco basandosi sul diritto di possedere armi. Questo sarebbe il famoso Secondo emendamento il quale recita “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. Bisogna considerare però che i tempi sono decisamente differenti, con armi molto diverse: allora avevano moschetti che sparavano al massimo 2 o 3 colpi al minuto, oggi abbiamo armi automatiche che arrivano a sparare anche 100 colpi al minuto. Un altro fattore è la facilità nel procurarsi armi. Infatti esse si vendono anche in delle fiere e i controlli sugli acquirenti sono effimeri. Il risultato è evidente considerando il rapporto tra armi e cittadini; 89 armi da fuco dichiarate legalmente ogni 100 americani. Non solo, la facilità con cui gli adolescenti reperiscono queste ultime è incredibile tanto da avere una media di 59 vittime in sparatorie nelle scuole. A tutto ciò si aggiungono le armi modificate, da semi-automatiche ad automatiche, capaci di sparare fino a 800 colpi al minuto tenendo premuto il grilletto rispetto ad un’arma normale che può sparare un colpo singolo. La cultura delle armi è profondamente difesa dalla lobby NRA (National Rifle Association), molto influente politicamente, che rifiuta la maggior parte delle riforme sulla detenzione di armi per evitare questi tragici eventi. Non a caso negli USA ci sono più armi che cittadini. Lo stesso Trump temporeggia su queste riforme per non intralciare gli interessi della potente  lobby: “limiti alle armi? C’è tempo … il killer è un folle molto malato” queste le parole del presidente riguardo la strage del 1 ottobre a Las Vegas. Nonostante i continui rimandi di Trump, i democratici hanno chiesto una commissione ad hoc per lavorare ad  una nuova normativa.
 
di Alice Di Domenico e Michelangelo Fanelli
 

Thomas Sankara, Africa e Libertà

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A trenta anni dalla sua morte ricordiamo uno dei più grandi rivoluzionari della storia del continente africano: Thomas Sankara. “Il fratello giusto”, così soprannominato dalla popolazione burkinabè, nacque nel 1949 e seguendo  le orme del padre, divenne militare di carriera. In breve tempo  all’interno della mente del giovane ufficiale iniziarono ad annidarsi idee socialiste. Il 4 agosto 1983, il trentacinquenne Capitano dell’esercito dell’Alto Volta, tentò un golpe e grazie al supporto popolare il giovane socialista si ritrovò al governo. Uno dei suoi primi provvedimenti da primo ministro fu quello di cambiare il nome della sua nazione da Alto Volta, che era un nome che sapeva ancora di colonialismo, in Burkina Faso (letteralmente “La patria degli uomini liberi”). Arrivato al governo Sankara trovò una patria dilaniata dalla povertà, dove il 98% della popolazione era analfabeta. Le sue riforme si concentrarono subito su questi aspetti. In poco tempo nazionalizzò le miniere fino ad allora in mano a multinazionali straniere, istituì presidi medici e scuole gratuite nei villaggi, piantò migliaia di alberi per far fronte alla desertificazione e diede dei tetti agli stipendi dei suoi collaboratori. Il popolo adorava questo giovane militare socialista che al contempo si fece tantissimi nemici tra cui l’elitè  politica dei paesi che lo circondavano, spaventati da possibili ripercussioni e i leaders occidentali che avevano troppi interessi per permettere il benessere nel continente nero. Il 29 luglio del 1987 in un discorso agli altri leaders africani “Il Che d’Africa” invitò a non pagare il debito dei propri paesi verso l’Occidente, affinché quei soldi servissero a risanare le proprie economie attraverso riforme sociali. Un modo per non arricchire i loro ex carcerieri che ancora oggi attraverso gli interessi delle proprie multinazionali continuano a sfruttarli. Tre mesi dopo il suo discorso anti-imperialista il 15 ottobre del 1987 venne assassinato ed il potere passò al suo vice Blaise Compaorè, che governò con il bene placito dell’Occidente per 27 anni. Le riforme di Sankara vennero revocate ed il Burkina Faso ritornò a livelli di arretratezza, con un alto tassi di povertà e disuguaglianza sociale che ancora oggi lo contraddistinguono. Conoscere la storia di Sankara ci serve a capire le condizioni odierne del continente nero, il perché di tutta quella povertà, di tutti quei conflitti.

di Michelangelo Fanelli

Lo spettro che si aggira per l'Europa

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Cito Marx, ma nulla c'entra con il suo celebre aforisma tratto dal saggio del filosofo “Il manifesto del partito comunista: “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”. Questo nuovo “spettro” totalmente avverso all’ideale marxista è quello della pericolosa destra populista Questa nuova “peste” che tenta di penetrare la democrazia europea nata proprio per combattere queste macabre idee che hanno portato il nostro continente ad una delle le sue più grandi catastrofi (la Seconda Guerra Mondiale) ha già mietuto le sue prime vittime. In Italia si va sempre più rafforzando con personaggi che difficilmente riesco a considerare miei connazionali. In Francia, il Front Nazional è arrivato perfino al ballottaggio. In Germania, la nazione che dovrebbe avere più paura di questo flagello, nelle elezioni del 24 settembre la destra populista e xenofoba è arrivata terza dopo C.D.U. ed S.P.D. due partiti storici nella democrazia tedesca. I metodi per influenzare le masse di questi pseudo politici sono sempre gli stessi. Per esempio far leva sui lievi problemi ed elevarli a cause del malessere dello stato, come l’immigrazione che viene demonizzata oppure il cercare di trarre consenso da una sorta di nuovo sottoproletariato che non ha i mezzi per difendersi dalle loro parole e che si lascia trasportare da questi pseudo ideali o dalla parte del popolo frustrata ed amareggiata. Credo che la storia politica abbia già vissuto un periodo simile e tutti sappiamo come è andato a finire.

