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Attacchi con il coltello, così l'Isis vuole continuare a terrorizzare

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Il recente attentato di Melbourne, rivendicato dall’Isis, ha riportato in auge la tecnica terroristica legata all’uso dei coltelli, ampiamente documentata in vari articoli sulle riviste del presunto Stato Islamico e in particolare su Rumiyah (ISSUE 2) nell’articolo “Just Terror Tactics” (Knife attacks). “Qualcuno potrebbe chiedersi perché i coltelli rappresentano una buona opzione per un attacco. I coltelli, anche se sicuramente non sono l’unica arma per arrecare danno al kuffar (miscredente), sono ampiamente disponibili in ogni terra e quindi facilmente accessibili. Ci sono alcuni estremamente facili da nascondere e altamente letali, soprattutto nelle mani di qualcuno che sa come usarli efficacemente. Quando si sceglie un coltello, si dovrebbe fare attenzione prima di tutto alla sua affilatezza. Poi si dovrebbe considerare la forza della lama e del manico e cercare qualcosa che sia adatto al lavoro da compiere. Inoltre non dovrebbe essere molto largo, poiché risulta poi difficile nasconderlo. Lame seghettate o semi-seghettate costituiscono buoni coltelli da combattimento. E’ esplicitamente consigliato di non usare coltelli da cucina, poiché la loro struttura di base non è progettata per un assassinio o una carneficina.” A questo punto sull’articolo si consiglia di usare i coltelli con la lama fissa, ovvero quelli in cui manico e lama sono realizzati con un unico pezzo di metallo. “Quando si conduce un’operazione col coltello non è consigliato prendere di mira aree troppo affollate o raduni, poiché ciò rappresenta uno svantaggio e aumenta la probabilità di fallire nella missione. Il rischio è dunque quello di essere bloccati preventivamente e di essere ostacolati nel raggiungimento dell’obiettivo.” In questa guerra asimmetrica sembra proprio che l’Isis pur di rimanere nell’onda mediatica continui a sollecitare i suoi seguaci ricorrendo a delle tecniche rudimentali.

di Noemi Genova

Generale Vecciarelli nuovo capo di Stato Maggiore della Difesa

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Il passaggio del testimone al vertice delle Forze Armate si è svolto alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del Vicepresidente della Camera, Mara Carfagna e del Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta ed è stato salutato dalla partecipazione di numerose Autorità civili, militari e religiose. “In questi ultimi anni abbiamo visto le Forze armate occupare un ruolo sempre più importante nella vita del Paese” – ha affermato il Ministro della Difesa durante la cerimonia del cambio del Capo di Stato Maggiore della Difesa – “esse si sono costruite un patrimonio di credibilità, esperienza e capacità, sia di fronte all’opinione pubblica nazionale che a quella internazionale, che dobbiamo preservare in tutti i modi e oggi” – ha continuato il Ministro – “sono sempre più impegnate a presidio della sicurezza interna ed esterna del Paese, per il bene dei cittadini”. Dinanzi ad uno schieramento in armi di reparti dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il Generale Graziano, all’atto della conclusione di circa 44 mesi di responsabilità alla guida dello strumento militare, ha voluto accomiatarsi dagli uomini e dalle donne delle Forze Armate sottolineando che “l’Italia è un Paese di riferimento per la NATO e membro attivo per le Nazioni Unite e tale ruolo ci pone nelle condizioni di poter partecipare da protagonisti a tutti i meccanismi ed i progetti di interesse che si sviluppano nell’arena internazionale“ - ha poi aggiunto - “la mia esperienza da Capo di Stato Maggiore della Difesa mi lascia, anzitutto, una ferma consapevolezza: quella di aver avuto il privilegio di guidare sul campo i migliori soldati del Mondo. Per questo sono grato alle Istituzioni che mi hanno consentito di vivere questo intenso ed emozionante percorso, costellato di soddisfazioni professionali e morali, ma anche di momenti di preoccupazione, in cui sono stato chiamato ad assumere scelte impegnative, che avrebbero potuto mettere a rischio l’incolumità o la vita stessa dei miei militari. L’ho sempre fatto guardando al bene della Patria – in linea con le missioni assegnate e con le direttive dell’Autorità Politica – e con la consapevole certezza di poter contare sul miglior capitale a disposizione, quello umano, centro di gravità delle Forze Armate. Ad esso va dedicato ogni nostro sforzo ed ogni nostra attenzione, senza demagogia, senza secondi fini, sapendo che anche in questo momento, in qualche luogo della terra, un uomo o una donna con il tricolore cucito sull’uniforme e sulla pelle sta operando in armi, a protezione dei deboli e per la tutela degli interessi nazionali. Negli ultimi trenta anni l’Italia ha maturato prestigio e credibilità proprio dall’efficacia dell’impiego delle sue Forze Armate”. Il Generale Graziano termina il mandato di Capo di Stato Maggiore della Difesa ed assumerà, già da domani a Bruxelles, il prestigioso incarico di Presidente del Comitato militare dell’Unione Europea. Quale massima autorità militare dell’Unione Europea, il Generale Graziano è atteso da molteplici sfide volte al rafforzamento della dimensione di difesa e sicurezza del continente, nell’ambito della PESCO (Cooperazione Strutturata e Permanente nel campo della Difesa) e anche con l’obiettivo di migliorare e rafforzare la cooperazione NATO – UE, strumento fondamentale per fornire una risposta efficace e collettiva alle attuali minacce alla sicurezza, prima tra tutte il terrorismo internazionale. Dopo il formale passaggio delle insegne, il Generale Vecciarelli ha preso la parola e ringraziando il Generale Graziano per quanto fatto in un periodo caratterizzato da eccezionali sfide alla sicurezza e da profondi cambiamenti, ha dichiarato: “intendo continuare ad investire sull’elemento umano facendo leva, innanzitutto, sulla forza delle idee, sulla spinta di innovazione che viene dal basso. Dobbiamo saper cogliere il nuovo senza timori, avere il coraggio di stigmatizzare vecchi preconcetti ideologici ma anche allontanare abitudini obsolete e sclerotici status-quo” e ha concluso “ponendomi idealmente di fronte ad ognuno dei miei uomini e donne e innanzi ad ogni cittadino italiano mi impegno a profondere ogni mia risorsa fisica, morale e intellettuale per assolvere i doveri costituzionali”. Il Generale Vecciarelli, neo Capo di Stato Maggiore della Difesa, come responsabile dell’area tecnico-operativa della Difesa e dell’impiego dello strumento militare nazionale, si troverà alla guida di circa 180.000 uomini e donne delle Forze Armate, quotidianamente impiegati nelle operazioni, in Italia e all’estero, che vedono oggi il nostro Paese schierare i propri militari in 40 missioni, condotte in 24 paesi/aree geografiche. Tale impegno è finalizzato a fronteggiare le sfide alla sicurezza provenienti da due archi di crisi e instabilità: uno a sud, che dal Medio Oriente investe la sponda nordafricana e la fascia sub-sahariana ed uno ad est, che dal Baltico abbraccia il Mar Nero e il Mediterraneo Orientale.
 
