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Temi globali

Hollande e Sarkozy. La Primavera e l'Autunno

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PARIGI. Il Sarkozy di oggi ha il corpo pieno di lividi, ma ha trovato la maturità per lanciare all’opinione pubblica un messaggio di riconciliazione. Il Sarkozy di cinque anni fa era una sorta di miscuglio tra «Veni, Vidi, Vici» e Louis De Funès, tra il «De Bello Gallico» e le commedie sui poliziotti di Saint-Tropez. Era un seducente spaccone, come certi personaggi cari a Belmondo. In realtà era più spaccone che seducente, come hanno mostrato le sue mosse del 2007, all’indomani dell’elezione alla massima carica della République. Dalla scelta di festeggiare il successo nell’esclusivo ristorante Fouquet’s a quella di partire una settimana in vacanza a bordo dello yacht dell’industriale Bolloré (nelle acque di Malta, dove ogni giorno il cortese imprenditore gli inviava la posta e il pane fresco da Parigi, col suo jet privato) passando per le scene di jogging davanti alle telecamere, che per l’osservatore italiano avevano un’impressionante aria da Cinegiornale Luce. Senza dimenticare quel giorno in cui il superuomo Sarkozy, in visita in Camargue, fu protagonista di un numero da cavallerizzo, infliggendo all’equino una passeggiata di fronte alla schiera dei giornalisti, ammassati come animali nelle scuderie (in cui i fotografi si sentivano più a disagio dei quadrupedi, anche perché in numero decisamente maggiore). Nel suo film «L’ultimo imperatore» Bernardo Bertolucci fa dire al protagonista che «gli uomini non cambiano mai». Sarà perché – a differenza dell’ultimo imperatore cinese – Sarkozy ha vissuto davvero il potere, ma il presidente uscente sembra cambiato rispetto al 2007. Il Sarkozy di oggi cerca di far dimenticare certi suoi atteggiamenti tracotanti e certi sbagli che gli sono costati cari al momento delle urne: come il suo (fallito) tentativo di imporre la nomina del figlio Jean alla presidenza di un ente pubblico nel quale il giovanotto (in base ai suoi titoli accademici, zoppicanti pur non provenendo da università albanesi) non avrebbe potuto essere assunto neppure col contratto a termine di stagista. Adesso Sarkozy è più consensuale che in passato. L’8 maggio ha voluto la compagnia del suo successore socialista Hollande al momento di inchinarsi al milite ignoto in occasione della festa nazionale. I suoi interventi pubblici e privati esprimono l’emozione di un uomo ferito e per questo più maturo. Dice di voler diventare «un cittadino come gli altri». Ma non è escluso che nel 2017 cerchi la rivincita in una nuova sfida elettorale con Hollande per riprendersi il suo amato Eliseo. In politica non bisogna mai dire mai. Hollande ha vinto e si prepara alle elezioni di giugno per il rinnovo dell’Assemblea nazionale. Le possibilità sono tre : o i socialisti avranno da soli la maggioranza assoluta (cosa difficile, ma non impossibile) e allora il nuovo presidente disporrà di uno straordinario margine di manovra ; o i socialisti dovranno formare un governo di coalizione con la sinistra più radicale (Verdi e comunisti) e allora Hollande dovrà dimostrare la sua nota abilità di mediatore ; o la maggioranza parlamentare resterà a destra (cosa poco probabile) e allora Hollande sarà costretto a coabitare con un governo di segno politico opposto al suo. Comunque Hollande non vivrà tempi facili, anche perché in Francia la crisi è grave quasi come in Italia. In campo europeo, Hollande cercherà in ogni modo di ottenere dalla Merkel l’assenso ad alcuni provvedimenti di stampo keynesiano, che mal si conciliano con l’attuale allarme generalizzato sul fronte del debito pubblico. La ricetta di Hollande è quella di un’intesa comunitaria per l’emissione di titoli pubblici che sarebbero garantiti tutti insieme dai paesi europei e che dunque non porrebbero problemi di spread. Essendo la Germania membro di questo gruppo, il tasso d’interesse sarebbe per forza di cose limitato e al tempo stesso si coniugherebbe con un messaggio di coesione di fronte alla crisi. Con i proventi di quell’emissione di titoli pubblici verrebbe finanziato un programma di iniziative sul fronte delle infrastrutture, della ricerca e dell’energia. Ovviamente tutto dipende dalla Germania, che per adesso da quell’orecchio proprio non sente. Ma i tempi possono cambiare, proprio come gli uomini.

 

di Alberto Toscano

 

 

Osservatori italiani in Siria

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Sono partiti nel pomeriggio del 15 maggio i primi 5 militari dell’Esercito Italiano designati a far parte della missione di Supervisione delle Nazioni Unite in Siria (UNSMIS). La missione, autorizzata con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 2043 del 21 aprile scorso, ha il compito di monitorare il rispetto del cessate il fuoco e l’applicazione del piano Annan, accettato dal regime Siriano. La presenza del personale italiano, autorizzata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 8 maggio, è stata chiesta dal Segretario Generale dell’ONU all’Italia unitamente al trasporto aereo di mezzi ed equipaggiamenti destinati alla missione in Siria, già realizzato con i velivoli della 46^ Aerobrigata di Pisa.

 

 

 

 

 

Why care about Political Islam? A multi-level analysis

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With the outbreak of the Arab Spring several social forces throughout the Arab world have found a political space where to frame their claims; among them, Islamists are undoubtedly getting the better of. On October 23 the Islamist Ennahda Party got 41 percent of the votes in Tunisia, while on November 25 Morocco's Islamist Justice and Development Party (PJD) took 107 out of 395 seats; most recently the Egyptian Freedom and Justice Party - Hizb Al-Hurriya wa Al-Adala - got 47 percent of the votes, followed by the Salafi group Al-Nur Party , winning 29 percent of seats in parliament. Beyond the most optimistic views, interpreting the electoral results as a hope for a future democracy in the countries, the strengthening of Political Islam has given rise to numerous concerns. Apparently no one seemed to expect this rising phenomenon; yet, it would have been easily predictable to an expert eye. The interest of Islamic movements in politics should not be seen as suspicious, since it is closely related to the genuine nature of the religion itself. Basically, Islam has to be considered an orthopraxis where the ethical and behavioral doctrine prevails over the theological speech. Islamic speculation has always been linked to the resolution of practical problems and philosophical issues have developed in connection with juridical matters. The religious basis of Political Science let us understand as politics and religion are two dimensions intimately interconnected in the Islamic movements developed in the course of the centuries. Furthermore, the success of the Muslim Brotherhood and its variants in North African countries was expectable also from a political point of view, being these movements the best well-structured, most poplar as well as most influent parties among the ones competing for elections.

Nevertheless, if the international public opinion has been so negatively impressed by Islamic parties achievements, it was also because of the Islamophobic message western countries had promoted to control their outcomes on the international background. Indeed, the most cumbersome uncertainty is about the changes in international balances and strategies. It is not sure that alliances would maintain the same shape, especially considering the fact that the Muslim Brotherhood is worldwide spread and so powerful to be able to impose its requests. What is the role these new actors are expected to play amid the international community?

