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Temi globali

La storia è ciclica, 100 anni fa scoppiava l'influenza spagnola

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Gli eventi che succedono durante il corso del tempo tendono ad evolversi, ma talvolta ne accadono alcuni che hanno tra loro delle similitudini. A distanza di più un secolo (1918-1920) dal Coronavirus che sta affliggendo la quasi totalità della popolazione mondiale, durante la fine del primo conflitto mondiale si è scatenata l’influenza spagnola o più comunemente chiamata “la spagnola”. Questa epidemia, chiamata così perché i primi a darne notizia furono i giornali iberici, fu causata dal sottoceppo H1N1 e provocò nel periodo di maggior virulenza circa 300. 000 000 di contagi e più di  25.000 000 di  decessi, di cui 600.000 in Italia. Certamente l’alto numero delle vittime fu dovuto soprattutto all’arretratezza della medicina e alle scarse protezioni dell’epoca. Le informazioni inerenti la pandemia venivano date solo dalla televisione spagnola, perché le emittenti degli altri Stati venivano censurate dai regimi dittatoriali che li governavano.   Le analogie con il Covid- 19 sono tosse, febbre alta e la trasmissione della malattia tramite goccioline di saliva quando si tossisce o starnutisce. Il focolaio originario da cui partì non è certo, tra le ipotesi vi è quella che sia stata portata in Europa dalle truppe americane, ma quel che è assodato è che la sua diffusione avvenne nelle trincee, nei campi adibiti all’addestramento dei soldati e negli ospedali militari. Da fonti accreditate venne riscontrato che l’allarme degli esperti a sottoporre le persone ad isolamento non fu accolta dai governi che presero sottogamba la questione. Un documento del tempo esposto nei luoghi di maggiore aggregazione, recitava così: “Riducete la frequentazione delle osterie al minimo possibile! Non frequentate bar e teatri, arieggiate le case e non date strette di mano". Insomma la storia si ripete.

di Domenico Pio Abiuso

Coronavirus, è importante proteggere la salute dei soggetti più fragili

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In questo momento in cui metà del pianeta è coinvolto nell’emergenza del Covid-19, siamo tutti alle prese con la crisi epidemiologica, economica e sociale. Il primo aspetto di questo turbamento della vita quotidiana di ogni singola persona è quello epidemico che sta mietendo vittime soprattutto in Cina (da cui l’epidemia è nata e si è propagata), Corea del Sud, Giappone, Spagna, Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti e che finora ha provocato oltre 95.000 morti nel mondo.
Il secondo aspetto è quello economico per via della chiusura degli esercizi commerciali, piccole, medie e grandi aziende non essenziali, che di conseguenza produce un mancato guadagno da parte degli stessi. Per quanto concerne l’ultimo aspetto, quello sociale, molte famiglie sono in difficoltà e si temono furti e saccheggi in supermercati e negozi di generi alimentari. Ma un aspetto poco o per niente considerato è quello delle persone più deboli psicologicamente. Secondo gli esperti serve un intervento pubblico eccezionale e gratuito per tutti contro l’emergenza psicologica da pandemia e quarantena. C’è il rischio suicidi (già 5 in Italia), ma anche ansia, panico, abuso di farmaci, anoressia, ossessioni, disturbo post-traumatico da stress e violenze familiari.  Ci sono già stati episodi che hanno avuto un epilogo tragico, come quello del nonno di Savona che era disperato per non poter vedere il nipotino a causa della lontananza per la pandemia da Covid-19, o quello del ragazzo di 26 anni di Milano e della 29enne di Carmagnola, in provincia di Torino che hanno perso il lavoro per l’evento pandemico in corso. Si è tolto la vita anche Bernard Gonzalez, medico sportivo della squadra della serie A francese dello Stade Reims dopo aver saputo di aver contratto il virus. Ma anche i casi di 2 infermieri, una di Jesolo di 49 anni e di una di Monza di 34 anni risultate positive al virus che si sono uccise perché credevano di aver diffuso involontariamente il contagio. La paura di venire infettati dal Covid-19 produce panico, stress e ansia. A tal proposito, Piero Barbanti, professore di neurologia all’Università telematica San Raffaele di Roma e responsabile del Centro per la diagnosi e la cura delle cefalee e del dolore dell’IRCCS San Raffaele Roma-Pisana, ha dichiarato: “L’epidemia del coronavirus ha determinato in tutti l’insorgenza di paure e fobie e rischia di innescare una cosiddetta malattia psicogena di massa, ovvero una sorta di follia collettiva ispirata dalla contagiosità della paura”.
 