fonte Stato Maggiore della Difesa

A cosa serve studiare la Storia?

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La storia non è tra le materie più amate dagli studenti. Ricordarsi tutte quelle date e quegli eventi, per molti ragazzi, è un incubo. Eppure, esiste più di un motivo per cui studiare la storia è essenziale. Forse non sarà utile per trovare lavoro, ma per imparare a stare al mondo sì. Oggi ne abbiamo avuto la prova: tre ragazze hanno fatto un saluto romano con alle spalle il campo di concentramento di Auschwitz. Se fosse un caso isolato, si potrebbe archiviare la cosa, riducendolo ad un caso sporadico. Eppure, oggi sono sempre più frequenti gli episodi di odio, razzismo, discriminazione e bullismo. Solo per citarne alcuni, perché la lista sarebbe molto più lunga, la vita dell’umanità è una serie di corsi e ricorsi storici. Lo è perché l’uomo è sempre lo stesso, e quindi si tendono a ripetere gli stessi errori. Oggi corriamo il rischio di cadere di nuovo negli errori che hanno distrutto questo mondo. Tutto nasce dal piccolo, e da un piccolo gesto nascono i grandi fenomeni. Viviamo in un’epoca di precarietà di valori, nella quale tante cose che ci sembrano scontate ed acquisite. La nostra è una società frenetica che non ci dà il tempo di fermarci a riflettere, eppure, dovremmo farlo. Leggere libri di storia è importante perché ci aiuta a comprendere il passato, il quale serve da monito per il presente, serve a farci capire che ciò che siamo oggi è una conquista delle passate generazioni. A cosa serve studiare la Storia? Serve a vivere come uomini in una società civile, ma oggi serve probabilmente a rispondere a questa domanda: quali conseguenze porterà questa o quella azione? In Polonia la legge non vieta l’apologia al nazismo e al fascismo ma se venissero applicate le norme contro la diffusione di sentimenti di odio, le tre ragazzine rischierebbero fino a tre anni di reclusione. Questo gesto deve essere un monito per tutti noi, cerchiamo di capire in che direzione sta andando il mondo e invitiamo i giovani a studiare, perché la cultura e la conoscenza ci rendono capaci di vivere un mondo migliore, un mondo di diritti e libertà.
 
di Daniele Leonardi

Moqtada al Sadr trionfa alle elezioni legislative in Iraq

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Lo scorso 12 maggio in Iraq si sono svolte le consultazioni per eleggere il Premier della Nazione, chiamando alle urne 24,5 milioni di elettori. I seggi elettorali sono stati presidiati da massicci dispositivi di sicurezza, poiché i jihadisti, seppur in maniera minore, continuano a rappresentare una consistente minaccia. Sono state 3 le liste a contendersi la possibilità di guidare il Paese per i prossimi 4 anni. Alla fine la lista “Allenza per la Vittoria”  del premier uscente Haider al Abadi, sostenuto dalla comunità internazionale, si è piazzata  al terzo posto conquistando 42 seggi.  Al secondo posto invece l'alleanza di milizie sciite (La Conquista) guidata da Hadi al Amiri, (47 seggi), mentre a vincere le elezioni è stata l'alleanza, guidata dallo sciita Moqtada al Sadr e denominata “Marcia per le riforme”, con 54 seggi.  Da notare il forte astensionismo che ha riguardato il 44,52% degli aventi diritto. Il programma di Moqtada era incentrato proprio sulla guerra contro la corruzione e la povertà, e teso a contrastare l'interferenza straniera (soprattutto di USA e Iran), che ha convinto molti elettori, in quello che è stato definito un voto di protesta.

di Domenico Pio Abiuso

Accordo tra il Ministero della Difesa e il DASS per attività in campo spaziale ed aerospaziale di tipo civile