At the beginning of the new Millennium a group of influential scholars in International Studies suggested an innovative perspective for the International Relations analysis. In their book “Religion in International Relations. The Return from Exile” - first published in 2003 by Pavols Hatzopoulus and Fabio Petito- they asserted the necessity of considering religion a core issue of both international and domestic politics. Attempting to provide a framework to understand the interaction between politics and religion, that is how the letter could influence the theoretic principles of the former, Vendulka Kubalkova proposed the creation of the International Political Theology (IPT), a subfield founded on the rule-oriented constructivism (ROC), rather than on positivism. The basic assumption was that the pursuit of power could not be considered independently from the pursuit of identity principles as well as of wealth. Ten years later this paradigm reveals to be the most appropriate to approach the rising of political Islamism in the international scenario. As Vendulka Kubalkova alleged in her essay “Toward an International Political Theology”, “the constructivist framework actually relaxes the understanding of what is rational “ by overcoming the positivist idea that “the only reasoning is the reasoning which is associated with judgment, which takes the form of deduction or induction. Abduction - which means acceptance on faith of conjecture, guesswork or whatever proposition is at the heart of the religion-is also a form of judgment. People exercise judgment when they actually accept certain things”. Religion has all the characteristics to play a public role in the construction of both domestic and international society because it consists of specific kind of rules, mainly assertive (conjecture and customary), but also directive and commissive. The key solution of how the international order could change with the empowerment of the Islamic movements in the political field is in the close examination of these rules and their interactions in the different contexts.

Lastly, the most worrisome implication of the rising Political Islam is the way it could affect these countries’ path toward a legally constituted State. The risk is to see some human rights - such as equality, freedom and women’s right - subdued to restrictions in the name of principles inspired to the shari’a. Here is the great task of liberal and secular forces in sparking off a balanced political debate in which could grown a democratic speech suiting everyone’s needs.

 

di Paola Mitra

 

 

Tagli alle truppe italiane in missione

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Nel corso del 2012, il numero dei militari italiani impegnati nelle missioni estere resterà di circa 6.500, a fronte degli 8.150 attivi lo scorso settembre. La cifra è stata stimata dal ministro della Difesa, Di Paola, in un’audizione davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato. Le prime riduzioni del contingente italiano in Afghanistan (oggi 4.200 militari) si avranno a fine anno. In Libano gli effettivi passeranno da 1500 a 1100 mentre 100 militari saranno impiegati in Libia per la sicurezza e sorveglianza del territorio.

 

fonte: Redazione

La guerra dei contractors

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Giampiero Spinelli è un contractor. Ora lavora per l'azienda italiana I-Protego Defense con sedi a Roma e Noci. Dopo essere stato parà della Folgore, in seguito al congedo, ha lavorato con una società israeliana come contractor in Medio Oriente per 3 anni. Poi per conto di imprenditori italiani ha svolto l'attività di contractor per 1 anno in Brasile prima di arrivare in Iraq assoldato da un colosso americano del settore legato al Dipartimento di Stato americano.

Accusato di arruolamento o armamento non autorizzato al servizio di uno stato straniero, processato e poi assolto in merito ai fatti in Iraq cominciati con la vicenda del sequestro il 12 aprile 2004, da parte delle «Brigate verdi», dei quattro addetti alla sicurezza italiani, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana, Umberto Cupertino insieme con Fabrizio Quattrocchi, che fu ucciso dai rapitori, che di Spinelli erano amici e colleghi.

Giampiero Spinelli nel 2009 ha pubblicato un testo edito da Mursia dal titolo “Contractor”.

 

Spinelli, quanti contractors ci sono oggi in Italia?

Siamo diversi, ma quelli buoni sono in tutto una quindicina e lavorano tutti per società estere.

Quanto guadagna mediamente un contractor?

Moltissimo. In Iraq ad esempio ne eravamo in 25.000. La paga era di 1.500-2.000 dollari al giorno. Molti erano legati a Blackwater.

Quali regole avevate in Iraq, o meglio il vostro contratto cosa prevedeva?

Dovevamo assicurare protezione al Vip e alla popolazione civile. In Iraq, come in Afghanistan, per regolamento della forza multinazionale, nessuna compagnia privata e nessun operatore contrattato, sia da parte privata che governativa, può entrare in confronto al seguito delle truppe. È un crimine gravissimo per il quale si rischia l’arresto e il rimpatrio immediato. Tutti i contractors in Iraq potevano esclusivamente agire per difesa, nel caso in cui i convogli o le installazioni fossero state attaccate. Nessuno poteva, per le regole d’ingaggio, partecipare ad alcun confronto bellico. Non si poteva entrare in combattimento a fianco delle forze armate. Cioè se col veicolo nostro passavano su una strada dove stavano combattendo l’esercito della coalizione e quello iracheno, noi dovevamo passare dritto. Una volta capitò ad esempio che insieme a dei contractors iracheni si stava percorrendo un itinerario. Ad un tratto è esploso un IED che ha colpito il mezzo iracheno. Noi dovevamo proseguire, però io e un collega italiano abbiamo fermato un auto e siamo tornati indietro a recuperare gli iracheni. Il mezzo era saltato in aria ma per fortuna loro erano scappati in tempo, malamente feriti ma vivi. Abbiamo compiuto un gesto contrario al nostro protocollo.

Che ne pensa dell’Intelligence Italiana?

Ho una cattiva opinione sull’Intelligence in Italia. Ho degli amici, pochi che sono veramente di livello però non vengono valorizzati. Ad esempio un amico è stato infiltrato per più di 20 anni in Colombia presso una famiglia malavitosa per scoprire dei traffici di droga. Rientrato in Italia ora fa l’autista ad un ministro. Roba dell’altro mondo! In America c’è una vera e propria scuola di formazione per agenti segreti, per non parlare del Mossad o dell’Intelligence cinese adesso davvero all’avanguardia. In Italia mancano i giusti assetti. Spesso sono i poliziotti a svolgere questo ruolo che in realtà dovrebbe essere affidato a delle eccellenze scelte provenienti da scuole di formazione di livello che però in Italia mancano. Molti colleghi mi dicono che gli italiani potrebbero essere i migliori agenti segreti del Mondo per via della nostra cultura e tradizione che ci permette facilmente di dialogare e di infiltrarci, invece risultiamo i peggiori.

Si è parlato e si parla molto di regole di ingaggio soprattutto in Afghanistan? Che ne pensa di quelle italiane?

Io penso che siamo un Paese di ipocriti. Meglio le regole di ingaggio americane. Noi in Afghanistan stiamo a fare i bersagli. Gli italiani cercano sempre di contrattare e di mediare, tanto che molti ci prendono in giro per questo ruolo. L’Italia non ha assetti, è difficile vedere un’operazione in teatro di guerra comandata da un italiano. Siamo il Paese con il maggior numero di generali al Mondo ma che occupano solo poltrone e non fanno la guerra anche perché molti di loro non sanno comandare un plotone!