di Domenico Pio Abiuso

Coronavirus, dopo l’emergenza sanitaria anche la crisi economica e sociale

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Con la chiusura di gran parte delle attività commerciali dovuta all’emergenza sanitaria da Coronavirus che sta coinvolgendo circa 164 Nazioni, in Italia si prospetta, una volta passata l’epidemia sanitaria, una crisi finanziaria che coinvolgerà ogni settore commerciale: dall’artigianato al turismo, dal negozio di generi alimentari di quartiere alle piccole e medie imprese che costituiscono gran parte del tessuto economico del nostro Paese. Il Consiglio del Ministri ha approvato il Decreto “Cura Italia” firmato il 16 marzo scorso dal Presidente delle Repubblica, Sergio Mattarella e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che punta a contrastare una crisi monetaria dovuta al mancato guadagno degli esercizi commerciali chiusi a seguito del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, dell’11 marzo 2020. Il provvedimento prevede lo stanziamento di 25 miliardi di euro, che si dividono sostanzialmente in 4 macroaree: potenziamento del Sistema sanitario della Protezione civile e degli altri soggetti pubblici impegnati a fronteggiare l’emergenza sanitaria, sostegno all’occupazione e ai lavoratori per la difesa del lavoro e del reddito, supporto al credito per famiglie e piccole e medie imprese e sospensione degli adempimenti fiscali, incentivi fiscali per la sanificazione dei luoghi di lavoro. Un altro provvedimento fiscale è allo studio dell’Esecutivo, che dovrebbe entrare in vigore entro il 16 aprile per rafforzare le disposizioni di marzo e per ulteriormente supportare le aziende, le attività commerciali e i liberi professionisti. In particolare è prevista l’indennità di 600 euro per autonomi e Partite IVA; finanziamenti per le aziende per evitare che molte di esse chiudano attraverso un Fondo di Garanzia per un totale di 15.000.000.000,00 di euro; possibilità della domanda di cassa integrazione la cui corresponsione avverrà entro 30 giorni dalla presentazione della domanda. Intanto però cominciano a scarseggiare le risorse pecuniarie delle famiglie che per ovvi motivi sono costrette a tenere le saracinesche delle loro attività chiuse. Infatti si comincia a far difficoltà a comprare beni di prima necessità come il cibo e l’acqua. Collegata all’allarme economica c’è anche quella sociale, infatti si temono furti e rapine da parte dei cittadini nei supermercati e nelle banche; per questo sono stati potenziati i presidi delle Forze dell’Ordine davanti ad attività alimentari e istituti di credito. Una domanda sorge spontanea: che ne sarà del nostro apparato economico, già provato dalla mancanza di lavoro, dopo questo avvenimento emergenziale? Intanto, il Governo ha deciso di prorogare la chiusura delle attività non essenziali, ad esclusione di farmacie e supermercati, per altri 15 giorni dopo il 3 aprile.

di Domenico Pio Abiuso

Germania, strage terroristica e xenofoba contro la comunità turca

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Alle 22.00 di ieri sera 9 persone sono state assassinate e 5 sono rimaste gravemente ferite, in seguito a due sparatorie avvenute davanti a due “Shisha Bar” frequentati da turchi ad Hanau, una cittadina dell’Assia a circa venti chilometri da Francoforte. Ad entrare in azione è stato Tobias Rathien, 43 anni, estremista di destra, che secondo fonti accreditate avrebbe lasciato un messaggio e un video nei quali rivendica l’attentato asserendo l’esigenza di annientare popoli ed etnie che non si possono più espellere dalla Germania. Dopo ore di ricerche, i corpi speciali della Polizia hanno trovato il corpo esanime dell’attentatore insieme a quello di sua madre nell’abitazione dell’uomo, mentre il padre è stato portato in commissariato. Si è scoperto a seguito di indagini informatiche, che il criminale diffondeva tramite web le sue teorie di destra radicale. Su Twitter il portavoce del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, ha dichiarato: “Ci aspettiamo che le autorità tedesche facciano luce sulla strage di Hanau. Il razzismo è un cancro collettivo”. I vertici dell’estrema destra tedesca hanno voluto esprimere un pensiero sul tragico evento dichiarando: “Questo crimine abominevole ci sconvolge e ci lascia senza parole. I nostri pensieri vanno alle vittime di questo crimine spietato e ai loro parenti”. Anche il Governo, tramite il Vice cancelliere, ha voluto commentare l’accaduto: “Il nostro dibattito politico non deve eludere la questione che, 75 anni dopo la fine della dittatura nazionalsocialista in Germania ci sia di nuovo il terrorismo di destra".   A quanto pare la mano xenofoba del terrorismo conservatore torna ad aggredire l’Europa e nello specifico la Germania, a quattro mesi dall’attentato causato dal ventisettenne neonazista che colpì una sinagoga e un fast food, uccidendo 2 persone.