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A seguito dell’accordo che il Ministero della Difesa (MD) e la Regione Autonoma Sardegna (RAS) hanno sottoscritto il 18 Dicembre 2017 “per il coordinamento delle attività militari presenti nel territorio della regione” in cui è previsto “lo sviluppo di programmi di studio, ricerca e sperimentazione tecnologico-industriale di possibili attività duali di comune interesse tra il Ministero della Difesa, altri dicasteri interessati (MISE, MIUR, etc.) e la RAS”, il Distretto Aerospaziale della Sardegna (DASS) Scarl ha firmato con lo stesso MD, per il tramite del Capo del IV Reparto dello Stato Maggiore della Difesa (SMD) Generale D.A. Roberto Comelli, un protocollo d’intesa di durata quinquennale per lo svolgimento di attività di studio, sviluppo e sperimentazione in campo spaziale ed aerospaziale di tipo civile, mettendo anche a disposizione proprie infrastrutture e mezzi, nel rispetto della legislazione vigente. MD e DASS dichiarano nel protocollo la propria disponibilità ad offrirsi reciproco supporto per le attività che verranno perseguite, anche attraverso strumenti quali: lo sviluppo di progetti di ricerca in settori tecnologicamente avanzati, l’organizzazione di conferenze, dibattiti, seminari e workshop, la realizzazione di corsi di aggiornamento e riqualificazione, la promozione di percorsi formativi anche con la presenza di docenti universitari, come pure l’organizzazione di visite e tirocini formativi. La collaborazione tra MD e DASS potrà essere perseguita mediante la stipula di appositi accordi attuativi, con soggetti che verranno di volta in volta appositamente individuati, quali ad esempio Difesa Servizi SpA, che disciplinano modalità e procedure relative ad aspetti di natura tecnico scientifica, organizzativa, gestionale, nonché relativi al trattamento dei dati personali, alla tutela dell’immagine, dei loghi, delle proprietà intellettuali e della sicurezza. Questa iniziativa - dichiara il Capo del IV Reparto di SMD, Generale D.A. Roberto Comelli – consentirà alle nostre organizzazioni di valorizzare le capacità spaziali e aerospaziali della Difesa anche per uso civile a scopi civili, a beneficio del “Sistema Paese” in generale. Siamo molto soddisfatti - precisa il Presidente del DASS, Giacomo Cao - perché il protocollo apre la strada all’utilizzo di infrastrutture militari quali l’Aeroporto di Decimomannu/Villasor e il Poligono interforze di Salto di Quirra per lo sviluppo di attività di tipo civile quali ad esempio lo sviluppo di uno spazioporto per voli suborbitali come pure il decollo del “Sardinia UAV Test Range” ovvero della piattaforma italiana più evoluta per i test e le relative certificazioni di droni di qualunque dimensione e tipo, intendendo in quest’ultimo caso i velivoli ad ala fissa o rotante. Da tenere in evidente considerazione anche le importanti ricadute occupazionali che certamente si avranno e che consentiranno di rafforzare la presenza dell’isola nella “space economy” nazionale e internazionale.
 
fonte Stato Maggiore della Difesa

The Japanese Kamikaze & the Suicide Terrorist

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The very word “kamikaze” has become a synonym for “suicide attack” in the daily language. Suicide attacks have occurred throughout history, often as part of a military campaign such as the Japanese Kamikaze pilots of World War II, and more recently as part of terrorist campaigns, such as the September 11 attacks. It has been  for several years that the media have defined suicide terrorists kamikaze; misunderstandings and mystifications behind the use of a term to indicate a suicidal terrorist, or a clearly misguided action. There are several reasons for this choice: first of all, the word kamikaze has entered the Western collective imagery after the Second World War. But there are other reasons why TV announcers now only talk about kamikaze to define fundamentalists who blow up among innocent people. One is the inability to find another synonym, perhaps the most correct one, the other is certainly to establish a connection between  those Japanese aviators who defended their homeland by hitting only war targets,  and terrorist assassins who bloody cities, bringing death among civilian women and children. The fundamentalist terrorists who, in recent years – and still today – explode on buses, squares, department stores, streets, airports and metros have nothing in common with the “god wind” (meaning the word kamikaze) who seventy years ago, sacrificed by hitting enemy military targets that threatened their nation and their families. It is several years that the media define suicide terrorists kamikaze; misunderstandings and mystifications behind the use of a term to indicate a suicidal terrorist, or a clearly misguided action. There are several reasons for this choice: first of all, the word kamikaze has entered the Western collective imagery after the Second World War, and everyone who committed suicide, or even disenchantment, even in a sports field, came and is defined kamikaze. But there are other reasons why TV announcers now only talk about kamikaze to define fundamentalists who are blown up among innocent people. One is the inability to find another synonym, perhaps the most correct one, the other is certainly to get closer to Japanese aviators who defend their homeland by hitting only war targets, terrorist assassins who bloody our cities, bringing death between women and civilian children. The fundamentalist terrorists who, in recent years – and still today – explode on buses, squares, department stores, streets, airports and metros have nothing in common with the “god wind” (meaning the word kamikaze) who seventy years ago, they sacrificed hitting enemy military targets that threatened their nation and their families. In common they only have the suicide and pride of their family and the gesture, although not all today share the family martyrdom. But the purpose was profoundly different. The way World War II was taught in school pretty much left us with the impression that kamikaze attacks were part of the standard strategy of the Japanese Imperial Army and Navy throughout the entire war. In fact, Kamikaze from the Empire of Japan attacked their enemy during World War II during the Pacific campaign in order to destroy warship in a more efficiency way compared to previous and conventional war tools. They were an innovation at that time because they were kamikaze aircraft meaning that pilots would attempt to crash their aircraft into enemies ships in a way that their attack would result in a “body attack”. What is peculiar about those aircraft kamikaze is the fact that even if a lot of accuracy was taken into account while constructing them, only 11% of them were successful. From the point of view of the Japanese Empire, those types of attacks were fully legitimate, thus, even if there were many lives and aircrafts that were destroyed, what was relevant was the final result, that is, the destruction of the enemy. Japanese military strategies has always been characterized by values such as: death, capture and shame. Not by chance, these values and especially loyalty and honour until death were typical of the Samurai era and Bushido Code. Prior to Second World War, Japan was characterized by the Shinto religion which implied devotion to the Emperor that at that time was seen as the descendant of the Sun. In order to be devoted to the Emperor, Japanese had to follow a strict code that besides devotion it included honour and obedience that led to around thousands of man to sacrify for him. However, believing that Muslim suicide bombers carried out the 9/11 attacks would be a misconception. The reason why the attacks in the U.S. happened is not only limited to religious reason as it has already been explained but also due to multiple variables that led to the terrorist attack: depression, economic crisis and unemployment. It seems clear that religious nationalism and the promise of paradise were the main reason why those individuals decided to blow themselves up, taking also into consideration the economic motives that were hidden behind such gesture that is monetary incentives to their families. Realizing that they were rapidly losing the war, Japanese leaders did not want to waste their remaining trained expert pilots, so they decided to train raw recruits for this task and gave them about thirty days or more of rough flight training in which they had to learn how to fly light planes carrying 200 pounds of logs meant to simulate bombs weighing over 500 pounds.