di Michelangelo Fanelli

La Catalogna ad un bivio

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Negli ultimi giorni si è sentito molto parlare dei disordini avvenuti in Catalogna, provocati dalla volontà di quest’ultima di rendersi indipendente e non essere più assoggettata al governo di Madrid. Notizia che ha causato non poco scalpore tra la collettività Europea, soprattutto dopo la violenta reazione da parte della cosiddetta “Guardia Civil” ovvero la polizia spagnola che risponde direttamente al governo centrale.  Ma a cosa è dovuta questa, apparentemente improvvisa, onda patriottica da parte dei cittadini catalani? Partendo dal principio, la Catalogna è una comunità spagnola che gode di una certa autonomia. Di conseguenza l’area possiede un proprio parlamento ed un proprio governo, con a capo il presidente. Nonostante, però, ci sia un’ampia autogestione, la comunità risponde ugualmente all’ordinamento giuridico nazionale ed alla corte costituzionale. Ciò che però rende davvero importante la regione è l’enorme quantità di ricchezza che viene prodotta al sui interno, infatti oltre un quinto del PIL spagnolo deriva dalla Catalogna, con un valore pari a circa 200 miliardi di euro ed oltre 600mila imprese attive, numeri paragonabili a quelli del solo Portogallo. Ma i dati positivi non sono finiti. Le esportazioni sono in aumento dal 2003 arrivando fino al 35% del prodotto interno lordo con il solo settore industriale che risulta presente per oltre il 21% della ricchezza totale, addirittura più della Spagna. Sono anche aumentati i posti di lavoro con costante diminuzione della disoccupazione giovanile. Insomma un vero e proprio modello economico che punta prevalentemente al settore dei trasporti, chimico ma anche farmaceutico. È osservabile però che anche il debito pubblico è cresciuto, seppur in misura proporzionale, per oltre tre volte la media europea. Ed è qui che gran parte del popolo si è accorto dell’autosufficienza della propria regione arrivando più volte a chiedere e manifestare per la sua indipendenza e facendo leva sulla motivazione secondo la quale potrebbero gestire e reinvestire autonomamente i ricavi provenienti dalle proprie imprese piuttosto che versarli al fisco spagnolo. A questo punto, dopo molte proposte arrivate dal governo catalano e respinte dal governo centrale, il 9 giugno 2017 una legge del parlamento regionale ha indetto un referendum di indipendenza di natura vincolante da svolgersi il primo ottobre dello stesso anno. Veloce e schietta è stata la risposta di Madrid che ha dichiarato subito anticostituzionale tale decisione, mettendo rapidamente al bando la proposta di referendum. Oltre il 42% del popolo catalano, però, non l’ha pensata allo stesso modo, decidendo lo stesso di votare andando di fatto contro gli ordini dello governo di riferimento. I risultati sono stati quelli a cui tutti hanno assistito; abuso di violenza da parte della polizia spagnola mandata direttamente da Madrid per ostacolare il voto, attraverso un uso eccessivo della forza in nome della legalità. Deludente è stato, invece, il silenzio dei vertici europei nei confronti di una così brutale reazione. Al di là dei disordini più volte condannati dall’opinione pubblica c’è da dire che molte società catalane adesso temono risvolti negativi sui proprio volumi d’affari se dovesse esserci l’effettiva secessione. Si, perché anche se il referendum è stato dichiarato illegale, il premier Catalano Puigdemont potrebbe indire una dichiarazione di indipendenza unilaterale. Il parlamento europeo prova a scoraggiare il governo regionale dichiarando che anche se ciò dovesse accadere, la Catalogna non sarà ugualmente riconosciuta come paese nello scenario internazionale. Questo però non importa alle grandi società quotate in borsa che vedono il reale pericolo di subire perdite legate ad un possibile scenario semi-indipendentista, di conseguenza grossi colossi bancari come Caixabank e Banco Sabadell, il cui valore complessivo di mercato supera i 35 miliardi, hanno chiesto di poter spostare la propria sede legale fuori dalla Catalogna. Questo ha causato un vero e proprio effetto domino, trascinando non solo il settore bancario ma anche quello industriale e dei servizi, difatti anche Abertis, società da 16 miliardi leader nei traporti, e Gas Natural, colosso dei servizi dal valore di 20 miliardi, hanno chiesto di poter trasferire formalmente la loro collocazione. Inoltre le agenzie di rating Moody’s e Fitch si preparano a tagliare il giudizio di solidità economica della Catalogna se il premier dovesse formalizzare l’indipendenza. Ciò causerebbe un sostanziale paradosso perché le ragioni per cui il popolo ha chiesto l’indipendenza non sarebbero più valide in quanto, se le società sopracitate dovessero realmente attuare una fuga di capitali, la Catalogna non potrebbe più vantare utili e risultati finora dimostrati nei confronti della Spagna.

