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Storia militare

Ottobre 1943, il passaggio delle truppe tedesche e alleate lungo la Valle del Tappino (prima parte)

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Sono trascorsi poco meno di ottant’anni da quel cupo ottobre 1943, quando anche il Molise fu attraversato dalla triste realtà della guerra, anche se, purtroppo, un amaro prologo già si era conosciuto con il tragico bombardamento alleato di Isernia il 10 settembre. Una delle direttrici strategiche per il passaggio delle truppe dell’8a Armata Britannica per la presa di Campobasso, fu la Valle del Tappino, infatti il 3 ottobre i tedeschi aprirono il fronte sul Fortore organizzandosi ad operare con la 29a Divisione Panzergranadier sulla direttrice Gambatesa-Campobasso per ostacolare l’avanzata nemica sul capoluogo. Nella notte tra il 5 ed il 6 ottobre, visti gli aspri combattimenti che si svolgevano lunga la costa a seguito dello sbarco alleato a Termoli, alla 3a Brigata canadese venne dato l’ordine perentorio di iniziare l’attraversamento del Fortore. Attraversamento che non si presentava facile per la distruzione del ponte “13 archi” e per il controllo della Valle del Tappino da parte di un battaglione del 15° Reggimento della 29a Divisione Panzergranadier. Il primo tentativo fu operato, senza successo, da una compagnia del Royal 22° Regiment, la quale fu respinta da un pesante fuoco nemico. La mattina del 7 ottobre alle ore 06.30, precedute dai i tiri dell’artiglieria del 66° Medium Regiment R.A., le compagnie d’assalto Carleton and York e quelle del battaglione West Nova Scotia, mossero par la cattura di Gambatesa e di Toppo Fornelli (altura nei pressi di Gambatesa). La battaglia fu cruenta e l’assalto fermato dall’accanita resistenza tedesca grazie all’apporto di due cannoni semoventi. Durante la notte però ai soldati tedeschi fu dato l’ordine dal proprio Comando di lasciare il paese e indietreggiare di qualche chilometro. Fu proprio il giorno 7 ottobre che reparti della 29a Divisione Panzergranadier in ritirata entrarono in Campodipietra, San Giovanni in Galdo e Toro, ecco alcune testimonianze: Nicola Rossodivita, ricordo che arrivarono dalla Fondovalle del Tappino in un giorno freddo e piovoso. Noi abitavamo in una delle prime case del paese e ricordo in maniera molto nitida che un soldato bussò alla nostra porta, era tutto bagnato e chiese qualcosa da mangiare, mio padre il quale parlava qualche parola di tedesco, in quanto era stato a lavorare come muratore in Germania, tra cui anche a Berchtesgaden nella villa di montagna di Hitler, il famoso Nido dell’Aquila, diede lui una pagnotta di pane, il soldato ricambiò regalandoci la sua cintura, che ho conservato per molti anni.