di Francesca De Simone

L'Esercito italiano a Porta di Roma

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“Formazione, professionalità, tradizioni, valori, tecnologia e sport” sono i temi dell’ evento promozionale organizzato dall’Esercito Italiano nella Capitale, presso la Galleria Commerciale “Porta di Roma”, dal 16 al 22 aprile 2018. Saranno 14 i settori espositivi che il Comando Militare della Capitale allestirà in occasione di un’attività rivolta al reclutamento e alle prospettive professionali nella Forza Armata. Arrampicata su parete di roccia artificiale, simulatore di volo, attività interattive e cinofile, percorsi di Military Fitness, esibizione della Army Jazz Band, esposizione di droni,robot sminatori, mezzi e attrezzature speciali, nonché rari veicoli storici: questo sarà “Mira al tuo Futuro”  l’iniziativa capitolina con cui  l’Esercito si presenterà agli ospiti. L’area espositiva sarà inaugurata il 16 aprile alle ore 10. I visitatori potranno cimentarsi in attività quali l’arrampicata di roccia artificiale con l’assistenza di istruttori militari del 9° reggimento alpini.  Sarà esposto il robot “MK8 – Plus II” usato per la neutralizzazione degli ordigni esplosivi dagli artificieri del 6° reggimento genio pionieri, che allestirà anche una attività interattiva di impiego dei cercametalli.  Per gli sportivi, assistiti da istruttori del 186° reggimento paracadutisti “Folgore”, sarà allestito il percorso di “Military Fitness” che permetterà, attraverso particolari esercizi fisici, di misurarsi con le proprie capacità motorie. Per gli appassionati di volo, il Comando Aviazione dell’Esercito esporrà un elicottero A129 “Mangusta” e allestirà due postazioni con il simulatore di volo “ROLFO” che consentirà di vivere un'esperienza realistica pilotando aerei ed elicotteri militari e disponendo di tutti i comandi presenti in una vera cabina di pilotaggio. All’ingresso della Galleria Commerciale “Porta di Roma”, personale qualificato sarà a disposizione per fornire informazioni e materiale illustrativo sulle diverse possibilità di reclutamento, sulle prospettive di sviluppo professionale e sui concorsi in atto nell’Esercito.

fonte Comando Militare della Capitale

Donna, risorsa fondamentale anche a livello militare

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Nel corso dei secoli il genere femminile ha compiuto passi avanti nell’acquisizione di diritti/doveri all’interno della società.  La legge del 9 febbraio 1963 n. 66 “Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni”, pur concedendo l’accesso alle donne ad incarichi all’interno della pubblica amministrazione, ha mantenuto qualche dubbio sull’arruolamento delle stesse nelle Forze Armate. L'approvazione della suddetta normativa, che permette l'ingresso delle donne nelle Forze Armate, ha risposto in modo concreto sia alle aspirazioni di emancipazione femminile sia alle esigenze delle Forze Armate di aumentare le loro unità e ad annoverare il cosiddetto gentil sesso tra le proprie fila. Secondo uno dei ultimi sondaggi di fine 2014, in Italia risultano in servizio nelle Forze Armate e nell’Arma dei Carabinieri 11.189 donne, tra le quali 1.290 ufficiali, 1.252 sottufficiali e 8.647 militari di truppa. Un apporto fondamentale, dato dalla “donna-soldato”, è quello di instaurare un rapporto confidenziale e “quasi amichevole” con la popolazione femminile presente negli stati islamici (Afghanistan, Iraq) dove le truppe delle Forze Armate sono presenti soprattutto per la risoluzione delle problematiche a livello igienico-sanitario. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, anche diversi eserciti occidentali hanno cominciato ad inserire le donne nel servizio militare attivo. Infatti, i paesi che permettono alle donne di ricoprire ruoli di combattimento attivo nelle Forze Armate di appartenenza, sono: Australia, Nuova Zelanda, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Italia, Germania, Norvegia, Israele, Serbia, Stati Uniti d'America, Svezia e Svizzera. Con il trascorrere del tempo, si è avuto cambiamento radicale, non solo organizzativo e logistico, ma soprattutto sociale e culturale.

di Domenico Pio Abiuso

Abbraccia un jihadista, cure mediche e alloggi per ex terroristi dell'Isis

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L'Isis è ormai sconfitto su più fronti e così molti jihadisti europei stanno rientrando nei loro Paesi. Quello che però stupisce è il modo con cui i governi stanno affrontando il fenomeno, basta dare un’occhiata alle attuali proposte in atto in Danimarca, Gran Bretagna, Belgio e Germania. In Danimarca, dove l’Isis contava su 150 volontari, essi s’avvalgono oggi dell'assistenza del governo pronto a trattarli da cittadini disagiati. Secondo le autorità danesi aiutare i giovani estremisti è il modo migliore per mantenere la pace. Inoltre per loro sono previste cure mediche e psicologiche gratuite. Nel comune di Aarthus, la seconda città più popolosa della Danimarca, l’amministrazione cittadina e la polizia hanno deciso di dare il via alla campagna “Abbraccia uno jihadista”. Lo scopo dell’iniziativa sarebbe quello di accogliere e mostrare il calore della comunità nei confronti degli appartenenti alle comunità islamiche radicali, evitando che questi soggetti si sentano isolati e siano dunque spinti a colpire lo Stato o la città che li ospita. Mohamed, arruolatosi nell'Isis, ha viaggiato dalla Danimarca alla Somalia dove ha compiuto un attacco suicida durante una cerimonia di laurea a Mogadiscio nel dicembre 2009, uccidendo 25 persone e ferendone oltre 60. Oggi però la Danimarca è in prima linea nell'esplorare nuovi modelli per prevenire l'estremismo. Il cosiddetto modello di Aarhus mira a creare fiducia tra le autorità e i circoli sociali dove molti radicali si annidano e si formano, aiutandoli a trovare un modo per reinserirsi nella società civile. Le sparatorie avvenute a Copenaghen mostrano comunque che l'approccio non è affatto infallibile. Ma il commissario di polizia Jørgen Ilum, che ha contribuito a istituire il programma di deradicalizzazione ad Aarhus,  ha affermato che gli attacchi di Copenaghen hanno evidenziato l'importanza di mantenere i contatti con i combattenti danesi di ritorno dalla Siria, dall'Iraq e dalla Somalia e soprattutto con la moschea Grimhojvej ad Aarhus, che è apertamente di supporto all'Isis. In compenso anche a Londra i jihadisti di rientro possono contare sul premuroso e disinteressato sostegno dello Stato. Grazie al programma di deradicalizzazione battezzato «Operation Constrain» (Operazione Vincolo) gli ex terroristi possono contare su forme di assistenza sociale e su posizioni di favore nelle liste per l’assegnazione di abitazioni pagate dallo Stato.