di Gabriele Calabrese

Omaggio alla Catalogna

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E' opportuno citare Orwell per riportare ciò che è successo ieri nella storica regione ribelle. La Catalogna non si è mai sentita legata all’unità nazionale spagnola durante la sua storia e la sua emancipazione è stata sia repressa che autorizzata.  Ad esempio durante il franchismo la Catalogna non ha potuto nemmeno usare la propria lingua, punita a causa della sua posizione nella coalizione repubblicana durante la guerra civile. Il popolo catalano ieri, 1 ottobre 2017, si è espresso favorevolmente alla sua indipendenza con grande affluenza e partecipazione nonostante la repressione del governo centrale spagnolo. I catalani sono riusciti ad esprimere il loro diritto di voto resistendo alle provocazioni della Guardia Civil, culminate con il ferimento durante gli scontri di oltre 844 persone. Le misure adottate dal popolo per esercitare i propri diritti sono state coraggiose, piene di ideali e sogni: da coloro che hanno resistito con barricate alle cariche della polizia ordinate dal governo spagnolo a chi è andato a votare con un foglietto fatto in casa aspettando ore in fila a causa dei disagi causati dalla Guardia Civil che ha sequestrato numerose schede e seggi. La domanda ora  è che cosa succederà se il governo spagnolo non darà il consenso alla sua provincia più ricca di separarsi? Speriamo soltanto che lo spettro di una guerra non aleggi sopra la Spagna.

di Michelangelo Fanelli

Fuoco a Las Vegas durante un festival country

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Erano le 22:30 quando il 64enne, Stephen Paddock, affacciato dal trentaduesimo piano del casinò-hotel di Mandalay Bay ha iniziato a sparare sulla folla che assisteva al concerto del cantante Jason Aldean. Il bilancio attuale è di 50 morti e 500 feriti ma la motivazione del gesto è ancora ignota. Dopo la strage l’assalitore si è ucciso nella stessa camera da cui ha sparato. L'analisi sul comportamento dell’uomo ha rivelato che si era preparato in modo scrupoloso. Probabilmente ha eseguito dei sopralluoghi in precedenza e si è portato dietro molte munizioni arrivando ad imitare tecniche terroristiche. Paddock aveva nella camera d'hotel almeno otto armi da fuoco, così come riportato dalla polizia. Non ci sono altri sospettati in zona ma si è alla ricerca della compagna dell'omicida, Marilou Danely. Dagli ultimi aggiornamenti una donna risulta in stato di fermo e la polizia presume che possa trattarsi proprio della ricercata. E’ la più grande strage negli USA addirittura per numero di feriti superiore anche a quella del night club di Orlando del 2016 dove furono uccise 50 persone e ferite 53. 
 
di Alice Di Domenico
 

Una nuova leva obbligatoria

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La novantesima radunata nazionale degli Alpini tenutasi a Treviso ha fatto da scena al dibattito sulle funzionalità di nuovi servizi di leva civili obbligatori. Una leva obbligatoria nel servizio civile, ma che in futuro potrebbe “essere allargata alle forze armate”. È questa la proposta, dai contorni ancora poco chiari, che arriva dal ministro della Difesa Roberta Pinotti. Impossibile riproporre in Italia la naja, il vecchio servizio militare obbligatorio, archiviata il primo gennaio 2005, ma lo stesso ministro della Difesa Roberta Pinotti, presente alla manifestazione dell'Associazione Nazionale Alpini, ha sottolineato che “la riproposizione di una qualche forma di leva civile declinata in termini di utilizzo dei giovani in ambiti di sicurezza sociale non è un dibattito obsoleto”. Infatti l’argomento è stato toccato da molti candidati in Europa, compreso Macron. Il discorso è stato subito ripreso dal generale Claudio Graziano, per il quale il progetto “potrà essere molto utile” sia come “momento di formazione a servizi come la Protezione Civile” sia come “possibilità in futuro di allargare alle forze armate in caso di bisogno”. Forse però la Pinotti ignora che i giovani prestano già servizio civile gratuito attraverso i vari stage, tirocini, master, specializzazioni negli ospedali, e quant’altro. È davvero il caso di reintrodurre la leva obbligatoria andando ad appesantire una situazione già molto difficile per i giovani nel nostro Paese? “Non ho parlato di leva obbligatoria, ma di un progetto degli Alpini per coinvolgere i giovani al servizio civile universale”, ha poi chiarito successivamente con un tweet la ministra sostenendo di essere stata fraintesa. L’ipotesi di un ritorno a qualche forma di leva obbligatoria è un tema attuale e che vede coinvolti diversi paesi europei come la Francia o la Svezia. In Italia il dibattito continua a suon di cinguettii e di sfuriate politiche come quelle di Salvini spesso utilizzate come mero strumento di propaganda.  

di Daniele Leonardi

Musica e guerra

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“Se volete conoscere un popolo, dovete ascoltare la sua musica”, così diceva il filosofo greco Platone per indicare il fatto che si può ricostruire la storia politico-militare di un popolo attraverso i suoi canti, la musica, infatti, ha la capacità di unire intere popolazioni sotto un unico stendardo e di contribuire alla formazione di una identità nazionale. Per questo motivo essa è sempre stata fondamentale nelle operazioni militari per spronare i soldati e indurli a aderire totalmente alle cause di un conflitto. Si pensi, ad esempio, alle innumerevoli canzoni e inni nati durante la guerra civile americana, ai canti partigiani o ancora al fatto che durante la seconda guerra i soldati tedeschi dovessero ascoltare la cavalcata delle valchirie per affrontare con impeto il nemico per bombardare una città con adrenalina. Oggi, invece, cosa ascoltano i soldati impegnati sui vari fronti aperti nel mondo? E la musica deve ancora incitare o deve piuttosto aiutare i militari ad evadere dalle brutture della guerra? Purtroppo la musica è ancora il magico strumento grazie al quale un uomo viene spronato a fare carneficine di altri uomini. I testi che prediligono i soldati di oggi sono, infatti, violenti. Si predilige la musica metal, particolarmente aggressiva o il rap di Eminem, energico e veloce.

