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L'indifferenza è il peso morto della storia

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L’Anniversario della Liberazione d'Italia avvenuto pochi giorni fa ci offre lo spunto per ricordare le parole di un partigiano, Antonio Gramsci, il quale diceva che vivere è prendere posizione. Nello specifico, nel testo “11 febbraio 1917” egli scrive che il male non lo fanno solo i pochi che lo vogliono ma anche coloro che consentono, con il silenzio omertoso, che esso vada avanti. Egli diceva che “l’indifferenza opera potentemente nella storia”. Parlava di indifferenza ma anche di ipocrisia, quella che spesso circonda l’uso e la vendita delle armi. In questi due mesi di guerra in Ucraina abbiamo sentito dalla diplomazia occidentale parlare solo di armi. Le stesse, alla cui fabbricazione, lo Stato italiano non ha rinunciato, nemmeno durante il lockdown. Gli stabilimenti, infatti, sono rimasti aperti in quanto ritenuti attività di prima necessità. Come se non bastasse, l’Italia si è impegnata a portare le spese militari al 2 per cento del PIL (ora siamo all’1,41 per cento), dapprima entro il 2024 e poi in una più graduale crescita entro il 2028. In realtà, i paesi della NATO cominciarono a parlare della necessità di destinare il 2 per cento del PIL di ciascun paese alle spese militari già nel lontano 2006, al vertice NATO di Riga, in Lettonia. In questo modo, in Italia, le spese annuali dovrebbero passare dagli attuali 25 miliardi di euro a 38 milioni. Tuttavia, non vi è ancora un piano sulla ridistribuzione di queste nuove risorse. La speranza è che un aumento delle spese per la difesa non rappresenti una nuova corsa agli armamenti. Le armi uccidono e distruggono, per la semplice ragione che nascono per questo. Sapere che l’Italia vende gli strumenti necessari affinché ci possa essere una guerra fa male al nostro senso di colpa. Tutto quello che non vogliamo vedere va nascosto. E così, mentre lo Stato vende armi di distruzione, noi siamo persi nelle armi mediatiche di distrazione, perché l’opinione pubblica deve sopire, non essere partecipe. E allora tornano in mente le parole di Antonio Gramsci: “Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. Ragione per cui va bene anche il segreto di Stato sulle armi che inviamo all’Ucraina. Il governo italiano ha deciso di schierarsi con l’Ucraina, ma questa non è l’unica guerra in cui abbiamo preso posizione. Decidendo a chi vendere le armi, decidiamo da che parte del conflitto stare. Il principale acquirente degli armamenti italiani è l’Egitto. Non dobbiamo dimenticare però anche Qatar, Turchia e Kuwait, solo per citarne alcuni. Negli anni scorsi, l’Italia ha venduto armi e sistemi militari alla colazione saudita nella guerra contro lo Yemen, salvo poi, tornare indietro sui suoi passi per l’indignazione dell’opinione pubblica e dell’organizzazione per i diritti umani. Se ciò non fosse avvenuto, altri bambini e civili yemeniti sarebbero morti sotto le bombe che portavano il codice A4447, riconducibili alla fabbrica di armi in Sardegna. E quindi, si, “l’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”. 
La produzione di armi è un business. E l’Italia ama questo tipo di business. 
La legge n. 185 del 1990 stabilisce infatti che le esportazioni di armamenti “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che “le operazioni devono essere regolamentate dallo Stato secondo i princìpi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. 
La produzione militare italiana, secondo quanto specificato pocanzi, dovrebbe essere indirizzata alla sola difesa e sicurezza del nostro Paese. Eppure, l’Italia è presente nelle aree di maggior tensione del mondo. Quella del business degli armamenti non può più essere un tema marginale. Non in una democrazia. Un’opinione pubblica che ripudia la guerra, deve farlo in ogni suo aspetto, perché l’indifferenza permette e alimenta le ingiustizie. Perché la storia va avanti per il male voluto da pochi e il silenzio omertoso dei tanti. 
 