di Domenico Pio Abiuso

Olocausto, c'è ancora chi non ci crede

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Come tutti ben sappiamo l’Olocausto è lo sterminio messo in atto con ferocia e disumanità dal governo nazista nella seconda guerra mondiale, tramite le SS e la Gestapo nei confronti di ebrei (ritenute persone avide di denaro e filocomuniste) rei di non essere “puri”, nomadi, oppositori politici e disabili, rinchiusi nei campi di concentramento e che produsse circa 6.000.000 di vittime. Secondo l’ideologia della dittatura hitleriana era degno di vivere soltanto chi si uniformava al pensiero del regime e chi era di razza ariana aveva un livello biologico e culturale superiore alle altre popolazioni. Con il termine “Ariano”, s’intendeva, secondo alcune congetture razziste, la persona proveniente da stirpe bianca, con specifico riferimento a quella germanica considerata l’etnia originaria. Con il passare degli anni però, è nata e poi si è rafforzata, la teoria secondo cui la carneficina ordinata da Hitler non sia mai esistita o quantomeno il numero degli assassinii è notevolmente inferiore a quello riportato sui libri di storia. In alcune Nazioni come Francia, Belgio, Austria e Germania, negare l’ Olocausto è reato, mentre in altre come Portogallo, Spagna e Israele è punita la negazione di qualsiasi genocidio. Una serie di leggi antinegazioniste sono state emanate anche in Slovacchia, Repubblica Ceca, Australia, Nuova Zelanda, Polonia, Lituania e Italia, dove dal 2016 è previsto come aggravante del reato di propaganda di odio razziale. Secondo l’istituto di statistica Eurispes, nel 2004 le persone che credevano a questa tesi erano il 2,7% per poi crescere nel 2020 e raggiungere il 15,6%. A queste percentuali, si aggiunge il 16,1% che sostiene che le vittime siano state molte di meno. C’è da preoccuparsi se ai giorni nostri dottrine di questo tipo raggiungano un consenso così elevato, anche se abbiamo avuto e abbiamo testimoni di quella crudeltà come Primo Levi sopravvissuto, imprigionato e scampato ad Auschwitz, trovato senza vita lungo le scale del proprio condominio a Torino e l’italiana Liliana Segre figlia di genitori ebrei deportata e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove fu separata dal padre che non riabbracciò mai più.
 