di Cristiana Basilone

Yemen, una guerra dimenticata

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La vita oggi in Yemen è impossibile: acqua corrente ed elettricità scarseggiano, il cibo non si trova. È lungo l’elenco dell’orrore in Yemen: l’82 per cento degli yemeniti ha bisogno di assistenza umanitaria per poter sopravvivere. Oltre 1.000 bambini uccisi nei raid e oltre 740 morti nei combattimenti. Dopo due anni di sanguinosa guerra, lo Yemen sta morendo, non solo di bombardamenti, ma anche di fame. Anche prima della guerra, il 90% degli alimenti di base era importato. Da allora, i sauditi hanno bombardato ogni impianto di produzione alimentare. Non c'è più alcun modo di importare cibo a Sana’a ed in altre aree assediate. Secondo le strutture Onu sul Paese incombe “un grave rischio di carestia”: quasi 7,3 milioni di yemeniti avrebbero bisogno di un urgente aiuto alimentare e oltre 430.000 bambini soffrono di malnutrizione grave. Di fronte a questa situazione ormai insostenibile Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo hanno deciso di scrivere al Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano per sollecitare un ruolo positivo dell'Italia nella guerra che non si limiti solo a lenti quanto inutili passi diplomatici. Occorre porre fine immediatamente al trasferimento di sistemi militari e munizionamento verso la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, per prevenire ogni rischio di commettere o facilitare serie violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani in Yemen. Sette giorni fa si è svolta una protesta a Sana’a, capitale dello Yemen, fatta da circa 1 milione di persone contro la guerra che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti stanno conducendo contro di loro da due anni. New York Times e Washington Post non hanno riportato la cosa (tanto meno i giornali e le TV italiane). Gli Stati Uniti forniscono pianificazione, intelligence, spazio aereo e munizioni ai bombardamenti sauditi. Senza il sostegno americano questa guerra non ci sarebbe affatto. Il principale supporto fornito dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita riguarda il materiale militare e le attività di intelligence. Tra il 2011 e il 2015 l’Arabia Saudita è stata il maggior acquirente di armi statunitensi. Questo mercato copre circa il 9,7% delle esportazioni di Washington. Il coinvolgimento degli Usa in Yemen è stato incentivato anche dalla volontà di continuare la guerra al terrore: sul territorio dello Yemen, infatti, sono presenti sia Al-Qaeda che l’Isis.

di Daniele Leonardi

Caso Regeni, la forza dei genitori

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Quattordici mesi dopo l’assassinio di Giulio Regeni, Paola Deffendi, madre del giovane ricercatore, insieme a suo marito Claudio Regeni non si perdono d’animo. Ad oggi mancano degli elementi importanti come i video di vigilanza della metropolitana del Cairo della sera del 25 Gennaio 2016 e le copie del fascicolo processuale dell'indagine egiziana sulla morte di Giulio, che, il 6 dicembre scorso, il procuratore Sadek, durante un incontro con i Regeni, si era impegnato a consegnare a stretto giro. Nonostante tutto i genitori non si abbattono e a testa alta cercano di andare fino in fondo per scoprire la verità. Nel frattempo però hanno avanzato due richieste in particolare. “Non solo chiediamo che il nostro ambasciatore non torni al Cairo ma ci auspichiamo che altri Paesi, europei e non solo, facciano lo stesso”; inoltre lanciano un appello al Papa affinché si ricordi di Giulio quando il prossimo 28 aprile farà un viaggio in Egitto. “Noi siamo sicuri, proprio perché l’abbiamo incontrato, dichiara la madre -riferendosi al Papa- che non potrà in questo viaggio non ricordarsi di Giulio”. Anche l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dice la sua riferendo che “l'impegno deve continuare in tutte le forme possibili, giovandosi dell'esemplare rigorosa e sobria sollecitazione e collaborazione dei familiari di Giulio che accrescono così l'autorità morale di ogni ricerca e iniziativa di parte italiana".

di Alice Di Domenico

L'ultimo muro ad Est

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La Nord Corea o Repubblica Popolare e Democratica di Corea è l’unico paese al mondo ad essere governato da una sorta di monarchia di stampo totalitario e comunista. Il paese dove vige l’ideologia Juge si è chiuso ancor più in se stesso dopo il crollo dei regimi del patto di Varsavia. Il paese fondato dopo la fine della seconda guerra mondiale da Kim Il Sung, negli anni 50 vive una guerra con il gemello occidentale il Sud-Corea conclusasi con le risoluzioni del 38 parallelo. Da allora la sua popolazione vive in uno “stato-carcere”. Le comunicazioni con il mondo sono bandite, è severamente vietato lasciare lo Stato, buona parte della popolazione presenta gravi condizioni di malnutrizione,vige una legge denominata “Punizione delle Tre generazioni” in cui si è condannati anche per i reati commessi da un proprio avo. Al vertice di questo macabro Stato vi è Kim Jong-Un salito al potere nel 2011, figlio del precedente dittatore Kim-Jong Il e nipote del fondatore dello stato Kim-Il Sung. L’accessibilità alla nazione è quasi impossibile. Per gli occidentali innanzitutto è necessario un visto da parte dell’ambasciata nord coreana. Il In seguito dopo essersi imbarcati per la Cina all’aereoporto di Pechino, prima della partenza per Pyongyang, si viene privati del passaporto che sarà poi riconsegnato soltanto al ritorno. Arrivati nel paese, i turisti sono scortati da una guida che parla la loro lingua. E’ vietato lasciare la guida ed il gruppo, le fotografie vengono controllate da funzionari del regime e se necessario cancellate.