di Daniele Leonardi
 

Nessuno vuole la pace

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Da Roma Papa Francesco è tornato a invocare la pace: due donne, Irina e Albina, una russa e una ucraina, hanno portato insieme la Croce nel giorno del Venerdì Santo. La scelta, però, è stata ampiamente criticata sia da parte dell'ambasciata ucraina nella Santa Sede, sia dalla Chiesa cattolica di Kiev. Per protesta, i media cattolici ucraini non hanno trasmesso la Via Crucis del Pontefice al Colosseo. La stessa scelta è stata fatta dai canali televisivi nazionali. Sul sito della Risu, l’agenzia ucraina di informazione religiosa, si legge: “Gli ucraini ritengono che gesti di riconciliazione siano possibili solo dopo la fine della guerra e il pentimento dei russi". 
Dunque, se anche la Chiesa di Kiev ha in mano l’ascia di guerra, chi lotta per la pace? 
La parola ‘negoziato’ non è mai stata pronunciata né dal presidente degli Usa Biden, né dal segretario della Nato Stoltenberg, né dal segretario di Stato americano Blinken, tantomeno dal primo ministro britannico Johnson. L’Europa ha deciso di sostenere l’Ucraina, aiutare un Paese aggredito sul suolo europeo, affinché esso potesse essere in grado di negoziare un compromesso, per arrivare ad un cessate il fuoco. O almeno questo era l’idea iniziale che si aveva in Occidente. Tuttavia, sulla bocca di tutti i leader occidentali continuiamo a sentire solo la parola guerra; non abbiamo ancora udito qualcuno che abbia pronunciato la parola pace.
L'abbraccio simbolico dell'Unione europea all'Ucraina è arrivato con la visita della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e l'Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, a Kiev per incontrare il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Una missione che è servita anche per avviare il negoziato di adesione all'Ue dell’Ucraina. Anche in questa occasione, Ursula von der Leyen non ha parlato di possibile soluzione, di evitare altri spargimenti di sangue, ma solo di sostegno con armi e sanzioni. Citando le parole del Corriere della Sera, “Biden non ha intenzione di affondare il colpo contro Putin ma si prepara, invece, a uno scontro sul lungo periodo”. La sensazione è che gli Usa non vogliano che la guerra finisca nel breve periodo. Il giornalista e Premio Pulitzer Glenn Greenwald, ha parlato degli Stati Uniti in questi termini: “Stanno conducendo una guerra per procura contro la Russia, usando gli ucraini come loro strumento”. Gli Usa vogliono che l’Ucraina sia il Vietnam di Putin. L’obiettivo di Washington, attualmente, non è quello di portare le due parti al tavolo dei negoziati, ma trasformare l’Ucraina in un pantano per la Russia, letale per la sua economia. Ecco, quindi, il motivo della scelta politica occidentale di continuare ad inviare armi a Kiev, in quanto ciò non contribuirà al successo militare dell’esercito ucraino nell’immediato, ma prolungherà una guerra che indebolirà la Russia nel lungo periodo. Entrambe le parti vogliono proseguire il conflitto fino alla vittoria.  La pace invocata (solo) dall’opinione pubblica occidentale ha bisogno di una riflessione che metta al centro le vittime per essere ascoltata. Ma chi sceglie la guerra come risoluzione dei non ne vuole una fine, ma solo arrivare ad uno scontro che produca un vinto e un vincitore.
 
di Daniele Leonardi
 
 

Dietro Guernica c’è Mariupol

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La terra trema, la gente scappa. Il terremoto a Mariupol si è abbattuto dall’alto. 
Quel bombardamento civile di cui raccontava Picasso in Guernica ha trovato nuova vita in Ucraina. A Mariupol c’è la storia che si ripete. 
Sulla capitale religiosa e storica dei paesi baschi si abbatterono aerei tedeschi e italiani nell’aprile 1937. Anche italiani, perché nessun popolo è sottratto da responsabilità, tantomeno noi. Perché l’indignazione che proviamo verso le morti innocenti ucraine deve essere la stessa dei bambini colpiti dai bombardamenti in Siria o in Yemen, perché non esistono vittime di serie A o di serie B. Perché le guerre sono tutte uguali: Guernica è Mariupol, ma anche Vietnam, Afghanistan, Yemen, Palestina, Bosnia, Siria, Cecenia. 
Vittorio Arrigoni, attivista filopalestinese, oltreché giornalista e scrittore italiano, diceva che “il silenzio del «mondo civile» è molto più assordante delle esplosioni che ricoprono la città come un sudario di terrore e morte”. Egli parlava di silenzio, lo stesso che ha dipinto Picasso, perché nel silenzio c’è l’ipocrisia. Quell’ipocrisia che ha visto, negli stessi minuti, gli aerei russi bombardare l’ospedale pediatrico di Mariupol e Putin discutere di diritti dell’infanzia dei bambini delle Repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Questa triste verità, che conosceva bene Picasso, è da lui rappresentata nel dipinto dal cavallo centrale raffigurato con una texture che ricorda le pagine dei giornali: quella stampa di regime, che, nel negare l’accaduto, ha ucciso al pari delle bombe. Quell’ipocrisia che ha visto il riconoscimento dei bombardamenti di Guernica solo nel processo di Norimberga, in cui, tra l’altro, si è anche appurato che si trattava di un test: “Guernica fu per la Lutwaffe un terreno di prova. Non conoscevamo un luogo più adatto per far compiere un test ai nostri bombardieri”. Queste le parole di Hermann Goering, allora generale tedesco.
Forse perché la storia è ciclica, la Russia ha fatto lo stesso a Mariupol. Perché se bombardi un ospedale è un test. Un messaggio rivolto all’occidente, visto indebolito dalla democrazia, per testare la sua capacità di sopportare l’orrore. Ma se è vero che ci si abitua a tutto, a tutto non ci si può abituare. Infatti, secondo la filosofa Susan Sontag, “la nostra capacità di sopportare il crescente grottesco delle immagini e delle parole scritte ha un prezzo oneroso. Alla lunga non è una liberazione ma una riduzione dell’io: una pseudo-familiarità con l’orribile rafforza l’alienazione e diminuisce la nostra capacità di reagire ad esso nella realtà”. Ci siamo abituati a vedere nella nostra quotidianità le immagini della guerra facendo finta di nulla, perché in fondo la guerra era fisicamente e culturalmente lontana e, quindi, «giustificabile». Ora è caduta una bomba sull’Europa, che ci ha svegliato da un sonno apparente. 
Nel Donbass e nel mondo si combatte per dei confini, ma Vittorio Arrigoni ci ha insegnato che quest’ultimi non esistono, che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, quella umana. La guerra non è scoppiata oggi, è solo più vicina.
 
