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L'inferno parigino, a fuoco il simbolo della cristianità

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L’incendio a Notre-Dame di Parigi, che lunedì sera ha bruciato parte della cattedrale, è stato completamente spento martedì mattina. Le opere d’arte conservate nella cattedrale si sono salvate. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per incendio colposo mentre la polizia si sta concentrando sull’ipotesi che il fuoco sia divampato per via dei lavori di restauro che erano in corso intorno alla guglia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso che la cattedrale verrà ristrutturata entro breve tempo. Preoccupante la reazione del mondo jihadista monitorato dal sito di intelligence SITE. “Allah è grande” inneggia via twitter, Mohammed Noura, sotto la foto della cattedrale di Notre-Dame in fiamme. È solo uno dei centinaia di messaggi sui social di musulmani felici che il simbolo della cristianità sia finito in fumo. “È la vendetta di Dio (Allah) contro i razzisti colonialisti” esulta Walid Channouf, che scrive un tweet in perfetto francese. Damien Rieu sta dando la caccia in rete a chi inneggia all'incendio della cattedrale nel cuore di Parigi. Via twitter ha individuato frasi allucinanti di islamici che si compiacciono del rogo. Inoltre a decine hanno postato faccine sorridenti sotto le immagini dell'incendio. Sul profilo Fb di Al-Jazeera Channel sono stati in molti ad esultare. Ovviamente tutti i nomi sono di musulmani, anche se il disastro di Parigi sembra non essere stato un atto terroristico. La colletta a cui tutti possono partecipare è partita martedì 16 aprile a mezzogiorno. Quello che è certo è che serviranno decenni per ricostruirla. Dopo il miliardario francese François-Henri Pinault, che ha annunciato la donazione di 100 milioni di euro per la ricostruzione della cattedrale di Notre Dame di Parigi, anche Bernard Arnault ha fatto sapere di mettere a disposizione ben 200 milioni di euro per far rivivere la chiesa, simbolo della capitale francese e della civiltà europea.

di Marco Andratta, Alex Di Ciocco e Michele Paoletti

L'Africa tra vittime e sequestri

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Si sentono tanti casi di uomini e donne italiani uccisi o sequestrati nel continente africano per ragioni spesso ignote. Si va dal più noto caso di Giulio Regeni fino a Raffaele Mastrogiuseppe, imprenditore di sessantanove anni, originario di Larino, brutalmente assassinato ad Heidelberg, nel Sudafrica, a pochi chilometri da Johannesburg. Secondo le fonti della polizia sudafricana un commando armato di cinque uomini avrebbe fatto irruzione nella sua proprietà. Dalle prime ricostruzioni fatte, sembra che Mastrogiuseppe, si fosse reso conto della presenza dei malviventi e che loro, per evitare che lui chiedesse aiuto, abbiano sparato alcuni colpi per ferirlo. Successivamente l’imprenditore, tentando di raggiungere il piano superiore, è stato subito raggiunto e ucciso. Le autorità, inoltre, hanno dichiarato di aver già catturato i cinque criminali che, dopo aver spogliato la casa di tutti i beni, si sono dati alla fuga.  Altra persona che, purtroppo, ha subito un destino simile, è stata Silvia Romano, ragazza italiana rapita in Kenya lo scorso 20 novembre. Si pensa che Silvia sia ancora viva ma ancora non si hanno notizie certe. Gli inquirenti hanno dichiarato che la stanno ancora cercando, grazie all’aiuto di tre uomini arrestati che stanno collaborando con le indagini.  Infine un’altra vittima ormai “storica” è un prete, rapito in Niger, ma che potrebbe essere ancora vivo. Padre Dall'Oglio è noto per aver rifondato, in Siria, negli anni Ottanta, la comunità monastica cattolico-siriaca Mar Musa (Monastero di san Mosè l'Abissino), erede di una tradizione cenobitica ed eremitica risalente al VI secolo. Il monastero, ubicato nel deserto a nord di Damasco, accoglie anche aderenti di religione ortodossa. Paolo Dall'Oglio è stato fortemente impegnato nel dialogo interreligioso con il mondo islamico. Questo suo attivismo gli ha causato l'ostracismo del governo siriano, che minacciò la sua espulsione durante il soffocamento della protesta popolare deflagrante nel 2011. Il decreto d'espulsione non fu inizialmente attuato a seguito di un accordo raggiunto con l'autorità siriane, in base al quale il gesuita doveva tenere un "profilo basso", astenendosi dall'esprimersi pubblicamente sulla situazione politica del paese. L'espulsione è stata poi eseguita il 12 giugno 2012. Per un breve periodo dopo la sua espulsione dalla Siria, si è trasferito a Sulaymaniyya, nel Kurdistan iracheno, dove è stato accolto nella nuova fondazione monastica di Deir Maryam el Adhra prima di sparire nel nulla.