di Domenico Pio Abiuso

Les copines d'Allah

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Une autre catégorie sociale a été récemment impliqué dans cette dynamique: les femmes, aussi appelées “les copines d'Allah.” L’origine ethnique et sociale des femmes kamikazes présente une grande hétérogénéité. Historiquement, les femmes ont, depuis longtemps, été associées à des mouvements politiques violents. De la Révolution française ou russe aux mouvements terroristes des années ‘70 et ‘80, en passant par les mouvements de libération nationale, notamment en Algérie, les périodes de guerre et de répression ont permis aux femmes islamistes d’acquérir le statut valorisant de résistante (moujahida) voire de martyre (shahida). L’évolution de la femme d’un rôle essentiellement d’auxiliaire à un rôle plus actif et opérationnel comme celui de kamikaze est toutefois assez récente. En manifestant leur engagement politique par la mort sacrificielle et le don de soi, ces shahidas empruntent une voie qui, jusqu’à présent, n’était suivie que par des hommes jeunes, que l’on dit tout simplement fanatisés. Palestiniennes, Tchétchènes, Libanaises ou Irakiennes, étudiantes ou mères de famille, adolescentes ou grand-mères, il est bien difficile d’établir un profil social type de la kamikaze. Certaines de ces femmes avaient même devant elles un avenir prometteur de juriste ou d’universitaire. Elles jouissaient, pour la plupart, d’un très bon niveau d’éducation et étaient parfois issues de familles aisées. Certaines organisations, comme le PKK (Parti des travailleurs du Kurdistan), ont depuis longtemps approuvé et encouragé la participation des femmes à leurs actes violents. D’autres, comme Al-Qaïda, n’avaient nullement prévu le phénomène des femmes missiles et furent les premiers surpris. Précisons toutefois, que le recrutement des femmes n’est parfois que la conséquence de décisions prises par des réseaux locaux en manque de combattants. Entre 1985 et 2007, plus de 230 attentats suicides à la bombe ont été perpétrés par des femmes. Cependant, il semble que ce qui relie ces femmes jihadistes entre elles soit davantage d’ordre idéologique qu’opérationnel. C’est au Liban que le phénomène des femmes kamikazes est apparu pour la première fois dans le monde arabo-musulman: le 9 avril 1985, Sana Khyadali, une jeune femme membre du parti nationaliste syrien, faisait exploser sa voiture piégée près d’un convoi militaire israélien. Ce phénomène est par conséquent nouveau et s’est amplifié après la seconde intifada. Le 27 janvier 2002, Wafa Idriss, une ambulancière de 25 ans, commettait un attentat suicide en plein coeur de Jérusalem ouest, devenant ainsi la première kamikaze palestinienne. Durant les six mois qui ont suivi cet attentat, les femmes ont représenté un cinquième des auteurs d’attaques suicides. Parmi elles: Dareen Abu Ayshah, âgée de 21 ans, qui a activé sa ceinture d’explosifs à un barrage militaire israélien en Cisjordanie, le 27 février 2002; Hanadi Jaradat, une avocate palestinienne de 29 ans, s’est fait sauter dans un restaurant à Haïfa, le 4 octobre 2003, tuant 21 personnes. En janvier 2004, Reem Salah al Rayacha, 22 ans, laissait à la maison sa fille de 18 mois et son fils de 3 ans pour aller se faire exploser au point de passage d’Ertz, entre Israël et la Bande de Gaza. Ces exemples ont ensuite rapidement été suivis par d’autres. Le 30 avril 2005, deux femmes voilées ont attaqué un bus transportant des touristes en Egypte. Le 23 novembre 2006, Fatima Omar Mahmoud al-Najar, une Palestinienne de 57 ans, mère de 9 enfants et grand-mère de 41 petits-enfants, s’est fait exploser dans la bande de Gaza. Précisons que nombre de ces femmes n’ont pas attiré l’attention des forces de sécurité car elles transportaient leurs bombes sous leurs vêtements, laissant croire qu’elles étaient enceintes, ou dans les poussettes des enfants. Le phénomène des femmes kamikazes touche également l’Europe. Le 9 novembre 2005, Muriel Degauque, une Belge de 38 ans convertie à l’islam, commettait un attentat suicide dans le nord de Bagdad, tuant cinq policiers et quatre civils. Depuis 2000, on assiste à une augmentation progressive des attaques kamikazes perpétrées par des musulmanes, que ce soit en Irak, en Egypte, en Ouzbékistan ou dans le Maghreb, qui semble être devenu le théâtre du terrorisme transnational. L’attentat suicide qui a ciblé, le 28 janvier 2008, un commissariat dans la wilaya de Boumerdes, en Algérie, a été commis par une jeune Algérienne de 26 ans. Le passage à l’acte ne repose pas sur un processus ou un facteur unique. Les raisons de leur participation aux actes suicidaires varient considérablement d’un pays à l’autre, selon la culture et le vécu personnel de chaque femme. S’il est, par conséquent, difficile de généraliser les cas, nous pouvons toutefois tenter d’expliquer comment certains facteurs psychologiques et politiques peuvent influencer ces scénarios féminins de mort volontaire. La culture arabo-musulmane offre une image négative de la femme. La première source de toutes les discriminations encore défendues par les islamistes est le refus de l’égalité entre les hommes et les femmes. Ce refus est justifié par un verset coranique qui stipule que “les hommes leur sont supérieurs d’un degré [aux femmes]”. Des énoncés isolés de leur contexte sont devenus des fondements juridiques intangibles qui hypothèquent l’évolution du droit, des institutions, des mœurs et de la société. Ainsi, la tutelle des hommes sur les femmes, encore en vigueur dans tous les pays arabes, est justifiée au nom de ce verset coranique. Ce droit s’accompagne, dans cette conception, de l’obligation d’obéissance de la femme vis-à-vis de son tuteur, ainsi que du droit à la correction qui revient à l’homme à l’encontre de la femme jugée rebelle. Face à cette situation, certaines musulmanes peuvent intérioriser ces stigmates en les renforçant. Leur identité négative leur apparaît comme le résultat de leurs insuffisances personnelles et de l’ordre naturel - donc un fait inévitable - et non comme le résultat des rapports sociaux qui définissent leur place dans la société. De ce fait, elles renchérissent sur leur identité de femme faible et dépendante, et la renforcent. Toutefois, dans certaines circonstances, un retournement sémantique se produit, qui renverse les valeurs et transforme la négativité en positivité. Souffrant d’une image de soi si compromise, certaines peuvent développer une haine de soi et intégrer les mouvements islamistes radicaux, conduisant à des actes extrêmement violents. La haine, fait clinique fondamental, n’est pas sans incidences sociales. Les femmes martyres sont les agents les plus dramatiques de cette situation. En perpétrant des actes terroristes, ces femmes expriment par les armes et la mort leurs ressentiments et leur haine, et s’identifient aux hommes. L’attentat terroriste devient une sacralisation de soi dans la mort lorsque le sentiment que l’on ne peut pas réaliser son idéal dans la vie prévaut. Quand l’horizon du futur est perçu comme bloqué, on se projette vers la mort, qui devient le lieu de réalisation de soi. Dans ce type d’engagement, les conflits locaux sont des facteurs de motivation déterminants et critiques; toutefois, chaque cas demeure unique. L’épuration dont ont été victimes certains mouvements islamistes a contraint ces derniers à placer les femmes sur le devant de la scène. En l’absence des hommes, elles ont joué un rôle indispensable dans la formation des réseaux de solidarité, la prise en charge des militants en fuite ou dans la clandestinité, l’établissement des contacts entre les prisonniers et les militants à l’extérieur, etc. Les contextes de répression ont renforcé le rôle des femmes et entamé un changement des rapports entre genres au sein des courants islamistes. Certaines militantes ont ainsi pu disputer des espaces de reconnaissance dans leur propre courant politique, accéder au sommet de leur formation et devenir mythiques à l’instar de l’Egyptienne Zaynab al-Ghazali, qui s’est imposée lors des arrestations de 1948-1950, ou de la Marocaine Nadia Yassine, leader du parti islamiste marocain al-Adl wal Ihssan (“Justice et Spiritualité”). Quant au parti palestinien Hamas, il a accepté l’inscription de 20% de femmes sur ses listes lors des élections de 2006. Dans certaines sociétés musulmanes féodales et tribales, l’organisation jihadiste est la seule structure qui offre à la femme un choix autre que le rôle traditionnel d’épouse ou de mère, en leur proposant un nouveau style de vie. Et, au prix de leurs sacrifices, les femmes kamikazes trônent à titre posthume sur les posters et les fresques allégoriques consacrés aux glorieux martyrs de la nation. Cette douteuse consécration égalitaire via la mort volontaire inspire des envolées lyriques à des centaines de femmes musulmanes en quête de liberté et d’égalité du genre.