Daniele Leonardi
 

Marocco, destino crudele per il bimbo caduto nel pozzo e deceduto

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Una notizia che ha tenuto in apprensione tutto il mondo è stata quella della caduta del piccolo Ryan Ourram in un pozzo (profondo 32 metri, largo solo 25 centimetri) situato in un appezzamento di terreno di proprietà della famiglia a Tamrout, nel nord del Marocco. Per cinque lunghissime giornate medici, soccorritori con mezzi, speleologi e gente comune hanno scavato un tunnel parallelo, a volte anche a mani nude, per salvargli la vita. Le operazioni di salvataggio del bimbo hanno avuto degli imprevisti a causa del pericolo di smottamenti del terreno e di ritardi dovuti a rocce da rimuovere per creare il cunicolo per portare in salvo il bambino. I soccorritori sono poi riusciti a mettersi in contatto con il piccolo tramite un collegamento radio e a fargli arrivare ossigeno, acqua e viveri con una sonda. Il bimbo, comprensibilmente affaticato e spaventato, è riuscito a parlare anche con il papà Khalid e con la mamma Soumaya che hanno riferito che il piccino era confuso e che respirava a fatica. La vicenda sembrava volgere al meglio nella giornata di ieri quando le squadre di soccorso erano riuscite a realizzare delle strutture di protezione per far venir fuori il fanciullo. All’uscita dal pozzo ad attenderlo ci sarebbe stata un’ambulanza con sanitari e psicologi. Poi l’infausto epilogo: il corpicino di quell’anima innocente è tornato in superficie cadavere. Dopo quelle drammatiche ore, ai congiunti di Ryan è arrivato il cordoglio di re Mohammed VI che ha espresso profonda commozione e tristezza per un’esistenza portata via troppo presto. Il ricordo degli italiani subito è andato all’accadimento simile occorso 40 anni fa, 13 giugno 1981, ad Alfredino Rampi, precipitato anch’esso in un pozzo artesiano e morto a Vermicino, a pochi chilometri da Roma.

di Domenico Pio Abiuso

 

India messa sotto assedio dal Covid, boom di contagi e di decessi. Spaventa “l’indiana”