di Domenico Pio Abiuso
 

Coronavirus, i profitti sono solo delle aziende farmaceutiche

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Era il 31 dicembre 2019 quando la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan aveva per la prima volta inviato una segnalazione all’OMS nella quale si informava l'agenzia di avere registrato in tutta la provincia di Hubei un rilevante numero di casi di polmonite derivanti da cause ignote. La diffusione di quello che verrà chiamato 2019-nCoV era iniziata verso la metà del mese. Il 10 gennaio per la prima volta veniva determinata la sequenza genomica del virus: un betacoronavirus correlato a quello che ha causato la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS-CoV) e a quello della Sindrome respiratoria acuta grave (SARSCoV). Le ricerche sono proseguite e il 20 gennaio la National Health Commission (NHC) cinese ha scoperto la trasmissibilità da essere umano a essere umano del coronavirus. I coronavirus si chiamano così perché la parte infettiva (virioni) appare al microscopio elettronico come piccoli globuli, sui quali ci sono tante piccole punte che ricordano quelle di una corona. Questi sono piuttosto diffusi tra varie specie di mammiferi e uccelli: infettano il loro apparato respiratorio e gastrointestinale. Da 60 anni circa, sappiamo che in alcuni casi questi virus riescono a passare agli esseri umani, causando sintomi che variano a seconda delle loro caratteristiche. A oggi sono noti sette diversi coronavirus che possono infettare l'uomo. In Cina sono molto diffusi i mercati in cui si possono acquistare suini, pollame e diverse altre specie selvatiche di animali ritenuti prelibatezze per la cucina locale o utili per la medicina tradizionale, come i pipistrelli. Il legame tra esseri umani e questi animali, unita alle scarse condizioni igieniche, fa aumentare il rischio che i virus passino da una specie animale agli esseri umani, mutando per adattarsi poi ai nuovi ospiti. Il sospetto è che qualcosa di analogo sia avvenuto in passato, con la SARS, e nelle settimane scorse con il passaggio di 2019-nCoV agli esseri umani, probabilmente proprio dai pipistrelli. Anche per questo motivo, il governo cinese sta lavorando per mettere al bando, o almeno sospendere, le attività commerciali nei mercati di animali. Da sempre i virus circolano e si diffondono in tutto il mondo facendosi dare un passaggio dagli animali che infettano. Un tempo le malattie arrivavano per nave, come avvenne per esempio con la peste nera in Europa nel Trecento, oggi attraverso i viaggi aerei. Restano comunque dei punti oscuri sui quali delle testate internazionali hanno lanciato delle ipotesi. Il primo indizio sarebbe dato dal fatto che Pechino avrebbe occultato delle prove. Ad esempio nella città di Wuhan, città di forte importanza militare, è presente l’unico laboratorio cinese, in grado di trattare virus pericolosissimi come quello dell'Ebola. La pericolosità degli agenti patogeni esistenti prevede delle misure molto rigide. Ciò vale a dire che chi entra ed esce da quelle stanze deve sottoporsi a trattamenti speciali, come docce decontaminanti e indossare tute speciali pressurizzate. Che il virus possa essere uscito da quel laboratorio? Nell’incertezza ci sono però dati inconfutabili e che riguardano il settore economico, in particolar modo le Borse mondiali. Le Borse globali hanno perso nell’ultima seduta (27 gennaio) più del 2%, vedendo ridurre la capitalizzazione globale di oltre 2mila miliardi di dollari. I ribassi sono corali negli Usa e in Europa (la Borsa di Shanghai, così come quelle di Shenzen e Hong Kong, invece resteranno chiuse fino al 3 febbraio per il Capadanno cinese, esteso di tre giorni dalle autorità nel tentativo di rallentare l’epidemia del coronavirus). Numerose aziende farmaceutiche hanno annunciato di star lavorando alla creazione di un vaccino per sconfiggere il nuovo coronavirus. I loro guadagni in Borsa sono schizzati alle stelle. L'americana Vir Biotechnologies, quando i contagi sono esplosi su scala mondiale, ha visto le proprie azioni aumentare di valore per il 97%, con capitalizzazione di 3 miliardi di dollari. L'azienda si dice ora vicina a trovare una soluzione al virus di Wuhan. Anche altre aziende americane come Inovio pharmaceuticals, Moderna e Novavax, impegnate nelle ricerche, hanno guadagnato rispettivamente il 61%, il 16% e il 13%, mentre anche la Cina ha annunciato che parteciperà alla corsa per il vaccino.

di Giorgia Ciampitti, Romina Caterena, Filippo Sardella, Annalisa Fraraccio

Venti di antisemitismo tornano a soffiare in Italia

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E’ da qualche anno ormai che sentiamo dai mass media notizie di episodi di razzismo e xenofobia, commessi in nome di una razza superiore, quella bianca nei confronti di soggetti di pelle scura (come quello accaduto a Macerata il 3 febbraio 2018, quando Luca Traini esplose alcuni colpi di pistola che ferirono dei ragazzi di colore) o di soggetti  con disabilità di tipo fisica o psichica (vedasi il diversamente abile di Canosa di Puglia pestato a sangue per aver difeso il fratello da un furto) o per “motivi” religiosi come successo ieri a Mondovì, dove è stata lasciata la scritta  “Juden hier” (“Qui ci sono ebrei”) sulla porta di casa del figlio di una ex deportata nei campi di sterminio dalle truppe tedesche di Hitler nel 1944. In merito a quest’ultima vicenda la Procura di Cuneo ha aperto un fascicolo, per il reato di propaganda e istigazione a delinquere per ragioni di odio razziale a carico di ignoti e su cui indagano ora i Carabinieri dei ROS di Torino. Con questa vicenda, a parere di chi scrive, si è toccato il fondo, in quanto si rievoca una tra le epoche più buie e feroci del ‘900, quella della persecuzione degli ebrei, dei rom, dei disabili da parte del governo nazista, poi internati nei campi di concentramento e barbaramente uccisi. Un modo per non esasperare i toni, già molto aspri, sarebbe portare il dibattito politico televisivo su livelli pacati, in modo da contenere gli episodi di razzismo verbale e non farli sfociare in aggressioni fisiche. Un altro deterrente per far si che non si ripetano queste situazioni è l’inasprimento delle leggi in materia da parte del Governo, per evitare che certe storie si ripetano.