di Antonio Salvatore

1861, l'esercito italiano a Campobasso

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La presenza di reparti dell’Esercito Italiano a Campobasso ed in Molise risale, ovviamente, a partire dal 1861, anno della proclamazione dell’Unità d’Italia (17 Marzo 1861), allorquando, diversi contingenti militari vennero inviati nelle regioni meridionali d’Italia per combattere quel fenomeno che verrà definito “brigantaggio post unitario”, fenomeno che, ancora oggi, risulta essere una ferita non del tutto sanata o forse non del tutto pacatamente analizzata e studiata. Nato dalla fusione della “Armata Sarda” con gli altri eserciti operativi degli altri Stati preunitari, il Regio Esercito Italiano vide compiuta la sua denominazione il 4 Maggio 1861 con la nota n. 76 in cui il Ministro Manfredi Fanti: «rende noto a tutte le Autorità, Corpi ed uffici Militari che d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di “Armata Sarda”». La presenza militare nel Meridione, all’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia, era di circa 20.000 uomini, costituenti il VI Corpo d’Armata che, al comando del Generale Giovanni Durando, erano per lo più schierati nella città di Napoli e nei capoluoghi di provincia. La delicata situazione politica internazionale suggeriva una forte presenza armata lungo il fiume Mincio, confine naturale con l’Impero Austro-Ungarico e, pertanto, questa situazione si rifletteva in una debole presenza dell’esercito nelle altre regioni italiane e soprattutto in quelle meridionali, la cui difesa era affidata principalmente alla Guardia Nazionale, che spesso risultava ancora male organizzata. La situazione nel Meridione però, era tutt’altro che tranquilla, infatti, ai problemi di natura economica, politica, sociale e non di meno militare, legato al non controllo di migliaia di soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, si aggiunse l’introduzione da parte del Governo di nuove leggi e soprattutto nuove tasse molto gravose per le fasce più deboli della popolazione, rendendola così ancor più insofferente. Così, alle già operative formazioni armate nate come “reazione” nel 1860 si aggiungono, nel 1861, numerose bande, che non riconoscendo la legittimità e l’autorità del nuovo Governo Italiano, si scontrano ripetutamente con le truppe regolare e a cui seguì una risposta politico militare fortemente repressiva. Il fenomeno porterà ad una escalation di violenza che culminerà con la promulgazione di provvedimenti legislativi eccezionali e la proclamazione ovunque dello stato d’assedio. Nel 1863 per la “guerra” al brigantaggio saranno impiegati circa 120.000 uomini dell’Esercito Italiano di cui: 52 reggimenti di fanteria, 6 reggimenti granatieri, 5 reggimenti di cavalleria, 19 battaglioni di Bersaglieri, verrà rinforzata la Guardia Nazionale e aumentati i reparti di Carabinieri. Ovviamente, anche il Molise, tra le provincie meridionali fortemente filo borboniche, così come riportato dalla prima pagina di uno dei più importanti giornali dell’epoca: «Campobasso capoluogo della provincia di Molise, centro della reazione borbonica», sarà  teatro di violenze e scontri armati tra briganti e truppe regolari e dove non di rado si avvicenderanno “occupazioni” e “liberazioni” di borghi e paesi. La città di Campobasso, in qualità di capoluogo della Provincia di Molise e soprattutto come sede delle Carceri Giudiziarie, sarà testimone del passaggio di numerosi reparti militari che nella stessa città insedieranno la loro base logistica e di comando. Di particolare interesse sono le memorie di un giovane ed erudito ufficiale del 36° Reggimento Fanteria. Angiolo De Witt, a cui il 17 Luglio 1862 venne dato l’ordine di condurre a Campobasso circa 600 sbandati, come abbiamo visto così erano chiamati i soldati del disciolto Esercito Borbonico. Il De Witt così commenta: Cammina, cammina eravamo presso al termine della seconda ed ultima tappa, e   Campobasso, luogo della nostra nuova destinazione, si preannunziava a noi coi suoi vigneti e con i radi casini di campagna, che ci appari,vano e sparivano con tarda vicenda. Avvertimmo in lontananza un attruppamento di persone che ci veniva incontro, le vedette mi mandarono a dire per mezzo di un soldato, che venne a noi a passo di corsa, essere alle viste un distaccamento di truppa regolare, io supponi che cosa poteva essere, e fatto fare alto all'avanguardia, mandai un altro soldato al capitano per informarlo dell'incontro; infatti il grosso del battaglione in pochi minuti ci raggiunse per formare con noi una sola colonna su quattro righe. Dopo brevi istanti giunse al nostro orecchio il suono di una fanfara militare che si partiva da quel drappello, il quale pervenuto ad incontrarsi con noi riconoscemmo essere un mezzo battaglione del 36° nostro reggimento in testa al quale erano lo stesso colonnello e molti ufficiali. In mezzo degli evviva all'Italia ed al Re fu fatto delle due colonne una schiera sola, ed al suono della bella gi gu gi entrammo in Campobasso alle ore 7 di sera.[…] Pochi curiosi di quella città erano a vederci arrivare, e quei pochi ci dimostravano la più fredda indifferenza, eppure eravamo andati colaggiù per difendere le loro persone ed i loro averi molto pericolanti […]. Queste memorie ci restituiscono anche uno spaccato di come si presentava la città di Campobasso in quegli anni. Del resto, Campobasso è una città di circa diecimila anime, a sufficienza commerciale, e però provveduta di comodi alberghi, di caffè, e di vari fondachi, cose tutte, che rendono quel soggiorno preferibile a molte altre località del napoletano. Eranvi, in quell'epoca, un tribunale, una prefettura, una collegiata, molti conventi, un avanzo di fortilizio, ed un capace nonché ben costruito stabilimento penitenziario, munito di ponte levatojo, e di profondi fossi all'intorno, e diviso in quattro sezioni bastionate, dalle alte vette delle quali, con poche sentinelle potevansi sorvegliare tutte le aree esterne, dove allora si ammucchiava una folla di circa millecinquecento detenuti, fra briganti, manutengoli e reazionari. Dallo scritto di Angiolo De Witt infine, è rintracciabile anche l’aspetto sociologico, quasi “classista” degli Ufficiali dell’epoca infatti, nel raccontare un episodio accaduto a Colletorto tra una Compagnia di Fanteria e la popolazione locale, è interessante notare come l’autore epiteti con la parola “cafoni” gli abitanti del paese e utilizzi l’aggettivo “italiani” esclusivamente per i soldati.  Il colto Ufficiale però, non poteva immaginare che duemila anni prima, proprio gli avi di quei “cafoni” avevano dato vita e significato alla parola “Italia”. Con la breccia di Porta Pia e quindi la presa di Roma da parte dell’Esercito Italiano, il 21 settembre 1870, venne considerato ufficialmente concluso il fenomeno del brigantaggio.
 