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Nelle ultime  settimane l'India è sotto i riflettori mondiali per un forte incremento di casi da coronavirus. Si contano 18.000.000  di infezioni (300.000 al giorno) e 200.000 decessi (100-120 ogni ora, 3.000  ogni  giorno). Negli ospedali mancano posti letto, attrezzature sanitarie, farmaci, dispositivi di protezione, ma soprattutto, ossigeno, essenziale per combattere questa pandemia, i quali, ormai pieni, rifiutano i soggetti affetti dalla patologia. La causa dell’innalzamento della curva della trasmissione del virus è da ricondurre al ritardo dell’attuazione della campagna vaccinale, ad incontri elettorali privi di distanziamento sociale, a pellegrinaggi religiosi di massa, alla riapertura di tutte le attività commerciali dal mese di gennaio e alla sottovalutazione della crisi sanitaria del Governo, tanto da far oscurare i social media. Solidarietà ed aiuti per reperire  tutto il necessario per curare gli infermi, respiratori polmonari, mascherine, camici, componenti per creare vaccini, sono arrivati da Francia, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti e Pakistan. Intanto fa paura la notizia, data dai virologi, di una nuova variante chiamata “indiana” (nome scientifico B.1.617)  scoperta in India appunto, la quale viene giudicata cinque volte più contagiosa del ceppo originario del Coronavirus. Per questo si  sta cercando di rimediare con inoculazioni di massa, con l’istituzione di treni per consegnare l’antidoto velocemente e con il coprifuoco. C’è preoccupazione anche in Europa e in Italia, poiché la predetta mutazione del Covid è approdata anche in Grecia e in Italia (che ha chiuso i confini con la Stato asiatico) con due casi a Bassano del Grappa (Vi), due indiani, padre e figlia rientrati nella nostra Nazione, i quali hanno adottato l’auto-isolamento e hanno avvisato le Autorità sanitarie. L’Istituto zoo profilattico delle Venezie sta esaminando la struttura biologica di altri campioni sospetti prelevati da due residenti nel veneziano. Sono in corso accertamenti anche in Emilia-Romagna e in Lazio, dove sono presenti le più grandi comunità sikh (indiani immigrati) d’Italia. Ormai del virus abbiamo avuto la mutazione inglese, quella sud-africana e la brasiliana, ora invece siamo preoccupati per la variante indiana. La raccomandazione è sempre la stessa, anche per gli individui già sottoposti ad inoculazione: lavaggio frequente delle mani e disinfezione con gel sanificante, uso dei presidi di protezione e non creare assembramenti.  
 
di Domenico Pio Abiuso
 
 

Voice of Hind, così l'ISIS si rivolge ai musulmani in India

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Nel febbraio 2020, il media online Al Qitaal Media Centre, lanciò  l’edizione inaugurale della rivista, “Sawt-al-Hind o “Voice” of Hind”, in lingua inglese, hindi, urdu e bengalese. Il titolo di apertura era “Allora dove stai andando? Un appello ai musulmani dell’India”. Tre giorni dopo, mentre scoppiavano delle rivolte a Delhi per la legge sull’emendamento della cittadinanza, la rivista invitava i musulmani indiani a unirsi al Jihad. Da quel momento ogni nuovo numero della rivista ha suggerito modi per i sostenitori dell’ISIS di effettuare attacchi nel Paese, mentre le forze dell’ordine erano occupate nella lotta al COVID-19.  "Voice of Hind" è la prima pubblicazione dell'ISIS incentrata sull'India e descrive le tattiche di reclutamento già applicate dal Califfato in altri contesti. Un'analisi della pubblicazione delinea cinque temi comuni nelle riviste di propaganda dell'ISIS, ovvero: insegnamento islamico; esempi di progresso ed eroismo; definizione del nemico comune; appello alla comunità e al senso di appartenenza; articoli didattici che invogliano i lettori a partecipare al jihad. La propaganda dell'ISIS nel corso degli anni si è incentrata sull'affiliazione al gruppo in un processo di radicalizzazione. Se da un lato il contesto socio-politico dell'India e il disincanto della comunità musulmana nei confronti dello Stato potrebbero rendere la pubblicazione unica nel suo genere, dall’altro i temi centrali della propaganda dell'ISIS restano coerenti. Date le peculiarità del contesto indiano, "Voice of Hind", si discosta per certi versi dalle altre pubblicazioni dell'ISIS. Una parte importante della propaganda dell'ISIS si è concentrata sulla rappresentazione di una comunità idilliaca nel Califfato. "Dabiq" ha trattato principalmente il lato umanitario del Califfato, i progressi della medicina, le iniziative della comunità e le strutture per gli anziani, incoraggiando così intere famiglie a unirsi al Califfato. Tale propaganda non è stata riscontrata nel primo numero di "Voice of Hind". Una ragione potrebbe essere che l'ISIS è più concentrato sul "Wilayat al-Hind", incitando alla violenza locale. Infatti alcuni giorni dopo le rivolte di Delhi, l'ISIS ha pubblicato un post online che le giustificava come “Azione di ritorsione” nel Wilayat al Hind. Il post riportava l'immagine di un uomo, identificato come musulmano, inginocchiato e picchiato da una folla.  La propaganda dell'ISIS ha mostrato la capacità di attingere ai fattori di attrazione della radicalizzazione, incluso il desiderio innato negli esseri umani di trovare il senso di uno scopo. L'organizzazione terroristica ha deciso di prendere di mira i musulmani indiani facendo appello a tali desideri e invocando un senso di obbligo tra di loro nei confronti dei valori della 'ummah' (comunità). Il legame tra violenza e sacrificio e il dovere verso Allah è costantemente sottolineato e usato come strumento di persuasione da gruppi jihadisti transnazionali.  La diffusione dell'influenza dell'ISIS in India negli ultimi anni è riconducibile sia ad una preoccupante radicalizzazione di giovani istruiti provenienti da stati come Kerala, Telangana e Maharashtra, i quali sono persino andati all'estero per combattere per l'ISIS, sia allo sventolio delle bandiere dell'ISIS durante le proteste indipendentiste contro l'India nella valle del Kashmir. L'ideologia dell'ISIS è incentrata su una branca del salafismo wahhabita che si riferisce fondamentalmente a un "ritorno alle tradizioni degli antenati" ed esige che i musulmani di tutto il mondo resistano al richiamo della modernità, garantendo così la santità di una forma puritana dell'Islam strettamente allineata con gli insegnamenti del Profeta Maometto.  Il più antico movimento salafita indiano in India è il Jamiat Ahle Hadith, fondato nel 1906 e praticato in 20 stati dell'India centrale e settentrionale. I musulmani indiani esercitano il loro diritto democratico di voto. Lo stesso vale per il Kerala Navdhatul Mujahideen e il movimento salafita del Karnataka meridionale nell’India del Sud.  L'imperativo per l'India è preservare la sua etica storica e multiculturale. Gli analisti sostengono che le convergenze ideologiche, tra i fautori dell’ideologia Hindutva del BJP al potere, sono state cruciali nell’ approvazione della violenza contro la minoranza musulmana, sebbene il governo non possa approvare apertamente tali dichiarazioni o atti. La NIA classifica tutti gli attacchi da parte di gruppi o individui islamici come "jihadisti", mentre quelli mentre quelli che coinvolgono gruppi di destra indù sono semplicemente etichettati come "altro", senza indagare nei loro motivi ideologici o religiosi. Inoltre, durante il lockdown imposto per frenare la diffusione del COVID-19, la retorica anti-musulmana ha raggiunto l’apice quando sono usciti i rapporti che la setta di proselitismo dei musulmani, la Tablighi Jamaat, si era riunita a Delhi nonostante le restrizioni.