di Francesca De Simone

Elezioni regionali in Catalogna, vincono gli indipendentisti

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Barcellona. La maggioranza degli elettori catalani ha preferito l'animo indipendentista a quello unionista di Madrid: è questo il primo verdetto emesso dalle urne. Elezioni disputate in un clima eccezionale: infatti ben 2 dei 7 candidati alla presidenza non hanno potuto votare: il presidente uscente destituito Puigdemont, capolista di JuntsXCat é attualmente in esilio in Belgio e Il leader di Erc Osqueras é in custodia cautelare. L'affluenza alle urne è stata molto elevata, circa l'82% dei 5,5 milioni di aventi diritto. Gli elettori hanno voluto dimostrare, con questa partecipazione di massa alle urne, la loro intenzione di non essere sottomessi alla Spagna: infatti attualmente, dopo l'applicazione dello scorso 27 ottobre dell'articolo 155 della Costituzione, la Catalogna ha perso tutta la sua autonomia. Come detto in precedenza a prevalere sono stati i partiti indipendentisti che avranno nel futuro parlamento una maggioranza risicatissima sull'opposizione unionista: 70 seggi su 135. A rappresentare la maggioranza saranno il partito di Puigdemont JuntsXCat (34 seggi), la sinistra radicale dell'ex vicepresidente Osqueras (32 seggi) e il Cup di Carles Riera (4 seggi). Ma primo partito in assoluto é stato Ciutadans, lista centrista unionista capeggiata dalla deputata 36enne Ines Arrendas, che fa riferimento a Ciudadanos di Albert Rivera. Il carisma e l'abilità oratoria di questa donna, hanno spinto ben 1,1 milioni di persone a votarla. Nel discorso di ringraziamento di ieri sera la Arrendas ha affermato: "Questa è una meravigliosa vittoria per la Catalogna, per la Spagna e per L' Europa". Il suo sogno: "Conquistare un giorno la presidenza della Generalitat". Tra gli altri partiti in lizza vi é un leggero calo per i socialisti catalani di Iceta e un buon risultato Della lista civica di Ada Colau, sindaco di Barcellona appoggiata da Podemos. Risultato molto negativo per il Partito Popular del premier Mariano Rajoy che racimola soltanto il 4% dei voti e 3 seggi in Parlamento che non saranno sufficienti per formare un gruppo parlamentare autonomo. Adesso scattano le trattative per trovare un'intesa di governo, non facili siccome dovranno convergere su un unico presidente. JuntsXCat rivendica, in quanto primo partito di coalizione, Puigdemont come presidente, che però almeno al momento non può svolgere le sue funzioni in quanto in patria pendono su di lui varie accuse che, se confermate, equivalgono a circa 30 anni di carcere. Gli accordi però dovranno concludersi entro il 23 gennaio, ultima data disponibile per convocare la prima seduta del Parlamento. In caso contrario entri tre mesi il governo centrale dovrà indire nuove elezioni. Bisogna attendere però se la Spagna, revocherà adesso, come promesso, l'articolo 155. Un cosa é certa: la situazione catalana potrà essere risolta soltanto con una mediazione tra UE, stato spagnolo e governo regionale.
 