di Michelangelo Fanelli

Le nuove guerre ambientali

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Da oltre 70 anni, da quel famoso 2 settembre 1945, la parola guerra mondiale non sembra più caratterizzare i nostri giorni, o meglio, non fa più parte del nostro immaginario collettivo. Tuttavia questa teoria resta solo una nostra percezione, dal momento che ad essere terminati non sono i conflitti, ma solo le antiche strategie belliche. Non scendere più in trincea con l’elmetto non significa vivere in un’epoca di pace. Alla base dei recenti conflitti vi è la lotta per le risorse: Il petrolio alimenta le ricchezze di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Qatar. Più in generale il petrolio, e la rincorsa alle risorse limitate, sono il male dei nostri giorni. Il fenomeno delle guerre ambientali insieme alla tecnologia militare si arricchisce in diversi frangenti del cosiddetto “denial of information”, ossia la negazione delle informazioni o la mancata condivisione. «Negare l’informazione è un atto di guerra fondamentale» denuncia il generale Fabio Mini. Un esempio pratico è il devastante terremoto e maremoto di Sumatra del 2004, nel quale persero la vita oltre 100.000 persone. Si parla di uno dei più catastrofici disastri naturali dell’epoca moderna, ma possiamo davvero parlare di disastro naturale? Restano molti dubbi sul mancato avvertimento dell'imminente arrivo dell'onda mortale, soprattutto in India e Sri Lanka, dove ha provocato 55.000 morti. Se le popolazioni costiere fossero state avvertite in tempo sarebbe bastato uno spostamento di cinquecento metri verso l'interno per non cadere vittime dello tsunami, dal momento che l'onda ha impiegato circa tre ore ad attraversare il Golfo del Bengala prima di infrangersi violentemente contro le coste indiane e singalesi. Oggi parliamo di guerre ambientali, ma quali sono le nuove strategie adoperate nei nuovi conflitti? Innanzitutto l’intenzionale modifica all’ambiente, il possesso dell’ambiente, del meteo, il condizionamento dell’economia e dei cicli politici. Quella che caratterizza i giorni nostri è una guerra asimmetrica, preventiva, che si combatte nei mercati finanziari. Non siamo più nel Novecento, ed oggi “Europa” non significa più 5 potenze mondiali, ma l’Europa è una e sola, e la pace che contraddistingue da 70 anni l’Europa non è da sottovalutare, ma non bisogna credere di vivere in un’isola felice, perché viviamo nel tempo della guerra, anche se non la stiamo combattendo direttamente in casa nostra.

di Daniele Leonardi

Roma nel mirino dell'Isis

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Il 27 febbraio è stata presentata al Parlamento la Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza. I dati riportati riguardo la minaccia terroristica in Europa non lasciano ben sperare per l’Italia, che è chiaramente al centro del mirino del presunto Stato Islamico. Il 26 luglio 2016 si è verificato il primo attacco diretto alla cristianità: due cittadini francesi, Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean, dopo aver giurato fedeltà all’ISIS, hanno fatto irruzione in una chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray vicini Rouen in Francia uccidendo un parroco e prendendo 5 ostaggi. A settembre è stato pubblicato il primo numero della rivista Rumiyah (“Roma” in arabo) che pone la capitale italiana come meta di DAESH e contenente una rubrica dedicata alle tattiche terroristiche, in cui si indicano gli obiettivi da prediligere e i diversi mezzi offensivi da utilizzare: “…se si decide di investire le vittime con un veicolo, è bene sceglierne di grandi dimensioni per massimizzare gli effetti…” La tattica qui citata è stata utilizzata pochi mesi dopo, il 19 dicembre, a Berlino, dal tunisino Anis Amri, che ha ucciso 12 persone investendole appunto con un autoarticolato nell’area pedonale destinata al mercatino di Natale: un attacco alla festività più sentita da tutti i cristiani. L’attentatore è poi fuggito proprio in Italia dove è deceduto, a Milano, in seguito a uno scontro a fuoco con due agenti di polizia. “Tutte le strade portano a Roma” recita un vecchio proverbio ed è ormai ovvio che anche la strada dell’ISIS arriva all’Urbe.

di Adele Di Lullo

Renzi - Gentiloni e la crescita dell'export di armi

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L’Italia sotto la guida del ministro Gentiloni ha triplicato le licenze d’esportazione d’armi. In altre parole, nessun diniego e poche restrizioni pur di far cassa. Di fronte a tutto ciò, le risposte giunte da Paolo Gentiloni si sono dimostrate del tutto insufficienti, se non addirittura approssimative. L’ex ministro degli Esteri ora attuale premier Gentiloni, di fatto, ha ammesso il traffico di armi tra Italia e Arabia Saudita tra il 2011 e il 2015, sostenendo che tutto ciò sia stato legale. Nonostante la legge, sono innumerevoli i carichi di armamenti partiti dalla Sardegna e diretti verso l’Arabia Saudita. Già nel 2015 l’Arabia attaccava lo Yemen con bombe prodotte nell’isola italiana. Una guerra, quella tra Arabia e Yemen, di cui nessuno si occupa e che sta causando migliaia di morti. Non sono solo le bombe ad uccidere, ma anche l’indifferenza, l’omertà e la poca trasparenza. A nulla sono dunque valse le reiterate richieste all’ex governo Renzi delle associazioni della Rete italiana per il disarmo presentate. Di questa mancanza di trasparenza stanno approfittando, oltre che le aziende del gruppo Finmeccanica, soprattutto le banche estere. “E tra queste in modo particolare quelle banche, come Deutsche Bank e BNP Paribas, che non hanno mai emanato delle direttive per il controllo delle operazioni finanziarie sugli armamenti convenzionali e sulle armi leggere” così come dichiarato da Giorgio Beretta dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia. Sono 5.000 le bombe partite dalla Sardegna e inviate in Arabia Saudita e utilizzate dalla Royal Saudi Air Force per bombardare lo Yemen. Per non parlare degli oltre 3.600 fucili della Benelli inviati lo scorso anno alle forze di sicurezza del regime di Al Sisi in Egitto. Infine dalla “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” nel 2015 i valori come anticipato all’inizio sono più che triplicati ed hanno raggiunto la cifra record dal dopoguerra di oltre 8,2 miliardi di euro.