di Raffaella Scarano, Miriana Esposito, Giulia De Paola e Alessio Palumbo

 

La minaccia cibernetica in Italia nell'ultima Relazione dei nostri Servizi al Parlamento

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La pandemia è stata un evento determinante in termini di impatto sulla società, sulle tecnologie in uso alla popolazione, sulla digitalizzazione di attività e servizi come pure sul conseguente ampliarsi della superficie di rischio cibernetico per l’individuo e per l’intero Sistema Paese. Si sono concretizzate ancor di più le minacce alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti. Si è evidenziato come attori ostili abbiano sfruttato, nel periodo pandemico, l’accessibilità da Internet tramite collegamenti VPN (Virtual Private Network), di risorse digitali di Ministeri, aziende di profilo strategico e infrastrutture critiche. Il Comparto, al fine di contrastare le diverse minacce cibernetiche, ha fornito informazioni su attori (statuali, strutturati, non statuali ma con sponsorizzazione statuale, criminali), vettori tecnologici, Indicatori di Compromissione (IoC), Tattiche,Tecniche e Procedure (TTP), target (istituzionali, infrastrutturali, critici e strategici), finalità (pianificate o in itinere) e azioni digitali offensive.
IL SETTORE SANITARIO
L’impegno informativo si è occupato di tutelare non solo strutture ospedaliere e centri di ricerca nazionali, ma anche le principali realtà attive nello sviluppo e nella sperimentazione di vaccini e terapie contro il Covid-19. In questo contesto, l’azione di intelligence ha rilevato tentativi di violazione di portali web e sfruttamento di vulnerabilità note e attività di phishing ma anche registrazione di domini malevoli allo scopo di ingannare gli utenti. Le intrusioni hanno riguardato in particolare operatori afferenti al settore della sanità e della ricerca, dicasteri ed altre amministrazioni dello Stato (relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2020).
TREND GENERALE DELLA MINACCIA
Per quanto riguarda le attività ostili commesse attraverso il dominio cibernetico, l’insieme dei dati raccolti dall’Intelligence ha fatto emergere un generale incremento delle aggressioni. Gli attori maggiormente interessati risultano le amministrazioni locali e ministeri titolari di funzioni critiche. Le azioni digitali ostili hanno interessato prevalentemente il settore bancario, quello farmaceutico/sanitario e dei servizi IT. Le azioni offensive di stampo hacktivista sono collegate alla rivendicazione e alla “pubblicità” posta in essere dagli attaccanti stessi, interessati ad ottenere risalto mediatico. Il complesso degli attacchi cibernetici rilevati nel 2020 ha confermato l’hacktivismo come matrice più ricorrente. I dati sulle tipologie di attacco rilevate  hanno confermato il preponderante ricorso a tecniche di SQL Injection per violare le infrastrutture informatiche delle vittime. Inoltre, attacchi Ransomware hanno coinvolto soggetti di rilievo nazionale, sia del settore sanitario che dell’industria del Made in Italy, sfruttando nuove modalità di collegamento attivate per lo smartworking. Nel 2020, rispetto all’anno precedente, c’è stato un incremento di queste azioni ostili; inoltre si è evidenziato un sostanziale azzeramento degli attacchi cyber per fini propagandistici. È stata e resta elevata l’attenzione del Comparto in direzione delle campagne con finalità di spionaggio. Queste forme di aggressione rappresentano le più insidiose per il Sistema Paese, per quanto riguarda la perdita di operatività e competitività e il dispendio di risorse economiche per la loro mitigazione.
 