Spesso in guerra si ricorre ad armi convenzionali per farne armi non convenzionali. E’ il caso del nebbiogeno che in Iraq è stato trasformato in qualcosa di maggiormente crudele ed efficace il cosiddetto “Shake and Bake” cioè agitare e cuocere al forno. Infatti è stata alterata la spoletta cosicché la granata al fosforo bianco una volta agitata e gettata nei rifugi sotterranei degli iracheni, scoppiava e cuoceva al forno le persone rimaste dentro intrappolate. Che ne pensa di tutto ciò?

Penso che spesso le armi convenzionali possono trasformarsi in qualcosa di micidiale di poco pulito però di fronte al nemico c’è una certa inventiva soprattutto quando si rischia la propria pelle.

 

di Roberto Colella

 

 

 

I bambini e la guerra

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L’impatto della guerra sui bambini è terribile. Essi escono ammalati nell’anima dall’esperienza di quell’atrocità, di quella deformità del comportamento umano che è la guerra.
Vedono gli adulti braccarsi vicendevolmente, senza pietà, per dare morte e riceverla; assistono a distruzioni inutili ed ingiustificate di costruzioni (le case della loro vita, le radici abitative della loro infanzia; i quartieri, i giardini dove sono cresciuti, le strade dove hanno giocato); di coltivazioni (la terra che genera vita, che consente di alimentarsi; il bestiame ecc.); di luoghi di lavoro, di studio, di culto (nei quali hanno imparato a pregare e ad aprirsi ai misteri e alle speranze della trascendenza).
I bambini che non muoiono in guerra o che non escono dalla guerra fisicamente menomati muoiono, assai spesso, psichicamente o vengono, comunque, menomati nell’anima e nell’immaginario perchè derubati del loro presente e condannati ad una solitudine del cuore alla quale il comportamento degli adulti li costringe.
Essi, infatti, non possono più sperare nell’equilibrio, nella soluzione dei problemi attraverso il gioco o il dialogo; non possono più credere alla pace se non come un bene che sarà, forse, possibile "riconquistare" alla fine del conflitto e a costo di tante delusioni e compromessi, di tante perdite, di tante insanabili ferite. Vero è che i bambini, con la flessibilità, con la creatività, con la disponibilità a fare esperienze e ricercare che li contraddistingue, riescono ad adattarsi anche alla guerra e alle atrocità che ad essa si accompagnano. Il bambino si "organizza" anche "dentro la guerra". Imita gli adulti, diventa guerriero nei modi, nei pensieri, nelle fantasie. Piega la mente all’orrore di veder ferire, uccidere, morire.
I bambini giocano alla guerra mentre la guerra infuria. Così la esorcizzano, la mettono in scena, la rappresentano e, nel gioco che, in tempo di pace, era loro utile a misurarsi con l’altro, a sfidarlo, a sperimentare le strategie del confronto, ad educarsi ed accettare l’alternanza del vincere e del perdere, essi riescono a far entrare l’orrore della guerra "vera", della distruzione che li circonda e che può colpirli e colpire le loro famiglie da un momento all’altro. Durante la guerra, poi, i bambini scoprono anche la capacità -necessità di salvarsi da soli.

 

 

di Maria Rita Parsi (rappresentante dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza)

 

 

 

Rivoluzione musulmana: era già tutta scritta

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Guardando a quello che sta succedendo ai paesi bagnati dal mare nostrum, e non solo, viene in mente quanto ancora ha da imparare la scienza sociale e quella politica rispetto ai fenomeni umani. Altrettanto ha da fare la scienza economica che, in via del tutto inaspettata, vede l’esplosione di crisi economiche mondiali. Nell’analizzare certi fenomeni, vengono in mente, ragioni e tentativi di spiegazione della realtà, legati ad antiche nozioni di autori quali economisti, sociologi, filosofi che hanno tracciato, con il loro pensiero, i principi generali per la lettura della società e dei fenomeni umani. Uno di questi concetti, che appare drammaticamente attuale e che è stato approfondito con riferimento alle tematiche sociali ed economiche dall’economista piemontese, scomparso nel 1998, Giovanni Demaria, è quello di ENTELECHIA. Rimarchiamo che, per quanto esista una tendenza ad imbrigliare tutta la materia economica in formule matematiche, l’economia studia i comportamenti umani e, pertanto, resta una scienza sociale. Principio filosofico di aristotelica memoria l’entelechia di Demaria viene sviluppata in un clima culturale (anni trenta) in cui si accentuano le tematiche  epistemologiche anti-meccanicistiche.  Si cerca, in quegli anni, di superare la linearità degli schemi interpretativi della realtà criticando il gradualismo evoluzionistico. Il concetto risulta applicabile alle scienze naturali come a quelle umane e sociali. Alla visione di Demaria di quegli anni contribuisce anche l’idea shumpeteriana dell’evoluzione  dell’economia, e quindi della società, per salti e non secondo una logica progressiva. Si privilegia così l’innovazione radicale, imprevedibile, ricollegabile, per quello che riguarda le scienze sociali, al carattere creativo della mente umana, alla funzione dell’intelligenza, all’iniziativa di uomini dotati di qualità eccezionali. Al pensiero di Demaria concorre anche la visione discontinuistica del reale, diretta espressione della teoria quantistica di Max Planck, l’idea del principio di indeterminazione di Heisemberg  e la visione vitalistica del biologo-filosofo  Hans Driesh che  si richiama esplicitamente al concetto di entelechia. Da quest’ultimo l’entelechia viene definita -spiegazione ripresa dall’economista italiano- come una “energia continuativa e perenne…. Che sospende le energie e le tiene in serbo fino al momento in cui le lascia libere”. Nell’entelechie entrano tutti i fatti storico politici di grande portata: eventi catastrofici (carestie, guerre terremoti) e soprattutto eventi legati alla volontà. Il concetto di entelechia non è dissimile da quello dell’immanenza gramsciana che, intesa in contrapposizione a situazioni di normalità, passività, automatismo,  è un momento in cui le volontà si mettono all’unisono  attivamente e spiritualmente come è successo in Russia con la rivoluzione d’ottobre dietro la spinta della carestia, della guerra, della fame: “immanenze“ per Gramsci , “fatti entelechiani” per Demaria. Quello appena enunciato sembra un ottimo schema interpretativo dei fatti riguardanti i paesi musulmani, solo che sembra non sia stato preso in considerazione da nessuno negli ultimi anni. Da qui la sorpresa per un mondo che inaspettatamente si risveglia e reclama la propria libertà e il proprio benessere. Nel caso specifico le forze tenute a bada dall’energia entelechiana, sono rappresentate dalle stesse energie culturali e sociali che sono state messe in moto da anni in quei paesi. Nei paesi oggi teatro di scontri e guerre civili, la presenza della televisione, di internet, di costumi occidentali  crea forti contrasti con i regimi fondamentalmente chiusi o meglio aperti solo rispetto ai flussi  di petrolio o di gas in cambio di dollari. Appare sufficientemente e storicamente dimostrato che, quando una società di stampo tradizionale si apre alle forze di mercato che rendono sempre più evanescenti vincoli tribali, familiari, religiosi, qualcosa in quelle società cambia. Ce lo insegna la storia economica e lo studio delle istituzioni. Forze dirompenti come internet ed i social network, la televisione che anche nei paesi arabi veicola oltre a stili di musica occidentali, la pornografia, o anche l’importanza dei flussi turistici, hanno un effetto fatale sulle dittature pluridecennali e sui regimi. La gente vuole essere sempre più libera perché i modelli di riferimento non sono più quelli tradizionali, e lo vuole a maggior ragione, se si tratta di giovani che hanno studiato e che hanno aperto i loro orizzonti di vita. Se  a tutto ciò si aggiunge la speculazione internazionale sulle commodities alimentari, occorre solo una scintilla per far esplodere questa miscela esplosiva. Insomma le forze che sono alla base di queste rivoluzioni  hanno già agito profondamente nell’io collettivo di quelle popolazioni. Sono quelle le forze che l’entelechia ha tenuto a bada fino a questi giorni. Non era difficile però da parte degli studiosi prevedere, in questa ottica, questi stravolgimenti epocali. Nel momento in cui cambia il clima culturale, morale ovvero  cambiano le sovrastrutture ideali di stampo marxiano  non è difficile immaginare che fatti entelechiani  si possano verificare. Non è difficile prevedere che un giovane a contatto con il mondo che guarda da lontano ai più opulenti stili di vita degli occidentali, si ribelli alla chiusura e alla penuria di benessere della propria società. Per dirla tutta e fare un esempio, sarà difficile, anche con il pugno di ferro, tenere a bada la gioventù iraniana che è già abituata (in parte) alle vacanze in montagna. Una società, quella degli ayatollah, in cui le donne chiaramente discriminate (almeno secondo noi occidentali) costituiscono la maggior parte dei laureati del paese. E’ ovvio che in una società che tende ad evolversi quelle stesse donne, cerchino un ruolo più consono alle proprie aspirazioni. Non è difficile prevedere, questione di tempo, che anche in Cina del tutto aperta agli eccessi del più selvaggio capitalismo vi sarà una rivoluzione. Solo una mano  inamovibile può tenere a bada queste energie di rinnovamento, una mano che non a caso, all’occorrenza censura, il massimo strumento di conoscenza al mondo e cioè internet. Un paese, la Cina, che pur di mantenere lo status quo non esita a usare le armi ed a spargere sangue contro ogni forma di dissenso. Un mare di sangue che gli occidentali fanno finta di non vedere, nel nome degli accordi commerciali e dei vincoli finanziari. Salvo poi indignarsi per il sangue sparso dall’ultimo dei colonnelli del Mediterraneo.