A cura degli allievi della Scuola di Giornalismo per Ragazzi sezione di Riccia (Benedetta Rubbio, Cristiana Basilone, Daniele Leonardi, Alice Di Domenico)

Cina-Usa e la geopolitica dei mercati

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A partire dal gennaio 2016 tutti i titoli del settore bancario del vecchio continente crollarono per via delle proprie sofferenze sui crediti, facendo segnare minimi storici ai più grossi istituti bancari italiani e non. Di conseguenza gli indici europei passarono un periodo di depressione segnando i nuovi minimi dell’anno, seguiti dai principali indici americani e asiatici. Nonostante tutto però,c’è stata una lenta ripresa sui mercati europei; i principali titoli, esclusi quelli bancari, hanno riacquistato il loro valore sul mercato, ed i listini americani hanno addirittura segnato nuovi massimi storici. A cosa è dovuto questo periodo di trend altamente positivo visto soprattutto sui mercati americani? C’è un vero motivo di fondo? Anche in questo caso, la fonte più credibile al quale possiamo attingere è il passato. La storia infatti insegna che nelle recenti crisi, il mercato è crollato verso ottobre-novembre, o comunque in vista di eventi particolarmente importanti come le elezioni presidenziali o la chiusura del terzo trimestre USA, di conseguenza quest’anno potrebbe risultare molto delicato ed il momento di grande positività, sui mercati americani, a cui abbiamo assistito, altro potrebbe non essere che il punto di arrivo di un’enorme bolla finanziaria in procinto di esplodere. Quella di cui stiamo parlando è una bolla colossale che ha alla base il mercato del debito statunitense. Si tratta di un processo innescato diversi decenni fa, ma che sta venendo a galla solamente da poco. Il primo segno è stato dato dal crollo dei mercati cinesi nel 24 agosto del 2015, giornata rinominata “lunedì nero”. Durante il mese di agosto ci furono le prime debolezze, ma quel lunedì fu la giornata più negativa, con crolli significativi su tutte le principali piazze mondiali, lasciatesi trascinare dal mercato asiatico. Secondo il parere degli economisti, il mercato cinese cadde per l’esigenza di sgonfiare le quotazioni dei titoli azionari che in precedenza erano altamente sovraprezzate, fino a sessanta volte il loro reale valore. Nonostante questa spiegazione apparentemente logica, il vero motivo è molto più grande. Negli ultimi anni la Cina ha avuto aumenti del PIL esponenziali, addirittura numeri a doppie cifre, a cui erano ormai abituati sia il governo cinese che gli investitori. Nel 2015 questo non accadde, o meglio, ci fu comunque un aumento elevato, ma non abbastanza da soddisfare le aspettative del mercato ed i piani del governo. Quest’ultimo allora, non ritrovandosi con i conti fatti ad inizio anno, ha dovuto metter mano alle proprie riserve, ovvero un tesoretto di 3,8 milioni di dollari, da far invidia anche agli Stati Uniti. Cifra accumulata in tanti anni e più che dimezzata in appena un mese. A questo punto si può dedurre che l’amministrazione cinese avesse già previsto di arrivare ad una tale situazione, mettendo preventivamente un’ingente somma da parte per farvi fronte. Ricordiamo che la Cina è uno dei paesi che importa la più grande quantità di materie prime in tutto il mondo: ferro, zinco, oro, argento, metalli vari, gas naturale ma soprattutto petrolio ed acciaio, infatti tutte le più grandi e principali società del settore sono cinesi oppure operano direttamente con la Cina che ne è il maggior acquirente su scala globale. Ma la materia prima allo stato puro proviene dai Paesi emergenti, come ad esempio l’Arabia Saudita con il petrolio, e la maggior parte delle entrate di questi paesi in via di sviluppo proviene proprio dalla vendita di queste materie ad altri paesi, in primis la Cina. Questo vuol dire che se lo stato asiatico in questione non ha più soldi per acquistare le materie prime dai paesi produttori, questi avranno economie più deboli perché private del commercio che rappresenta quasi interamente il loro sistema economico, e ciò sarà la conseguenza di meno introiti che a sua volta porterà a non avere più soldi per pagare i debiti, un vero e proprio collasso che nel peggiore dei casi potrebbe concludersi con un default. Ma debiti nei confronti di chi e, soprattutto, perché stiamo parlando dei paesi emergenti e cosa hanno in rapporto con l’America? Perché proprio i paesi emergenti sono i maggiori detentori del debito nei confronti degli Stati Uniti, si tratta di cifre stratosferiche: 117 miliardi di dollari da parte dell’ Arabia Saudita, per non parlare dei 1000 miliardi di dollari ciascuno in mano a Cina e Giappone. E questo è il vero fattore principale, perché l’America è un Paese che di fatto non produce nulla e la sua economia è basata quasi interamente sul mercato del debito, se questi paesi non hanno più entrate, allora non saranno in grado di pagare le loro passività, con il conseguente crollo del mercato americano. Ma non finisce qui, perché a questo punto gli Stati Uniti potrebbero stampare più carta moneta a cui succederà una grossa inflazione seguita dalla svalutazione del dollaro. Quindi meno sussidi alle banche da parte del governo ed una moneta che vale molto meno. Inutile dire come tutto questo avrebbe effetti devastanti sull’intera economia globale. Lo scenario di cui abbiamo appena parlato è plausibile dato che le riserve cinesi prima o poi saranno destinate a finire. E se i mutui subprime, nel 2008, costituivano una piccola parte del mercato statunitense, la fetta del mercato del debito è molto più ampia, il tutto amplificato da un imminente aumento dei tassi che costituirebbe solo un brusco acceleratore di un sistema corrotto avuto inizio già decenni fa e destinato ad esplodere.