di Francesca Filiberti e Raffaella Scarano
 

Tentata strage a Macerata, Traini condannato a 12 anni

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I Giudici della Cassazione hanno inflitto a Luca Traini una pena di 12 anni di detenzione con l’aggravante dell’odio razziale, oltre al pagamento del risarcimento ai feriti e alle parti civili, tra cui il comune di Macerata e la struttura territoriale del Pd. Il giovane si è reso protagonista a Macerata, il 3 febbraio 2018, di un avvenimento di cronaca per aver esploso alcuni colpi d’arma da fuoco che hanno ferito 6 persone di colore di età compresa tra i 20 e i 32 anni. Il ragazzo all'epoca dei fatti affermò di aver commesso il gesto per vendicare Pamela Mastropietro, vittima di omicidio volontario aggravato dalla violenza sessuale, vilipendio, distruzione ed occultamento di cadavere provocati da Innocent Oseghal, il 29 gennaio 2018. In seguito si scoprì, che il giovane aveva pianificato di andare in Tribunale per uccidere l’autore del brutale crimine, ma poi cambiò idea e decise di colpire soggetti dalla pelle scura. Da qualche tempo in Italia si è riacceso un odio xenofobo, forse mai sopito, contro soggetti dalla pelle scura e di diverso orientamento sessuale che non scomparirà mai finché  non si capirà che siamo tutti uguali, a prescindere da tutto.
 
di Domenico Pio Abiuso
 

Dopo l'ambasciatore Attanasio muore anche anche il magistrato che indagava sull'omicidio

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Martedì sera è stato ucciso in un’imboscata da uomini armati, William Assani, il Magistrato che indagava sull’omicidio dell’Ambasciatore italiano nel Paese africano, Luca Attanasio, del Carabiniere della scorta, Vittorio Iacovacci e dell’autista, Mustafa Milambo, avvenuto nel nord della regione del Kivu il 22 febbraio scorso. Il delitto del funzionario è avvenuto sullo stesso tratto viario (Rutshuru-Goma) che percorreva Attanasio e il suo staff per recarsi a visitare un programma di distribuzione di cibo nelle scuole. Da una settimana il Procuratore era ritornato da Goma, città congolese situata nella parte orientale dello Stato, dove aveva partecipato ad una serie di incontri con gli inquirenti impegnati nell’inchiesta inerente il decesso di Attanasio, Iacovacci e Milambo. Il portavoce della Polizia ai quotidiani locali ha affermato: “Avevano messo un posto di blocco sulla carreggiata, quando hanno visto le jeep militari hanno iniziato a sparare”.

di Domenico Pio Abiuso

 