 

di Antonio Mascolo

 

 

 

Libia: Costi quel che Costi

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Mentre gran parte della comunità internazionale denuncia a gran voce le consistenti violazioni del Colonnello Gheddafi che hanno provocato migliaia di vittime tra ribelli e civili, buona parte dell’intellighenzia si appresta a definire gli scenari per un possibile intervento delle forze occidentali in Libia.

Questo, allo stato delle cose attuali, non solo sarebbe sbagliato, ma comporterebbe anche delle ripercussioni a livello economico, politico e militare per i paesi coinvolti –Libia in primis- non poco rilevanti. E’ per questo motivo, dunque, che il supporto occidentale in Nord Africa dovrebbe essere incessante e perentorio, pur limitandosi però ad un piano prettamente umanitario.

Vi sono una serie di fattori che rendono sconsigliabile un intervento militare in Libia. Anzitutto, l’idea che una forza esterna, qualsiasi essa sia, possa essere in grado di porre rimedio alle problematiche ben radicate nella società libica è fondamentalmente sbagliata. Un ipotetico intervento non risolverebbe granché; rimanderebbe al futuro, se mai, la necessaria risoluzione delle incertezze di un paese stanco e provato dalle follie di un regime dittatoriale. Alle quali solo la popolazione libica può e deve trovar risposta.

Non sono gli occidentali a dover deporre il Colonnello ma i libici stessi. Con il fronte afgano ancora più che mai aperto, inoltre, il Mondo non può permettersi ulteriori fallimenti – senza considerare le conseguenze a catena che ne deriverebbero in ogni settore dell’economia. L’America non può sostenere un altro piccolo Iraq, l’Occidente nemmeno.

Il quadro geografico e politico della Libia è piuttosto complesso. La spettacolare onda rivoluzionaria che la ha attraversata di recente, alla ricerca di pace e libertà, ha diviso il Paese, ma quanto avviene in questi giorni, è talvolta ingigantito in maniera impropria dai media. La situazione è assai diversa dai precedenti casi di Tunisia ed Egitto.

Buona parte dei ribelli libici è in attesa di un intervento da parte dell’Occidente, o direttamente di una risoluzione da parte delle Nazioni Unite, per mettere fine alla lunga dittatura di Gheddafi, ma tra questi non sono pochi quelli che nutrono più di qualche dubbio circa la paventata ipotesi d’azione da parte delle forze occidentali. Proprio questi ultimi sembrano aver compreso il problema di fondo.

Una intromissione straniera nelle dinamiche interne di un paese culturalmente incardinato su una forte tradizione religiosa, nazionalista e tribale, equivarrebbe ad accrescere considerevolmente il disordine e le possibili ripercussioni militari da parte di altri paesi non solo limitrofi. Di qui l’esigenza ed il compromesso, forse più realistico ma certamente non più facile da attuare, di una “no-fly zone”.

Che smorzerebbe drasticamente l’assedio aereo da parte del Colonnello nei confronti della popolazione. Ma l’adozione della suddetta misura implicherebbe ugualmente dei rischi non da poco e, sopra ogni cosa, l’incertezza della sua funzionalità. Non è detto infatti che la “no-fly zone”, qualora dovesse essere implementata, riesca a far cessare il bagno di sangue che il Colonnello perpetua ormai da giorni dall’alto dei cieli libici; né che tutti i membri del Consiglio di Sicurezza ONU siano d’accordo nell’approvarla.

Russia e Cina, contrariamente a quanto dichiarato da Lega araba e dall’Organizzazione della Conferenza islamica, hanno già espresso il loro dissenso. E’ dunque l’Italia (e non solo lei) realmente pronta all’attuazione di una presunta “no-fly zone”, che comporterebbe, tra le altre cose, l’uso delle basi navali americani in Sicilia? Difficile dirlo, ma è certo che la condizione attuale del Belpaese verrebbe messa ulteriormente a dura prova.

Ma non solo. Nelle diverse aree occupate dai ribelli, che oggi chiedono di essere riconosciuti come unica entità libica, l’idea di un nuovo e stabile governo rimane ancora un lontano miraggio, specialmente dopo che Mustafa Abdel Jalil, l’ex ministro della giustizia passato al fianco dei rivoltosi, si è dichiarato provvisoriamente leader del Consiglio Nazionale Libico, alimentando incertezza e perplessità.

Bengasi, centro strategico nodale per la sua posizione sul Mediterraneo, rimane dunque la roccaforte in mano alle forze contro Gheddafi. Del resto, non è difficile intuire cosa abbia fatto scaturire una tale resistenza nella città che il Colonnello usava chiamare “vecchia strega”. Gheddafi è comunque convinto di poter riprendere Zawiya e Misurata, due delle città occupate vicine alla capitale, Tripoli.