di Gabriele Calabrese

L'avanzata su Mosul

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Petrolio nelle trincee. Nubi tossiche. Donne e bambini che diventano "scudi umani". Questo è il quadro drammatico della situazione che si presenta nel nono giorno dell' offensiva anti-Isis. I jihadisti, che vedono il nemico sempre più in casa propria, cercano ogni possibile stratagemma per difendersi. Mosul, infatti, città simbolo da cui due anni fa Abu Bakr al-Baghdadi si autoproclamò califfo, è sempre meno nelle mani dei miliziani dell'Isis. La notizia del giorno, difatti, è la liberazione della cittadina di Kramlis da parte dei Peshmerga. Le milizie curde, dopo alcuni giorni di assedio, sono riuscite a riprendere il piccolo centro ad est di Mosul, favorendo ulteriormente l'avanzata lungo la direttrice orientale insieme all'esercito iracheno. L'ultimo obiettivo è quello di riacquisire il controllo sulla parte occidentale, ancora nelle mani dell'Isis. Intanto il bilancio di questa missione, secondo le stime del Ministero degli Sfollati e delle Migrazioni, è di oltre 3300 sfollati provenienti dai centri intorno a Mosul mentre le forze di sicurezza irachene affermano di aver liberato 74 villaggi e città dal controllo dei jihadisti. 772, invece, sono i miliziani dell'autoproclamato califfato che l'esercito afferma di avere ucciso nel corso delle operazioni.

di Pietro Ferretti

Archivio Disarmo: export armi e ruolo dell'Italia

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Quando c’è di mezzo il business nessuno si ricorda più della strage di Parigi, delle Torri Gemelle, di Al Qaeda e neppure dell’Isis. L’uso delle armi viene giustificato sostenendo che esso è finalizzato ad “esportare la democrazia” o arginare l’avanzata jihadista. Queste armi sono quasi tutte prodotte in Occidente. I settori più rappresentativi dell’attività d’esportazione sono l’aeronautica, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica) e i sistemi d’arma (missili, artiglierie). L'Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD) è riuscito a raccogliere alcuni dati e informazioni sull’export degli armamenti. L’Italia ad esempio è il secondo esportatore mondiale di armi leggere (pistole, fucili a pompa, mitragliatori, munizioni). Dai dati è emerso che tra i primi 10 posti per valore contrattuale delle operazioni autorizzate, troviamo: Agusta Westland, Alenia Aermacchi, Selex ES, GE AVIO, Elettronica, Oto Melara, Piaggio Aero Industries, Fabbrica d’armi P. Beretta, Whitehead Sistemi Subacquei e IVECO. Bisogna notare che la maggior parte di queste aziende appartiene al Gruppo “Finmeccanica”, gruppo che raggiunge il 64,69% del valore contrattuale totale delle autorizzazioni. I mezzi usati attualmente per i bombardamenti di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria sono per lo più aerei. Si tratta di un mezzo incapace di porre fine al conflitto perché, come ribadisce  Maurizio Simoncelli, vicepresidente e cofondatore dell’IRIAD, portano alla morte di molti civili innocenti, soprattutto bambini. In un mese raid russi hanno ucciso 400 civili, di cui ben 97 bambini (dati riferiti da una Ong siriana).  Non è solo l’Europa ad essere a rischio. La strage di Parigi è stata un episodio tragico, ma va anche detto che  nel 2014 il 90% delle vittime del terrorismo sono state registrate fuori dall’Europa; ad esempio Boko Haram, l’organizzazione di estremisti islamici che opera in Africa, ha fatto vittime più dell’Isis.  La situazione non è meno grave in Pakistan, dove a causa dello scontro tra musulmani moderati e musulmani estremisti  400 bambini sono stati massacrati in una scuola pakistana. In Afghanistan sono stati registrati 25mila morti di civili dall’inizio dell’intervento ad oggi. Fa riflettere la dichiarazione lasciata da Simoncelli durante un’intervista: “L’Occidente si pone il problema delle sue vittime, ma non si pone il problema delle ‘vittime di serie B’ degli altri paesi”. Una frase tanto cruda quanto vera.