Attentato in Svezia, probabile matrice terroristica

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Ieri alle 15.00 a Vetlanda, una città di 12.691 abitanti nel sud del Paese, un ragazzo del posto di 20 anni già noto alla giustizia per reati minori, armato di coltello, si è scagliato contro i passanti ferendone 8, di cui 3 in modo gravissimo. Gli accoltellamenti sono avvenuti in cinque diversi punti dell’agglomerato abitativo. In seguito l’aggressore è stato neutralizzato da un poliziotto con un colpo di pistola alla gamba. Il giovane, trasportato in ospedale, non è in gravi condizioni e sarà interrogato al più presto dall’ Autorità giudiziaria. Al momento restano ignoti i motivi che ha mosso la mano dell’adolescente a compiere un gesto così efferato. Gli investigatori propendono nel ritenere che si sia trattato di un atto terroristico, anche se per ora il capo d’imputazione è tentato omicidio. Il Primo Ministro svedese, Stefan Lofven, alla stampa ha dichiarato: “Esorto tutti ad inviare un pensiero alle persone colpite dalla violenza e agli uomini e alle donne dell’assistenza sanitaria, della polizia che lavorano per prendersi cura dei feriti”. Nello Stato del nord Europa l’allerta antiterrorismo è massima, in quanto già preso di mira in passatp dalle organizzazioni estremiste: nel dicembre 2010 Stoccolma fu vittima di due esplosioni, che causarono 1 morto e 2 feriti. In quell’occasione si trattò di un atto suicida, preceduto da minacce nelle quali si disapprovava la presenza di contingenti militari svedesi in Afghanistan; nell’aprile 2017, sempre nella capitale, un richiedente asilo uzbeko uccise 5 persone investendole con un camion rubato. Il terrorista disse di aver agito per vendicare la guerra degli occidentali contro l’Isis.

di Domenico Pio Abiuso

 

Agguato in Congo, commando uccide Ambasciatore italiano, carabiniere della scorta ed autista

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Il tragico fatto di cronaca è accaduto ieri mattina nella Repubblica democratica del Congo, nel nord della regione del Kivu. L’ambasciatore italiano nella Nazione, Luca Attanasio, il carabiniere, Vittorio Iacovacci e il loro autista, Mustapha Milambo, sono stati assassinati in un’imboscata da sei guerriglieri mentre si recavano a visitare un programma di distribuzione dell’Onu di cibo nelle scuole. Secondo la ricostruzione degli avvenimenti, il conducente della vettura dove viaggiavano il diplomatico e il militare sarebbe stato freddato immediatamente, invece Attanasio e Iacovacci sarebbero stati rapiti e portati nella foresta dove sarebbero stati colpiti mortalmente. La notizia si è diffusa ben presto in Italia, dove ha lasciato attonita l’opinione pubblica del nostro Paese. Cordoglio alle famiglie dei tre malcapitati dalle Istituzioni italiane che parlano di lutto per questi servitori dello Stato. La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ordinato l’esposizione a mezz’asta della bandiera italiana e di quella europea nelle Sedi istituzionali e negli uffici pubblici. Intanto la Farnesina ha chiesto all’Onu un dossier dettaglio sull’uccisione dei tre uomini per fare piena luce sull’accaduto.

di Domenico Pio Abiuso

 

Usa, scontri a Washington. Una democrazia ferita

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Nella giornata di ieri gli Stati Uniti d’America hanno vissuto la giornata più nera per la loro democrazia. Dopo che il Presidente uscente, Donald Trump, aveva bollato il neo presidente eletto, Joe Biden, come illegittimo, migliaia di sostenitori del 45° Presidente degli USA hanno assaltato il Parlamento a Washington e forzato il cingolo di sicurezza a protezione di Camera e Senato. Da qui ne è scaturito un conflitto a fuoco con la morte di 4 persone e il ferimento di decine di presenti, tra cui numerosi agenti di Polizia. Deputati e senatori hanno interrotto lo svolgimento di autenticazione della vittoria di Joe Biden e sono stati portati in un luogo sicuro dagli addetti alla sicurezza. Le Forze di Polizia per disperdere i facinorosi hanno lanciato gas lacrimogeni e solo dopo le 23.00 (ora italiana) sono entrate nel Palazzo del Congresso annunciando: “L’edificio ora è in sicurezza”.  Condanna unanime dell’incursione al cuore delle Istituzioni americane da parte della quasi totalità dei Capi di Stato. L’ex Presidente, Barack Obama, ha commentato: “La violenza è incompatibile con l'esercizio dei diritti politici e delle libertà democratiche”. Il Premier italiano, Giuseppe Conte: “Non vediamo l'ora di lavorare assieme al Presidente Biden e alla vice Presidente Kamala Harris per promuovere insieme un'agenda globale di crescita, sostenibilità e inclusione”.  La Russia, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha espresso le sue considerazioni: “Attiriamo l'attenzione sul fatto che il sistema elettorale negli Stati Uniti è arcaico, non soddisfa i moderni standard democratici, crea opportunità per numerose violazioni e i media statunitensi sono diventati strumento di lotta politica". Oggi Mike Pence, vicepresidente degli Stati Uniti dell’amministrazione Trump, ha annunciato formalmente la vittoria di Joe Biden alle elezioni dello scorso 3 novembre, affermando: “Non avete vinto, la violenza non vince mai. Hanno tentato di fermare la nostra democrazia ma hanno fallito”.