La potente tribù di Warfalla, che comprende circa un milione di libici (su una popolazione totale di 7 milioni), rimane fedele ad un coacervo di clan e gruppi vicini a Gheddafi. Il che ha anche permesso alla famiglia del Colonnello di contare sull’appoggio di almeno 20,000 uomini pronti a lottare e a schierarsi contro i ribelli in suo nome. Il rischio è che la rivolta si trasformi in una guerra civile e questi dati testimoniano con evidenza le difficoltà che si avrebbero qualora il Colonnello dovesse essere deposto dalle forze occidentali con un intervento militare.

Il futuro della Libia dipenderà anzitutto dai suoi stessi cittadini. L’ideale sarebbe che avvenisse l’improbabile: e cioè che Gheddafi rinunciasse al potere in nome della libertà dei 7 milioni di libici. In questo senso, quindi, è opportuno che avvengano quattro cose fondamentali.

Per prima cosa, è necessaria una forte e continua pressione internazionale, appoggiata a ragion veduta dal Mondo Arabo. L’istituzione di una “no-fly zone”, che limiti al minimo l’uso della forza e che al tempo stesso impedisca la repressione dei cittadini da parte del Colonnello, dovrebbe essere la seconda. Inoltre, un costante supporto umanitario da parte delle forze occidentali è d’obbligo. Ma solo a fronte di un consenso politico incondizionato sia dell’ONU che della Nato e di una posizione comune nell’ambito dell’Ue.

Infine, sopra ogni cosa, è cruciale che si riscontri una totale presa di posizione, di responsabilità e di fiducia da parte dell’intera popolazione libica contro Gheddafi, in modo che possa lei stessa trattare univocamente ed indistintamente la deposizione del Colonnello e l’istituzione di un nuovo governo. Solo a quel punto la Libia potrà conoscere la sua vera libertà.

Se andrà bene, il nuovo governo stabilirà liberamente ed equamente i limiti entro i quali il concetto di democrazia occidentale potrà essere applicato; se andrà male il potere sarà ripreso da quei pochi che avranno l’accesso diretto alle preziose risorse petrolifere del Paese. Ma questo lo si potrà capire solo tra qualche anno.

 

 

di Giulio Gambino

(The Post Internazionale)

 

 

 

Perché Cina?

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Per la prima volta nel 2010 i Paesi cosiddetti emergenti hanno conquistato la parità con i paesi di antica industrializzazione. 
 

Nel 2030 il 57% della ricchezza mondiale sarà in mani diverse da quelle dell’Occidente sviluppato. Il 95% degli oggetti che il popolo occidentale usa  proviene dalla Cina e questo ci ricorda che la crescita della Cina è inevitabile. Tutto questo non deve però spaventarci, non sempre la crisi è qualcosa di cui preoccuparsi ma riprendendo proprio la traduzione in cinese di questa parola ( 危机)la stessa è formata dall’unione di due ideogrammi Crisi ed Opportunità per il sistema italiano, per il sistema occidentale che deve comprendere e relazionarsi con una “way of life” differente da quella sino ad ora conosciuta. Non bisogna solo delocalizzare ma conquistare nuovi mercati è questa  l’opportunità. Il problema è che si ha la necessità di assumere una nuova identità aziendale, infatti, le analisi di Mediobanca affermano che nel 2009 le grandi aziende hanno avuto un saldo import – export negativo di 18 miliardi di euro, quelle medie e medio – grandi un attivo di oltre 60 miliardi.  La Cina è tanto vicina alle aziende più piccole, sembrerebbe, perché più rapide a modificare il proprio assetto strategico e non alle continue evoluzioni dei mercati. Le stesse mantengono le radici in Italia ma acquistano una visione internazionale, diventano meno italiane e più globali, rendendo il sistema economico italiano più forte. Per esse il mercato non è solo quello italiano, esso non è che un ponte per raggiungere altri mercati che si rifanno a quello globale e più propriamente a quello cinese che non sembra più guardare solo all’esterno ma anche all’interno di se stesso. Non solo mezzo di produzione, il lavoratore cinese, sta diventando consumatore di valore. Non tanto più sfruttato esso si rende partecipe di un nuovo modello, non tanto più rivolto alle esportazioni quanto alle importazioni e al consumo interno. È questa la novità, un’altra opportunità da cogliere, realizzare e distribuire prodotti a nuovi consumatori non più occidentali, non solo cinesi ma anche più propriamente globali. Questo perché dopo la crisi finanziaria e la successiva recessione, è diventato evidente che il modello di crescita trainato dalle esportazioni ha perso una delle gambe su cui poggiava: la costante crescita della domanda esterna.  Il PIL cinese è cresciuto in media del 12% nel periodo  2005 – 2007, toccando il 13% nel 2007. Ma nel 2009, la quota del commercio globale sul PIL mondiale ha perso quasi sei punti, crollando al 26.7%: la contrazione maggiore registrata a partire dal secondo dopoguerra. Seguirà una lunga fase di contrazione della spesa da parte del consumatore americano, i modelli di crescita trainati dalle esportazioni, come quello cinese, hanno davanti a sé anni piuttosto duri. La crisi però ha svegliato Pechino. Il trend delle esportazioni cinesi è passato dal boom alla crisi: da una crescita annua del +26% nel luglio 2008, a un calo pari a -27% nel febbraio 2009.  Il governo è intervenuto immediatamente con un pacchetto di stimolo fiscale di 4000 miliardi di renmimbi. Ecco perché la Cina si rafforzerà dal punto di vista dell’economia interna perché altrimenti essa rischierebbe di aggravare squilibri già molto forti, come dimostra la percentuale degli investimenti in rapporto al PIL, che supera il 45%. Le recenti stime per quanto riguarda il tasso di risparmio delle famiglie, dal 27.5% nel 2000 è passato al 37.5% nel 2008 ma questo perché il sistema di sicurezza e previdenza sociale sono un po’ carenti e le famiglie per ragioni precauzionali spingono a risparmiare.  Ma il nuovo piano quinquennale si presupponga  dedicherà maggiori attenzioni a tre settori: quello della sicurezza e della previdenza sociale, quello volto ad aumentare il reddito degli abitanti delle campagne, quello delle carenze sul versante dell’offerta diretta al consumo interno cinese. I servizi costituiscono circa il 40% del PIL cinese, al di sotto della media del resto del mondo, ma migliorerà e accelererà nel medio termine, per dare vita a istituzioni di eccellenza formativa, creando i presupposti di una nuova potenza non solo commerciale ma anche culturale, di relazioni e maggiormente sostenibile. Il dominio degli Usa sembra vacillare, un nuovo attore globale sembra prendere il suo posto, per tanti questo è quasi un’utopia, per tanti altri essa è una certezza. Nessun economista è un mago ma analizza i numeri e osserva il mutamento degli stessi, che significa anche osservare il comportamento degli attori, e grazie a questi egli si  esprime sotto forma di ipotesi. Ad oggi i numeri a disposizione sono questi e ipotizzare un sistema globale prescindendo dalla Cina è improponibile. Piuttosto che lottare contro il presente evitando altresì il futuro bisognerebbe cogliere l’occasione di relazionarci con un nuovo attore che non parla la nostra lingua ma si esprime attraverso di essa, ha studiato le nostre teorie e ha acquistato il know – how con molta umiltà, adesso tanto più che insegnare loro a fare mercato a fare cultura, abbiamo il dovere di interloquire con loro senza timore rendendoci partecipi di un nuovo mutamento del commercio globale. Non tanto più frutto di scambi commerciali ma di relazioni culturali e non. 
Perché la Cina? Perché ha imparato tanto da noi, ora abbiamo da imparare noi, attraverso di lei.