di Giuseppe Petruccelli

Francia, ritratto di Laurent Wauquiez neopresidente de Les Republicains

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Tolone (Francia). Domenica scorsa, in un Palais Neptune strapieno, è stato eletto il nuovo presidente de Les Republicains, partito erede della destra gollista francese. Si tratta di Laurent Wauquiez, 42 anni, volto nuovo del centrodestra francese. Un plebiscito per lui: con oltre il 74% dei voti non si è dovuto ricorrere nemmeno al ballottaggio. A Wauquiez tocca adesso un compito arduo: guidare un partito che ha subito scandali, sconfitte elettorali e scissioni negli ultimi anni. La più terribile qualche mese fa, quando il candidato di centrodestra all’Eliseo Fillon non è arrivato al ballottaggio, evento molto raro nella storia politica francese. Per non ripetere gli stessi sbagli del passato, Wauquiez è davanti a un bivio:unificare un partito diviso tra l’ala radicale e quella moderata o cercare i voti ancora più a destra. Obiettivo comune: vincere le elezioni presidenziali del 2022 e riportare dopo dieci anni i gollisti all’Eliseo. Subito dopo la vittoria, infatti, Wauquiez ha alzato i toni: “La destra è tornata”. Le parole d’ordine dei Les Republicains nella prossima campagna elettorale saranno: rafforzare l’identità cattolica contro l’Islam, condurre politiche sull’immigrazione dure e vedere una UE condotta dagli Stati membri e non dai burocrati di Bruxelles. Wauquiez è stato votato poiché rappresenta al meglio l’immagine di un politico anti-establishment proveniente dalle aree rurali lontane dalle grandi città. Rappresenta quelli che hanno votato prima De Gaulle, poi Chirac e Sarkozy e che negli ultimi anni sono rimasti affascinati dal Front National di Marine Le Pen. Anche dall’abbigliamento dimostra di essere un uomo comune, proveniente dalla medio borghesia provinciale: senza cravatta e con un parka rosso sopra la giacca. Egli incarna il politico più a destra e più connesso con la pancia del Paese. Per riconquistare questo elettorato e fermare l’emorragia di voti, i membri del partito lo hanno scelto. Wauquiez ha cominciato a fare politica dal basso: nel 2008 è diventato sindaco di Le Puy-en-Velay, un comune di circa 20mila abitanti. Poi, nel 2015, è stato eletto presidente dell’Alvenia-Rodano-Alpi, una delle macroregioni francesi più popolose. Wauquiez conosce i problemi e i desideri di quella Francia cheha perso il lavoro per colpa della globalizzazione e mal sopporta la prima, seconda e terza generazione di immigrati. Parla il loro linguaggio, sa usare le parole giuste per convincere chi ha nostalgia del passato e paura del futuro. Wauquiez si ispira a due modelli politici: Chirac per i modi di relazionarsi con le persone e Sarkozy per la determinazione. Fu proprio quest’ultimo a nominarlo portavoce del premier Fillon nel 2007. Molti associano la sua figura a quella dell’ex presidente: gli stessi slogan (“Ici c'est la France”), gli stessi gesti e addirittura gli stessi temi. Infatti, Wauquiez è noto per alcune sue posizioni estremiste mentre era sindaco: nel 2016 si rifiutò di celebrare un matrimonio gay e di accogliere i profughi. Su queste tematiche la sua posizione è molto vicina a quella del Front National. Dalla convention di domenica, in molti parlano di una possibile alleanza tra il partito della Le Pen e Les Republicains per contrastare En Marche di Macron. Voce subito smentita dalla numero due di Wauquiez, Virginie Calmels. Infatti, la strategia di Wauquiez è chiara: Les Republicains non si alleeranno mai con il Front National perché vogliono svuotare il bacino elettorale di Marine Le Pen. Inoltre, durante un comizio, il neopresidente ha definito la leader di FN “non all’altezza” e “non la voteranno mai”. Serve, secondo lui, una figura carismatica che non venga largamente sconfitta al ballottaggio.  Nel corso degli anni Wauquiez ha cambiato più volte idea sull’Unione Europea. Inizialmente a favore dei trattati di Roma, nel 2011 ha definito Schengen “un colabrodo” e l’Erasmus “una truffa”. Inoltre vorrebbe abolire l’attuale commissione europea e creare un’unione a sei stati. In una recente intervista ha criticato il presidente francese Macron sulla proposta di riforma dell’eurozona.  Sono evidenti i segnali che Wauquiez voglia diventare l’anti-Macron. I due hanno alcune caratteristiche comuni: entrambi hanno meno di 45 anni, sono nati in provincia e hanno frequentato lo stesso prestigioso liceo di Parigi: l’Henri-IV e l'Ecole nationale d'administration (ENA), la scuola d'elite che forma la classe dirigente francese. Le somiglianze però terminano qui. Macron viene dalla media borghesia, Wauquiez invece da una famiglia di industriali tessili e navali di origine belga. Le dichiarazioni di Macron sono complesse, articolate e, alcune volte, pesanti; il linguaggio di Wauquiez è invece diretto, semplice, quasi provocatorio. Macron intende presentarsi alle elezioni europee 2019 con una lista europea federalista che superi le distinzioni destra e sinistra. Wauquiez invece porterà avanti la sua visione di un’Unione europea più in mano ai governi nazionali. La scommessa dei Les Republicains sarà quella di porre Wauquiez come uomo del fare, concreto contro le promesse non mantenute da Macron. Il leader del partito ha già attaccato varie volte il presidente francese sull’immigrazione e sull’economia. Ma non solo. Ha toccato due temi cari alla destra: propone un enorme taglio della spesa pubblica, pari 55% del PIL, e critica la riforma sul lavoro di Macron, giudicata molto timida. La vittoria di domenica ha consegnato alla Francia un nuovo leader destinato a cambiare lo scenario dei prossimi anni. Anche se solo centomila militanti dei Les Republicains hanno votato nelle elezioni interne, quasi cinquantamila in meno rispetto alle stesse elezioni del 2014, ci sono grandi aspettative. La strada per il nuovo leader dei Les Republicains è appena iniziata.