di Simona Bitri

La lobby dei droni e la base di Sigonella

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Mentre i politici italiani pensavano a comprare gli F35, all’orizzonte si creava la lobby dei droni. L’ F-35 in Italia ha incassato un trattamento vergognosamente favorevole. Tecnologicamente e operativamente gli F-35 e i droni sono ugualmente vulnerabili. L'F-35 è inaffidabile, il pilota deve guardarsi dal suo stesso mezzo. I droni invece anticipano una guerra del futuro fatta di robot invisibili che scelgono da soli contro chi e in che modo combattere. Nella guerra all’Isis da parte degli USA, il comandante della base di Sigonella, Cristopher Dennis, sa di poter contare su una flotta aerea a disposizione non indifferente. Si tratta soprattutto di droni. Da un lato i ricognitori strategici Global Hawk mentre dall’altra parte i temibili Reaper carichi di bombe. I media non lo hanno detto ma guarda caso dopo il recente accordo tra Washington e Roma per l’impiego di droni nel territorio libico, i miliziani dell'Isis hanno ucciso due onesti tecnici italiani come riportato nell’articolo di Lettera 43 “Usa e Italia nella guerra all’Isis”. Si delinea così un quadro preoccupante con da un lato gli Usa che vogliono intensificare la lotta all’Isis in Libia e dall’altro l’Italia che teme ritorsioni sul suolo italiano. “L’Italia potrà fornire fino a circa cinquemila militari. Il sostegno degli Usa sarà l’intelligence.” Queste sono le dichiarazioni riportate al Corriere della Sera dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, John R. Phillips. Washington presenta il conto per il sostegno all'Italia nella guida della coalizione anti-Isis in Libia con l’obiettivo di far nascere una nuova guerra nel modo più subdolo.

di Giorgia Gambone e Maria Chiara Chiaromonte

Armamenti italiani in Medio Oriente

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In questo periodo si sente parlare del rallentamento della crescita globale, delle turbolenze e debolezze dei mercati finanziari e di una possibile recessione. Assieme a queste ipotesi sono affiancati dati macroeconomici che evidenziano come effettivamente ci sia stato un calo nelle vendite al dettaglio, o nella fiducia dei consumatori e sulle aziende, nonché un calo dell’import/export. E proprio riguardo quest’ultimo dato, finora non si è parlato, o tenuto conto, di dati riguardanti un altro aspetto: quello delle vendite di armamenti di natura italiana in stati attualmente in guerra. In effetti si parla di numeri a doppie cifre in quanto l’export di armamenti militari italiani è salito del 16% nell’ultimo anno. Si stima che siano state spedite armi per un totale di 2,7 miliardi di euro, di cui 809 milioni in Medio Oriente e, non a caso, chi ne fa maggiore domanda è l’Arabia Saudita. Nella lista dei sauditi figurano caccia Eurofighter, missili IRIS-T che sono stati usati in Yemen per bombardare aree e strutture civili come ospedali e scuole, il tutto coronato da un ampio arsenale di bombe, veicoli e velivoli. Infatti ultimamente si è stigmatizzato sulla fornitura da parte dell’Italia di armi e territori attualmente in conflitto, violando palesemente la legge 185 varata nel 1990 che vieta espressamente le esportazioni di tutti i materiali militari e loro componenti verso paesi in stato di conflitto armato. Eppure il ministro della Difesa, Roberta Pinotti continua a ribadire che è tutto regolare e che l’Italia venda armi a norma di legge. Ma per quale ragione a partire dal 2014 l’Arabia Saudita è diventato il più grande paese importatore di materiale da difesa? Il motivo sta nei disastrosi bombardamenti che il paese sta conducendo nello Yemen con l’obiettivo di fermare l’avanzata dei ribelli sciiti houthi e sostenere il presidente yemenita Mansour Hadi minacciato dalle forze sciite sopracitate, che a loro volta sono alleate con l’Iran. Insomma le nazioni europee, in primis l’Italia, possono considerarsi contributrici di quello che viene definito un “disastro umano” ed i numeri parlano chiaro, in meno di un anno sono circa 35.000 le persone rimaste uccise o ferite, in gran parte civili, senza contare gli oltre 700 bambini uccisi. Inoltre, come già detto, con gli incessanti bombardamenti vengono colpite per lo più infrastrutture sociali, spesso gestite da medici senza frontiere con l’inevitabile conseguenza che rimangano coinvolti anche quest’ultimi. Sembra, però, che giovedì 25 febbraio si sia arrivati ad una svolta, infatti la commissione europea ha votato, con 359 voti favorevoli, un embargo da porre alle armi inviate all’ Arabia Saudita invitando il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ad iniziare un percorso verso il suo concreto raggiungimento. Il provvedimento è stato preso proprio per far fronte alla chiara violazione dei diritti umani e risolvere la critica situazione in Yemen. Tra le richieste al Consiglio degli Affari Esteri ed al Parlamento Europeo vi è anche quella di sospendere immediatamente tutti i trasferimenti di armi e qualsiasi supporto militare all'Arabia Saudita e ai suoi alleati, soprattutto dopo che 26 degli Stati Membri, l’Italia fra i primi al mondo, hanno sottoscritto il trattato internazionale sugli armamenti (ATT). Inoltre il 16 febbraio un folto gruppo di persone della città di La Spezia, rappresentati da 45 cittadini firmatari, hanno presentato un esposto sulle forniture di armi ai Sauditi dando il compito ad una commissione di verificare se davvero non è stata violata la legge 185 in riferimento al fatto che tra aprile e settembre a La Spezia siano partiti verso l’Arabia Saudita armamenti e munizioni per un valore di 21 milioni di euro. Il conflitto ha avuto inizio a marzo 2015 e negli ultimi mesi sono almeno sei le spedizioni di bombe partite dalla sola Italia verso gli Emirati Arabi Uniti.

di Gabriele Calabrese