 

di Antonio Simeone

 

 

 

Le tre Coree

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LONDRA - Una leggenda narra che, quasi cinquemila anni fa, un importante imperatore cinese inviò, in una terra non troppo lontana dall’allora capitale Xianyang, un gruppo di pari maschi e femmine, tutti vergini. Si dice che, di lì a poco, gli occupanti di quel territorio, isolati nel nulla, diedero vita all’arcipelago Giapponese. Un altro mito vuole che quegli stessi neoabitanti, una volta stabilitisi, cominciarono ad espandersi, dando vita a un’altra regione che si protendeva dalla Cina: la penisola Coreana. Fu li, in quella circostanza e con quelle precise dinamiche, che la Corea prese vita. Questa leggenda, perché di ciò si tratta, la dice lunga su quanto la Cina, sin dai tempi più remoti, considerasse importante la politica estera e su quanto reputasse inesistente –o quasi- qualsiasi potenza circostante il suo sempre più immenso territorio.

Non fu poi del tutto così nella Storia. La penisola Coreana, ponte strategico importantissimo tra la Cina e il Giappone, ebbe un rilievo sempre maggiore sin dalla metà del primo millennio. A tal punto da incutere più di qualche semplice timore alla Cina, in preda ad una prepotente crescita dall’anno 221 a.C. con l’unificazione da parte dei Qin di un territorio sempre più vasto. Tuttavia, l’espansione a macchia d’olio del Confucianesimo e del Buddismo giocarono un ruolo fondamentale, quasi troppo facile, nell’influenzare e smuovere la geopolitica interna della Corea. Ancora più importante, le minacce sempre più incombenti da parte dei territori limitrofi e delle tribù non Cinesi che assottigliavano il Nord della Cina come un filo radente, rendevano improcrastinabile la necessità di una ristrutturazione interna. Arrivò presto la centralizzazione dello Stato, il primo, in Corea; e, di lì a poco, sopraggiunsero anche le conseguenti tensioni interne alla penisola. Di fatto, ci si contendeva il primato di far divenire la Corea un paese meritocratico su base Confuciana Cinese.

La penisola Coreana, al tempo, era composta da tre regni – Koguryŏ (al Nord), Paekche (a Sud-Ovest) e Silla (a Sud Est)- le cui origini risalgono all’inizio del quarto secolo. Essendo congiunta alla Cina attraverso Koguryŏ, sul limes settentrionale della regione, i tre regni risentirono fortemente dell’innovazione ideologica, religiosa e poi  culturale proveniente dall’Impero Cinese.

Tutti e tre governati da elite di guerrieri, furono capaci, in qualche modo, di mantenere la loro unicità, preservando quegli elementi che li avrebbero reso forti nel difendersi, di lì a poco, dalle insidie Cinesi.

Nonostante i vari tentativi da parte della dinastia Tang di annettere l’intera regione Coreana perseguivano negli anni, l’intera penisola resisteva; non bastavano la Manciuria, a nord, e l’approdo via mare per sottometterla. Il Regno di Koguryŏ creò diversi problemi alla Cina, che, dapprima con alcuni missionari in avanscoperta e, successivamente, con veri e propri agguati, tentò, invano, di conquistare la parte settentrionale della regione per espandersi ed arrivare a comprendere l’intera penisola. Si guardi a quella che millequattrocento anni fa era la regione contesa e si capisca perché, ancora oggi, la Nord Corea, con capitale Pyongyang, riveste un ruolo critico nella politica estera – non solo Cinese.

Non a caso, la Corea nella sua accezione più larga ed eterogenea- si distingue ancora oggi, seppur in maniera meno evidente, per alcuni caratteri fondamentali dall’intera regione Est-Asiatica. Basti pensare al ceppo linguistico, quello uralo-altaico, appartenente alla penisola Coreana, diverso dal sino-tibetano Cinese; o ancora all’esito che il sistema tributario Cinese apportò in termini commerciali alla Corea; e a quant’altro quel genio di Edward Said espone e spiega, pur con qualche pecca e semplificazione di troppo, discernendo in maniera netta l’ ‘Occidente’ dalla visione di un ‘Oriente’ rappresentatoci come uniforme ed omogeneo, nel suo libro ‘Orientalism’ del 1978.

Di battaglie, tra il 640 e il 680 d.C., ne avvennero a bizzeffe. Le tensioni che si crearono all’interno della penisola furono il risultato di conflitti infiniti tesi a destabilizzare i tre regni: Silla, ad esempio, si ritrovò più spesso contesa tra Koguryŏ e Paekche. La Cina, approfittando della debole condizione domestica della penisola Coreana, riuscì finalmente a conquistare in buona parte il nord della regione; di fatto addomesticando Silla -con cui si era alleata-, che, non senza difficoltà, nel 676 d.C. riuscì nel suo gesto più eroico: unire la Corea in un’unica penisola coesa e solida. Solo più avanti, in quello che era il regno di Koguryŏ, si formò quello di Balhae.

Quanto avveniva in Cina più o meno nello stesso periodo -ovvero una maggiore attenzione rivolta sia ai Mongoli e agli Xiongnu, tribù stanziatesi nel Nord estremo della Cina, che a Sud-Est verso Taiwan- dava l’opportunità alla Corea di realizzare il primo vero Stato centrale.

Il vero compromesso in Corea, tuttavia, avvenne poco più tardi, quando, nel formare un governo centrale, si ottenne un ridimensionamento del potere aristocratico a favore della classe burocratica; una storia, in principio, non poi così diversa da quanto già avvenne in passato in Cina col passaggio dai Qin ai più ponderati Han. Sebbene il cambiamento riconsiderasse il rapporto tra la classe dirigente e la popolazione, esso era volto a far intendere che il sistema legalitario, seppur troppo rigido per appagare l’intera popolazione, era la soluzione da adottare. E così fu, secondo dinamiche diverse, per lunga parte della storia Cinese e Coreana.

Ben presto, infatti, in Cina, insieme all’evoluzione meritocratica raffigurata dallo ‘junzi’ -il vero gentiluomo, secondo Confucio- anche tutti i vantaggi del sistema tributario riuscirono a far fiorire le attività commerciali. La Corea, invece, non riuscì a raggiungere un livello di sviluppo pari a quello Cinese e rimase, per anni, checchè se ne dica, imperniata su un sistema gerarchico altamente anti meritocratico e fondato sull’agricoltura.

 

 

di Giulio Gambino (The Post Internazionale)

 

 

 

 

 

Lo Yemen, gli Houthis e gli altri.