di Giuseppe Petruccelli

Il generale Claudio Graziano nominato presidente del Comitato Militare Europeo

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“Sono onorato della nomina a Presidente dello European Union Military Committee e ringrazio tutti i Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi dell’Unione per la fiducia accordatami. Desidero esprimere la mia gratitudine al Governo, e in particolare al Ministro della Difesa, Senatrice Roberta Pinotti, per il pieno supporto alla mia candidatura. All’attuale Chairman, il Generale Mikhail Kostarakos, rivolgo un caloroso ringraziamento per lo straordinario lavoro svolto. In attesa di assumere l’incarico, voglio rimarcare che continuerò ad assolvere, con assoluta dedizione e grande orgoglio, i compiti di Capo di Stato Maggiore della Difesa al servizio del Paese e confermo la mia ammirazione per tutti i militari italiani che quotidianamente, in Patria e all’estero, operano con grande e coraggio e abnegazione. Posso solo anticipare che, una volta in carica, mi impegnerò al massimo delle mie capacità per rafforzare ulteriormente l’autorevolezza del Comitato Militare, per contribuire fattivamente al progetto di realizzazione della Difesa europea e per garantire che l’Unione Europea sia pienamente in grado di rispondere a 360º alle nuove sfide alla sicurezza”. Questa la prima dichiarazione del Generale Graziano, neo eletto Presidente del Comitato Militare dell’Unione Europea (Chairman of the European Union Military Committee – CEUMC) dai 27 Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi membri dell’Unione Europea, riunitisi oggi a Bruxelles. L’incarico, di durata triennale, sarà ricoperto a partire dal mese di novembre 2018, quando il Generale Graziano succederà all’attuale Presidente, il Generale Mikhail Kostarakos, in carica dal 6 novembre 2015. Il Presidente del Comitato Militare è la più alta autorità militare della UE e, come tale, è il consulente militare dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, ma ha anche il compito di presentare i pareri e le decisioni di natura militare, assunte dal Comitato Militare, presso il Comitato Politico e di Sicurezza (PSC), nonché di fornire direttive e linee guida al Direttore Generale dello European Union Military Staff (EUMS). Il Comitato Militare è stato istituito, con decisione del Consiglio dell’Unione Europea, il 22 gennaio 2001, con il compito di dirigere tutte le attività militari nel quadro dell’UE, con particolare riferimento alla pianificazione e l’esecuzione delle missioni militari. L’Italia aveva già ottenuto la guida dell’alto consesso con il Generale Rolando Mosca Moschini, che fu in carica dall’aprile 2004 al novembre 2006. L’odierna nomina, oltre a confermare la chiara professionalità del Generale Graziano e la stima di cui gode a livello internazionale, è anche una preziosa conferma di quanto sia apprezzato l’impegno delle Forze Armate italiane nel mondo. I militari italiani garantiscono infatti un contributo fondamentale per l’Unione Europea, non solo in termini di partecipazione numerica, ma anche per la qualità professionale dimostrata in decenni di partecipazione alle operazioni della UE. Parimenti, la nomina del Generale Graziano è anche un riconoscimento del ruolo politico-strategico giocato dal nostro Paese, che crede profondamente nella necessità della creazione di un sistema di Difesa europea.

fonte Stato Maggiore della Difesa

Referendum indipendentistico spagnolo: tensione tra la Catalogna e Madrid

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Agli inizi del mese di giugno 2017, il Parlamento della Catalogna con legge regionale, ha deciso di indire un nuovo referendum sull’indipendenza della comunità autonoma di rappresentanza, predisponendo il giorno delle consultazioni per il 1 ° ottobre dello stesso anno, dopo le precedenti elezioni che si erano tenute il 9 novembre 2014 e che avevano decretato un nulla di fatto. In realtà, il tentativo di disporre di consultazioni referendarie è da ricercare indietro nel tempo, infatti tra il 2009 e il 2011, vennero organizzati dei referendum non vincolanti e non ufficiali a carico dei volontari di ogni comune, ottenendo una larga risposta a favore dell’indipendenza. Le motivazioni per cui la Catalogna vuole divenire un vero e proprio Stato autonomo appartenente all’Unione Europea, sono da ricercare nella specificità delle sue caratteristiche linguistiche e tradizional-culturali. Tornando al quesito referendario dello scorso 1° ottobre, le reazioni del governo e delle istituzioni centrali spagnole non si sono fatte attendere, infatti, il 7 settembre il tribunale costituzionale spagnolo ha accolto il ricorso del governo centrale di Madrid presieduto da primo ministro Mariano Rajoy con cui si chiedeva l'annullamento per incostituzionalità della legge regionale catalana che aveva istituito il referendum, annullando la sopracitata legge. Insieme alla sentenza del tribunale costituzionale, è giunto anche l’intervento della procura generale, che ha denunciato per i reati di disobbedienza e prevaricazione Carles Puigdemont, presidente del Governo della Catalogna insieme a tutti i membri dell'Ufficio di presidenza del Parlamento regionale, ordinando a tutte le forze dell’ordine del Paese d’impedire lo svolgimento di tale referendum e di sequestrare il materiale di propaganda e le urne. Nella giornata del voto, ci sono stati momenti di tensione con tafferugli tra la polizia e i cittadini che intendevano votare con più di ottocento feriti. Andando ad analizzare i risultati finali del voto, secondo il parlamento catalano, avrebbero votato 2.286.217 di persone aventi diritto (43,03 %), con 2.044.038 SÌ (92,01%) e 177.547 NO (7,99%).  Il governo centrale spagnolo, ha ribadito fortemente di negare la validità alla consultazione. Nei giorni a seguire, il parlamento catalano, ha emanato la “Dichiarazione d’indipendenza della Catalogna”, un documento che assume valenza di Costituzione con il quale si dichiara la Catalogna Stato indipendente dalla Spagna che però è stata sospesa in attesa di una contromossa da parte di Madrid. Il governo spagnolo potrebbe applicare l’articolo 155 della costituzione, che dichiara che se un governo regionale mette in atto un comportamento tale da andare contro gli interessi dell’intera nazione, lo Stato può assumere il controllo delle istituzioni politiche ed amministrative della regione autonoma “ribelle”.

di Domenico Pio Abiuso