di Antonio Salvatore
 

La Leva, la Reazione ed il miracolo di San Basso

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All'indomani della proclamazione dell'Unità d'Italia (17 marzo 1861), diverse fasce della popolazione dell'Italia meridionale iniziarono ad esprimere il proprio malcontento verso il processo di unificazione. La situazione nel Meridione era tutt'altro che tranquilla, ai problemi di natura  militare legati al non controllo di migliaia di soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, si aggiungeva il costante peggioramento economico dei braccianti agricoli, parte consistente della popolazione meridionale, che, causa anche la privatizzazione delle terre demaniali a favore dei vecchi e nuovi proprietari terrieri, si trovarono a fronteggiare una situazione economica, se possibile, ancora peggiore rispetto al passato. Al quadro già esplosivo si aggiunse da parte del neonato Governo italiano l'introduzione della leva obbligatoria di massa, che depauperava di fatto la forza lavoro della classi meno abbienti. Così, alle già operative formazioni armate nate come “reazione” nel 1860, nacquero nel 1861  numerose altre bande, che non riconoscendo la legittimità e l'autorità costituita, si scontrarono ripetutamente con le truppe regolari e a cui seguì una risposta politico-militare fortemente repressiva. Il fenomeno porterà ad una escalation di violenza che culminerà con la promulgazione di provvedimenti legislativi eccezionali e la proclamazione dovunque dello stato d'assedio. Nel 1863 per la “guerra” al brigantaggio saranno impiegati circa 120.00 uomini dell'Esercito Italiano, di cui: 52 reggimenti di fanteria, 6 reggimenti granatieri, 5 reggimenti di cavalleria, 19 battaglioni bersaglieri, rinforzata la Guardia Nazionale, aumentati i reparti di Carabinieri. Ovviamente, anche il Molise, tra le provincie meridionali più fortemente filo borboniche, sarà teatro di violenze e scontri armati tra briganti e truppe regolari e dove non di rado si avvicenderanno “occupazioni” e “liberazioni” di borghi e paesi. L'organizzazione militare del territorio meridionale era articolata in 5 comandi di divisione territoriale e 38 comandi provinciali e di distretto, per la direzione e la responsabilità dell'ordine e della sicurezza pubblica, tramite le quali le autorità amministrative e giudiziarie si servirono per eseguire sentenza di tribunali, riscuotere tributi e ripristinare l'osservanza della legge. Tale articolazione però non risultava sufficiente, tanto da far costituire nelle province più turbolente una apposita organizzazione operativa, articolata in Zone Militari, indipendente e sovrapposta a quella territoriale, con il compito della distruzione della bande brigantesche. In ciascuna delle suddette Zone Militari fu realizzata una rete di presidi fissi nei centri maggiori, con colonne mobili per il controllo delle campagne, inoltre un'aliquota delle forze fu destinata a servizi di presidio e di scorta a diligenze, corrieri postali, autorità civili e militari, la parte rimanente, ripartita in distaccamenti e colonne mobili, provvedeva quotidianamente alla perlustrazione del territorio. Nella provincia di Molise fu istituita la Zona Militare di Campobasso, a Termoli, luogo di svolgimento del nostro "miracolo" era operativa la colonna mobile del 26° Battaglione del 4° Reggimento Bersaglieri. È in questo drammatico quadro tinteggiato dai colori della violenza, della ribellione e soprattutto della povertà, che si staglia il teatrale episodio perpetrato da alcuni marinai di Termoli il giorno 24 settembre 1862, allorquando, facendo credere che S. Basso (Protettore di Termoli) avesse fatto un miracolo, volendo con ciò spiegare che i colpiti nella Leva Militare di Marina non dovessero obbedire alla chiamata di leva, richiamarono al suono delle campane il popolo termolese all'interno della Cattedrale, aizzandoli, aiutati anche da "spontanei" sermoni declamati da alcuni chierici compiacenti, contro la forza pubblica in una improvvisata e mal riuscita forma di Reazione.