di Domenico Pio Abiuso

 

Un terremoto sta devastando la Croazia

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Da lunedì mattina la Croazia è vittima di una serie di movimenti tellurici che la stanno mettendo in ginocchio. La prima scossa è avvenuta alle 6.28 con epicentro a 50 chilometri di distanza a sud-est di Zagabria con un’intensità di 5.2 gradi della scala Richter. La scossa è stata avvertita anche in Italia, da Trieste a Pordenone. Un altro sisma ha colpito la stessa Nazione, ieri pomeriggio, con una magnitudo di 6.4 gradi con epicentro a pochi chilometri dalla capitale. L'evento tellurico è stato percepito distintamente dal Friuli Venezia Giulia fino alla Campania. La situazione è molto critica: a Petrinya, nella parte centrale del Paese, sono crollati un ospedale ed un asilo dove si registrano 7 vittime, tra cui una bambina di 12 anni e decine di feriti, di cui molti in gravi condizioni. Il centro storico della cittadina è quasi completamente crollato. Migliaia di persone sfollate e terrorizzate hanno trascorso la notte in strada assistite da soccorritori con beni di prima necessità, coperte e indumenti caldi. Le peripezie non sono finite: stamani si sono avute altre 3 scosse con una intensità pari a 4.9, 4.8 e 4.7. Le squadre di soccorso continuano a scavare incessantemente nel tentativo di trovare altre persone in vita tra le macerie. Il Governo, che stamattina si è riunito in seduta straordinaria, ha stanziato 16 milioni di euro per far fronte ai danni causati dal tragico evento e ha proclamato per il 2 gennaio una giornata di lutto nazionale in memoria dei morti. Inoltre la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha fatto sapere di aver stanziato 500.000 euro per aiutare gli abitanti dello Stato balcanico.

di Domenico Pio Abiuso 

 

Il razzismo colpisce durante una partita di Champions League

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Il termine razzismo indica una discriminazione riguardante una diversità che va dal colore della pelle a una situazione sociale o economica minoritaria, da una disabilità di qualsiasi natura a una condizione caratteriale di una persona, alle violenze verbali. L’Italia su questo tema non si dimostra affatto un Paese all’avanguardia. Secondo un studio condotto dall’associazione Lunaria nel tratto temporale 1° gennaio 2008 - 31 marzo 2020, nella nostra Nazione ci sono stati 7426 episodi di razzismo. Oltre ad accadimenti per il colore della pelle e per condizione sociale, con l’avvento della tecnologia, di piattaforme di comunicazione, quali social network e siti per la condivisione di video, sono accadute molteplici circostanze di violenza verbale in rete. Di queste se ne contano più di 3725. Molto più grave però l’ultimo caso di razzismo perché commesso durante un evento televisivo, verificatosi martedì 8 dicembre nel corso della partita valevole per la fase a gironi del gruppo H della Champions League tra Paris Saint Germain e Istanbul Basaksehir, quando il quarto uomo, Sebastian Coltescu, ha usato l’epiteto “Negru”(nero in romeno) per richiamare Achille Webo, assistente dell’allenatore dei turchi, Okan Buruk. Tutto questo ha scatenato la reazione molto veemente di Webo, che si scagliato contro l’ufficiale di gara. In seguito la contesa è stata sospesa perché le 2 compagini hanno lasciato il campo per protesta per poi terminare ieri sotto la direzione di un nuovo arbitro. L’UEFA ha annunciato di aver aperto un’indagine per accertare come si sono svolti i fatti. Le offese razziste della competizione calcistica sono diventate un caso politico e diplomatico. Il Presidente della Repubblica turco, Recep Tayyip Erdogan, tramite i social esprime il suo sdegno per quello che è accaduto al “Parco dei Principi”, stadio del Paris Saint Germain: "Condanniamo fermamente le frasi razziste rivolte a Pierre Webo e credo che la Uefa debba necessariamente intervenire. Siamo incondizionatamente contro il razzismo e la discriminazione nello sport e in tutti i settori della vita". Ogni volta di fronte a tali questioni ci scandalizziamo, ma poi ricadiamo sempre nello stesso sbaglio, non capendo che alla fine siamo tutti uguali.

di Domenico Pio Abiuso