di Chiara Barone e Domenico Di Mella

I Talebani e il traffico di oppio

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In Afghanistan il vero business è rappresentato dall’oppio. Anche se dal 2015 la produzione ha registrato un notevole calo, i talebani sono responsabili di circa l'85% della produzione mondiale di oppio e del 77% circa di quella di eroina. Complice di ciò è la protezione offerta dai talebani ai coltivatori di papavero da oppio, che lavorano per il 10% del costo della materia prima. La coltivazione di questi papaveri si concentra, ad oggi, nelle regioni a sud-ovest del Paese; la regione con più produzione pro capite è l'Helmand che ospita 86000 ettari atti alla coltivazione di oppio. È risaputo che l'oppio viene trasformato in eroina, morfina e tante altre droghe pesanti. La produzione e la vendita di oppio non rappresentano un danno solo per la salute mondiale ma determinano anche la capacità dei gruppi armati locali di sostenere le proprie guerre. Lo scorso anno il governo ha distribuito più di 10mila tonnellate di sementi per convincere gli agricoltori a produrre grano, ma in molti casi - dicono fonti ministeriali - non c'è stato cambio di coltivazione. La produzione passa dall’Afghanistan attraverso il Pakistan prima di essere esportata clandestinamente in Europa o Asia, nascosta essenzialmente in grandi container che partono da Karachi, porto tentacolare di 20 milioni di abitanti sul mar d'Arabia, da tempo in mano ai talebani.

di Francesco Mastrogiuseppe, Domenico Di Mella, Luca Sarrapochiello, Domenico Abiuso

Aereo dell'Ethiopian precipita a Nairobi

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Il Boeing dell'Ethiopian Airlines, schiantatosi lo scorso 10 marzo con a bordo 157 persone e diretto a Nairobi, ha messo in crisi tutta la flotta dei nuovi aerei da poco acquistati. L' aereo è precipitato sei minuti dopo il decollo da Addis Abeba. Dei passeggeri ricordiamo che otto erano italiani: Sebastiano Tusa, famoso archeologo siciliano, Carlo Spini, Gabriella Vigiani, Matteo Ravasio, Paolo Dieci presidente della Ong CISP e rete Link 2007, un'associazione di coordinamento consortile che raggruppa importanti Organizzazioni non Governative italiane, Virginia Chimenti, Rosemary Mumbi e Maria Pilar Buzzetti. Si presume che all'origine del problema al veivolo ci sia stato un guasto nel software. Il problema si era già verificato nello stesso modello di aereo precipitato in Indonesia ad ottobre. Il software ha ricevuto dei dati anomali che l'equipaggio ha cercato di correggere manualmente. I tentativi manuali, però, sono stati respinti dal computer che ha fatto procedere l'aereo su una rotta sbagliata fino a farlo schiantare a terra. C'è comunque, una ulteriore ipotesi, legata ad un contadino della zona che avrebbe udito l'aereo emettere un rumore anomalo, il che potrebbe far pensare ad un guasto meccanico. Il ritrovamento delle scatole nere ci aiuterà a capire molto, anche se resta il dramma delle vite umane spezzate.

di Marzia Amoruso, Gioele Garofalo e Siria di Lallo

Neruda, il poeta della Nazione

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“Solo l'ardente pazienza porterà al raggiungimento della felicità”. Questa è una delle più celebri frasi di Pablo Neruda. Nato in Cile a Parral nel 1904, amavano definirlo in molti come il poeta delle cose semplici. Secondo Gabriel Garcia Marquez il più grande poeta del ventesimo secolo, il poeta universale, cioè colui che riusciva a trattare dei più svariati argomenti dall'amore alla guerra civile senza mai perdere la purezza che lo distingueva. Neruda decise innanzi tutto di scrivere di sé e di ciò che lo circondava, abbracciando temi e filosofie di amore universale che richiamavano al Cristianesimo al quale lui non aderì mai in modo definitivo. Era amatissimo dal suo popolo, e lui lo amava ugualmente. I suoi conoscenti lo definivano un solitario ma ritenevano anche che fosse la persona più socievole del mondo. Era un uomo che amava la semplicità e le piccole cose, in quanto preferiva la pace della sua piccola casa sul mare alla fama e alla vita mondana che rifiutò sempre. La poesia di Neruda è ed è stata oggetto di diverse opinioni e di amore sconfinato da parte dei suoi appassionati. La sua poetica spazia dai temi della libertà assoluta (egli rifiutava la dittatura che in quegli anni infervorava in Cile e nell'America Latina, il colonialismo e l'imperialismo) alla vita e alla morte e soprattutto all'amore, forza che ci mantiene in vita. Nel 1971 vinse il premio Nobel per la Letteratura. Due anni dopo morì in Cile durante la dittatura di Pinochet che portò tanto dolore nel suo Paese. Il poeta venne più volte sollecitato ad abbandonare il Cile e a rifugiarsi in America o in Europa ma lui rifiutò sempre di abbandonare il suo paese natale, scegliendo di morire accanto a sua moglie nella sua vecchia casa, davanti a quel mare che gli ha ispirato i suoi versi più belli.

di Lorenza Torrese