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LONDRA.  La geografia e il clima spesso interpretano alla perfezione le caratteristiche geopolitiche di un paese. Un po’ come quando la foschia copre i picchi delle sue taglienti montagne, lo Yemen passa in secondo piano sulla scena internazionale fino a quando un inquietante evento non ne richiama l’attenzione.

La Repubblica Unita dello Yemen, l’unica con una simile forma di governo nella penisola araba, è politicamente frammentata ed economicamente provata. Tra le sue aguzze montagne e gli aridi deserti vivono quasi ventiquattro milioni di persone.

L’AQAP (Al-Qaeda in the Arabian Peninsula) si descrive come il difensore della popolazione yemenita contro l’intromissione Americana nel paese. Forti contraddizioni e contrasti d’ogni genere sono all’ordine del giorno.

La storia, ancora una volta, può aiutarci a chiarire molti aspetti: lo Yemen, originariamente, era geograficamente diviso in due parti – il nord e il sud.

La parte settentrionale, sottomessa all’Impero Ottomano fino al 1918, divenne indipendente solo con i primi cenni della caduta di quest’ultimo (avvenuta nel 1922). Prese così vita il Regno Mutawakkilita dello Yemen.

Una seconda rivoluzione, questa volta appoggiata dal presidente dell’Egitto Gamal Abdel Nasser, avvenne nel 1962 con la presa della città più importante, San’a, che verrà poi istituita capitale della Repubblica Araba dello Yemen.

Solo la Siria e l’Egitto, facenti parte della Repubblica Araba Unita (RAU), supportarono l’appena nata Repubblica Yemenita. L’Arabia Saudita ed altri paesi, invece, si schierarono a favore dell’antica monarchia. Queste due opposte posizioni generarono uno scontro ideologico, ed economico, che s’inasprì con gli anni, sfociando in una vera e propria guerra civile che perdurò fino al 1967. E’ solo nel 1970, infatti, che l’Arabia Saudita riconobbe la Repubblica Yemenita come tale.

In maniera diversa, lo Yemen del sud fu colonizzato dall’Impero Britannico sin dalla seconda metà dell’Ottocento, ma nel 1967 quest’ultimo, osteggiato da forze rivoluzionarie interne, si ritirò, lasciando spazio all’emergente partito comunista. Ed è proprio questo cambiamento che permise l’instaurazione nel 1970 della nuova Repubblica Democratica dello Yemen. Un regime comunista popolare che, riunendo tutte le fazioni sotto il Partito Socialista Yemenita, strinse contatti con la Cina, l’Unione Sovietica e Cuba.

Nel 1990, dopo aver governato per dodici anni (1978-1990) nel nord della Repubblica Araba, Abdallah Saleh riuscì in un’epocale impresa: sfruttando il declino sempre più imminente dell’Unione Sovietica, unì lo Yemen del Nord a quello del Sud nella Repubblica Unita dello Yemen.

Si guardi ai dati storici fin qui elencati e si cerchi ora di comprendere quale sia lo stato attuale di un paese unitosi solo vent’anni fa. Ancora oggi uno tra i paesi più poveri del mondo arabo, lo Yemen risente di forti pressioni interne: nel nord, precisamente nell’area di Sa’dah, al confine con l’Arabia Saudita, vi sono gli Houthis, un gruppo ribelle di 10.000 soldati sciiti-Zaidisti (una branca dello sciismo) che devotamente segue le orme del suo leader, Hussein Badreddin al-Houthi, venuto a mancare nel 2004.

Ancor più importante, inoltre, sembra essere il sentimento etnico-religioso al quale gli Houthis sono legati. Il governo yemenita segue una politica filo-americana e accusa il gruppo ribelle sciita di supportare il governo Iraniano, a sua volta per la maggior parte sciita. Il  Capo di Stato, Saleh, ha stretto una forte collaborazione con l’America nella “guerra al terrore” per combattere Al-Qaida. Un’alleanza che Saleh e il suo debole governo hanno dovuto pagare a caro prezzo: pare di capire che nell’ultimo mese Al-Qaida abbia ucciso settanta tra soldati e poliziotti.

Difficile dunque per l’intera comunità internazionale riuscire a intuire se al-Qaida stia effettivamente cercando di impadronirsi con il terrore di importanti punti strategici nello Yemen o se si tratti di scontri tra i diversi gruppi armati. A sud di Sa’dah, vi è la capitale San’a. Da qui si dirama la geopolitica interna. Il governo deve far fronte non solo alle continue sommosse da parte degli Houthis, ma anche alle aree circostanti indicate come roccaforti di al-Qaida.

La vastissima area che si espande a sud e sud-est del paese, dove i moti secessionisti comunisti continuano ininterrottamente, è anch’essa teatro di diversi scontri tra le forze rivoluzionarie e l’esercito Yemenita. Oltre alle infiltrazioni di pirati somali, facilitate dalla presenza del Golfo di Aden nell’Oceano Indiano, lo Yemen paga al sud i movimenti riconducibili al fondamentalismo islamico. Così come nella parte occidentale del paese (e quella circostante la capitale, San’a), anche nel sud al-Qaida opera indisturbata.

Non ci si deve dimenticare, infatti, che Osama Bin Laden è originario di Wadi Dawan, una valle deserta nello Yemen centrale. Non lontanissimo dalla città famosa per i suoi palazzi fatti da mattoni di fango, sorge, sempre nella zona meridionale secessionista del paese, la presunta base d’addestramento di al-Qaida.

Dunque, se gli Houthis, come appare, risultano essere un gruppo sovversivo ed anarchico, difficilmente domabile visto il loro estremo attaccamento allo sciismo, la galassia sunnita fondamentalista di al-Qaida sembra celare, in realtà, molti più pericoli. Non sarà, infatti, un gruppo in continua rivoluzione con il quale è difficoltoso trattare, ma, comunque, nasconde un’organizzazione ben strutturata con un organismo terroristico assai più elaborato.

Quale dei due metodi sia peggiore, se una continua serie d’attacchi disordinati o degli attentati scrupolosamente studiati, è incerto. Cosa è certo, invece, è che né gli Houthis, né al-Qaida porteranno lo Yemen ad una situazione politicamente ed economicamente stabile.

Se è vero, quindi, che gli Houthis sono legati e supportano il governo Iraniano, con il quale è storicamente difficile scendere a compromessi -forse proprio in virtù della loro fede sciita-, allora il governo Yemenita dovrà concentrare le sue attenzioni sul gruppo ribelle Zaidista più di quanto avesse mai pensato.

 

 

 

di Giulio Gambino (The Post Internazionale)

 

 

 

Poco più di 20 milioni di euro i fondi assegnati al Ministero della Difesa per il 2010

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Documento allegato:Nota aggiuntiva allo stato di previsione per l'anno 2010

 

fonte: Redazione

 

 

 

L'oro dei pazzi

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Il prestito del Poyais ancora oggi resta il solo prestito di un paese immaginario collocato sul mercato azionario di Londra. 