di Antonio Salvatore

1925, Campobasso e l'inedita palestra portatile Magnini

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Nel 1931 il Comando Generale della M. V. S. N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) - Ispettorato Generale Premilitari, pubblicava un libretto, da diramarsi su tutto il territorio nazionale, circa le Norme per l’impiego della Palestra Portatile “Magnini” in dotazione ai corsi premilitari. Tramite questa pubblicazione di carattere divulgativo e dimostrativo, comprensivo delle norme per il più pratico impiego della Palestra “Magnini”, nonché delle figure tendenti a ottenere il più razionale impiego di essa, il sopracitato Comando Generale, intese dare a tutti gli Istruttori e Sottoistruttori della Premilitare la possibilità di usare convenientemente il materiale a loro disposizione. L’opuscolo, inerente l’utilizzo della Palestra Portatile “Magnini”, venne diramato in tutte le sedi della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale esistenti in Italia, affinché il suo utilizzo diventasse il prioritario mezzo per l’allenamento dei Premilitari, alla buona preparazione dei quali, dovevano essere rivolte le cure e gli sforzi di tutti i Direttori e gli Istruttori. Ma qual’é il filo rosso che unisce indissolubilmente la Palestra Portatile e il suo inventore, Cap. Magno Magnini, con la Caserma “Gen. Gabriele Pepe” di Campobasso? Per scoprirlo bisogna necessariamente seguire le vicende militaresche della “Brigata Arezzo”, riavvolgendo il nastro della “Storia” al termine del primo conflitto mondiale, allorquando, essendo stati entrambi i suoi reggimenti insigniti della massima ricompensa al valor militare, la “Brigata Arezzo” non venne soppressa, e così il 5 luglio del 1921 (fino al 1926), il 226° reggimento dalla sede di Brescia fu trasferito a quella di Campobasso, finalmente, dal compimento del processo unitario, la città di Campobasso e la sua Caserma “Gen. Gabriele Pepe”, tra gli edifici militari più belli e funzionali di tutte le province meridionali, divennero sede di un reggimento del Regio Esercito. Reggimento di assegnazione anche del neopromosso Capitano Magno Magnini il quale, per la promozione al grado superiore, venne trasferito in data 23 ottobre 1921 nella sede di Campobasso. Nato a Pistoia l’11 novembre 1889,  il giovane Magno si arruola il 15 novembre 1907, all’età di 18 anni, come volontario nel Rgt. Cavalleggieri di Lucca (16°), dando inizio a una vita militare che si rivelerà, negli anni, molto vivace e a dir poco non comune, con le sue continue progressioni di carriera e la partecipazione ai diversi conflitti bellici: Prima Guerra Mondiale (con prigionia in Austria), Africa Orientale Italiana, Seconda Guerra Mondiale (e internamento in Germania). Lungo il percorso di questa dinamica vita, il Tenente Magnini, nel corso del 1921, accompagnato dalla moglie, la Sig.ra Rosa Bianchini, e dal figlio Antonio, si trasferisce in Molise. Fu proprio durante la permanenza molisana, in cui verrà alla luce la secondogenita Maria, che il nostro Uff.le di Fanteria, all’interno della Caserma “G. Pepe” e lungo le polverose strade di Campobasso, ideò, elaborò e sperimentò la sua “invenzione”, una palestra portatile. Un “sistema”, che il Cap. Magno Magnini non solo certificò con relativo brevetto, ma che documentò anche graficamente nel 1925, con la pubblicazione di una Guida della Palestra Portatile. La Palestra Portatile era composta da un numero di travicelli di legno, di eguale spessore e di diversa lunghezza, di costo limitatissimo, e che rispondevano in maniera funzionale alla composizione di diversi tipi di ostacoli, atti a soddisfare molti esercizi della ginnastica regolamentare del periodo. Una delle qualità maggiormente apprezzate di detta Palestra, era quella di poter eseguire, grazie  alla sua estrema maneggiabilità e immediata operatività, la ginnastica in ogni luogo, anche in quei piccoli distaccamenti militari, o piazze di piccoli paesi, dove non era possibile trovare l’immediata disponibilità di campi sportivi. Così, scriveva il Cap. Magnini sulla sua Guida «E’ evidente l’utilità della Palestra Portatile, sia nell’educazione delle reclute, sia nella preparazione fisica della massa».

di Antonio Salvatore

Fosse Ardeatine: Calvisi, onorare la memoria

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“A 76 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine ricordiamo le vittime della strage perpetrata dai nazisti a Roma e il carico di orrore che quel momento oscuro della storia ha portato con sé.  Mai come in questo momento, in cui tutto il Paese è chiamato ad affrontare una delle più grandi emergenze del Secondo dopoguerra, è necessario ripensare al coraggio, alla forza, allo spirito unitario con cui gli italiani risposero a quei tragici eventi”. – Lo scrive il Sottosegretario alla Difesa, Giulio Calvisi.
“Anche oggi onoriamo la memoria di quei martiri e, insieme a loro, di tutte le vittime della follia totalitaria. Che il loro sacrificio sia sempre monito per tutti noi, soprattutto per le giovani generazioni, per continuare a difendere i valori di libertà, democrazia, solidarietà che pure sono nate da quei momenti bui e che sono base fondante della nostra Costituzione e della costruzione europea” – ha concluso Calvisi.