 

Tutto cominicò nel 1821 quando il cacicco di Poyais, un piccolo territorio al confine dell’attuale Nicaragua, giunse a Londra.  Nella City riuscì a collocare 600000 sterline di prestito poayesiano, con un dividendo del 6 per cento, grazie alla collaborazione di Sir John Perring, l’ex sindaco di Londra.  Il successo fu straordinario e  le obbligazioni salirono sul mercato oltre il prezzo di collocamento. Ma quando nel 1823 duecento colonizzatori furono spediti verso la capitale del Poyais, invece di trovare una ricca città, soffrirono la fame ed il freddo e molti morirono. Solo cinquanta colonizzatori, alla fine, riuscirono a tornare in Gran Bretagna, ma il cacicco era fuggito in Francia con la sua famiglia, portando con sé i proventi delle obbligazioni.
Nel marzo del 1822 fu pubblicato un prospetto che si riferiva alle risorse illimitate della Colombia e alle ricchezze delle miniere e furono stampati certificati di obbligazioni con interessi pari ad oltre il 7 per cento, così altri stati latino – americani si affrettano a sfruttare l’occasione. I prestiti ebbero un successo immediato e il valore delle obbligazioni in pochi mesi era salito di un quarto dando un profitto di più del 150 per cento per gli acquirenti di scrip, ovvero,  alla sottoscrizione. Gli interessi erano così alti che le obbligazioni sudamericane dovettero essere contrattate a Parigi per aggirare la legge londinese contro l’usura, che aveva come limite il tasso del 5 per cento. Di tutto questo denaro, una grande percentuale fu trattenuta dai mediatori britannici per pagare i dividendi mentre i proventi di collocazioni successive di prestiti furono utilizzati per ripianare i debiti precedenti. Questo sistema, simile a quello ideato da Ponzi, diede l’illusione della vitalità ma in realtà non fu mai restituito denaro dal Sud America per onorare i prestiti.
I promotori delle società sudamericane raccontavano di storie frutto di fantasia e di avidità, infatti parlavano di pepite d’oro che pesavano tra sette etti e sette chili, totalmente trascurate, dichiaravano che le miniere delle società avrebbero fruttato molto più denaro necessario per mantenere il mondo intero.  Tutti credevano a queste storie e la Gran Bretagna diventava sempre più ricca, cresceva inesorabilmente sotto il peso di aspettative di ricchezze irreali.
Ma, il titolo più importante di quelli coinvolti nella mania mineraria, il Real del Monte nel gennaio del 1825 crollò da 1550 sterline a meno di 200, la crisi, ora era alle porte. La Banca d’Inghilterra rischiò il fallimento e per tutto il paese si cominciò ad accettare solo l’oro e nonostante le favole sudamericane non c’è n’era da coprire neanche le necessità basilari. Anche le borse dei paesi sudamericani crollarono e questo portò ad un peggioramento  dei rapporti tra le nazioni in via di sviluppo e l’Occidente,  cosa che perdura ancora oggi.
L’oro in quel periodo ha reso folli le persone, di questi giorni vi è la notizia di un ritrovamento in Afghanistan di ingenti miniere auree. Cosa succederà? Saremo pazzi, più pazzi di prima? O useremo un briciolo di razionalità e non ci faremò condizionare da un’eventuale euforia? Concludo con la descrizione di un ciclo di borsa di S.J. Loyd, partorito dopo la crisi del 1825: “ Prima lo troviamo in uno stato di quiete, -  successivo miglioramento, - crescente fiducia, - prosperità, - eccitazione, - eccesso di scambi, - convulsioni, - pressione, - stagnazione, - angoscia, - che si risolve alla fine in quiete.” Questo è quello che succederà.

 

di Antonio Simeone

 

 

L'ANALISI - Continuiamo ad essere dei conquistadores

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Crediamo che i politici dei paesi emergenti siano dei pazzi. 
 

Ma non è così, infatti quando la crisi finanziaria colpi l’Asia nella fine degli anni ’90 le politiche di quei paesi furono l’opposto di quelle adottate dagli Usa nei periodi di forte recessione, infatti, per inverso, si aumentavano i tassi di interesse, piuttosto che diminuirli cercando di alimentare una probabile ripresa. I vari politici conoscevano le varie teorie macroeconomiche di Keynes per fronteggiare la crisi ma non potevano attuarle perché non erano loro a decidere il da farsi ma il Fondo Monetario Internazionale, che consigliò all’economie di questi paesi misure fortemente antipopolari, contro la crescita, aumentando le tasse e alzando i tassi di interesse. Il tracollo fu inevitabile. Il Fondo Monetario Internazionale si aspettava in questo modo che gli investitori esteri avrebbero lasciato i mezzi monetari nei paesi asiatici ma questo non successe e la crisi fece piazza pulita dei sogni di prosperità del popolo asiatico.
Nel settembre del 1997 il primo ministro Malese, uno dei cento leader più significativi al mondo nel settore della tecnologia, a detta del “Time”, notando le continue crisi valutarie delle economie dei paesi vicini, si lasciò andare ad una forte critica nei confronti del supercapitalismo occidentale affermando che:” Quando gli speculatori occidentali utilizzano i loro grandi fondi e il loro massiccio peso per far scendere e salire le azioni a loro piacimento e ottengono immensi profitti da altre manipolazioni,  allora è troppo aspettarsi che noi diamo loro il benvenuto. Oltre ai profitti di questi operatori non ci sono benefici per il mondo in seguito a questo grande commercio. Nessun vero posto di lavoro viene creato, non ci sono prodotti e servizi che la gente comune possa godere. Il commercio delle valute non è necessario ma è improduttivo e immorale. Dovrebbe essere illegale.” Forse, bisognerebbe renderci conto che il globo, pur essendo diviso in tanti paesi, fortemente diversi per culture e tradizioni, vada rispettato e non attaccato approfittando delle situazioni favorevoli e non di ogni area per dare modo a nuove opportunità egoistiche di profitto. Il primo ministro Malese in parte aveva ragione, anche se non del tutto sul commercio delle valute, ma certamente sul modo di fare delle grandi multinazionali che investirono nel suo paese, i fondi speculativi occidentali, per inverso, avevano speculato contro la Thailandia ma la svalutazione della moneta malese, frutto della fuga di capitali dalla Malesia,  fu causata proprio da parte degli uomini d’affari vicini al primo ministro Mahathir e ai quali aveva offerto i suoi servigi e quelli della  popolazione tutta. Questo ci da modo di comprendere quanto difficile sia resistere al richiamo di potere economico e non, di qualsiasi paese attore del grande commercio mondiale, se la Malesia non avesse attratto investimenti dall’occidente questa non sarebbe cresciuta e neanche arricchita, è stata forse sfruttata ma è stata anche una scelta del paese di diventarne schiava. Entrando a far parte del grande sistema globale ha preso i suoi vantaggi ma anche i suoi svantaggi che alla fine sono risultati essere per la maggiore, ma non perché la valuta si fosse indebolita e avesse lasciato il paese sempre più povero, ma perché, influenzato dalla cultura occidentale, lo stesso popolo aveva dimenticato le proprie radici culturali, economiche e non, si era illuso, grazie alle multinazionali “conquistadores” di prosperare all’infinito in nome del nuovo dio e il loro vecchio dio si è offeso e li ha resi nuovamente poveri, forse più poveri di prima.

 

di Antonio Simeone