di Domenico Pio Abiuso

L'Australia in fiamme

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Quindici milioni di ettari bruciati fino ad ora e con essi milioni di specie animale e vegetale. Da quasi tre mesi le fiamme divampano sul territorio australiano. Lo stato più danneggiato è il Nuovo Galles del Sud. Tra le creature più colpite vi è la popolazione dei koala con più di 9000 morti. Il WWF ha dichiarato che l l'estinzione di questi animali unici al mondo è dietro l'angolo. Secondo alcune stime per ripopolare il territorio di vegetazione servirebbero 2 miliardi di alberi da ripiantare. Oltre 180 persone sono state denunciate e 24 arrestate per aver causato questi incendi colposi.
Tutta la popolazione australiana cerca di dare il proprio contributo per risollevare la terra nativa. Alcuni adolescenti adottano e curano specie in difficoltà. Un giovane cacciatore australiano ha messo a rischio la propria vita per salvare i koala e altri animali selvatici intrappolati negli incendi. La NASA ha annunciato gli effetti del fumo: il cielo dell'America del Sud ha cambiato colore, mentre è peggiorata la qualità dell'aria in Nuova Zelanda, dove si comincia ad annerire la neve sulle montagne. Da pochi giorni sono cadute bombe d'acqua, alleviando gli interminabili incendi e ripulendo il terreno da ceneri e detriti. Una vera e propria boccata d’ossigeno per un Paese piegato in due dai roghi.
 
di Romina Caterena e Giorgia Ciampitti

The 'missing bombs': the voices of the survivors

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«And so at the last minute I lacked the courage and madness, if you want», says the Chechen Zerema Muzhikovskaia. «I mean, I realized I'd never be able to blow myself up. So I did everything to draw attention to that July 9, 2003 in the center of Moscow. Well, I did not complete the attack and unfortunately, a few hours later, the bomb exploded in the hands of the security services responsible for defusing the device and ended up in the hands of the Creator. I was arrested and then sentenced to 20 years' imprisonment at the Maximum Security Prison in Lefortovo. I could have really pressed the button and detonated the bomb. But I didn't. I had robbed my aunt, disgraced my family, tried to kidnap my daughter and tried to run away from home. I'd become the shame of the house. So, to honor the whole thing, I had to wash the shame. So I convinced myself of the idea of martyrdom to repay the relatives who would have received a thousand dollars in reward if I had been blown up in a kamikaze attack. On July 1, 2003, I was told it was time. When I get near the chosen target, I go on tilt. Even today I do not know if I felt dazed or rather frightened by that kind of horrible fate that I had chosen. And without even realizing it, I sterted wandering the streets of Tverskaya. It's 10:00 p. m. and I'm sitting at the table at Mon Café. I press the detonator bomb, but the bomb doesn't go off. Then I go out of the club. I try to re-adjust that button. I go back in. I push again. But the device is shaky again».
Touraya Hamour, a 25-year-old Palestinian, is recruited by the military wing of al Fatah  to carry out a murderous-suicide attack on the evening of 20 May 2002 in a restaurant in the southern part of Jerusalem. But Touraya had second thoughts. It's not enough. Israeli soldiers hunt her down at her uncle's house the same day she missed the attack. Sentenced to six years' imprisonment for threatening state security. She claims to be religious but without excesses. «I was engaged for a couple of weeks but then it all ended. A story that ended four months before that fateful 20 May. And that's when it all came to my mind. I had this idea from the gesture of Wafa Idris, the first Palestinian suicide bomber. But I don't hate Jews. However, I could give many examples of Palestinian children being killed by Israelis for no reason. Or my cousin killed by the same troops in the living room of my house in Jenin. Yeah, that's them. Who invaded my land and absolutely mercilessly slaughtered my people. And that's why I decided not to take pity. Much less mercy. As for the children, I have nothing against the little Israelis. There is a possibility that once they are adults, they will kill my son, my friend's son or my neighbor's son. That's why they should die now. And this kind of mission is a credit to the family. And to me, too, if you like. The fact of being locked up as a potential danger to the security of the country already brings prestige. It does great credit to the guerrillas. But to become a martyr», says Touraya, «you need in any case a lot of strength of mind and immense will. There was only one thing that worried me. I feared that during the explosion my private parts would be visible to all. The very idea of exploding already gives a very unusual feeling. I was even thrilled by this opportunity and I was waiting anxiously, impatiently, for that moment. However, as a Palestinian woman I knew that at least for a while I would raise the hearts of many compatriots, of many people who have suffered too much and have continued to suffer. And I was not at all afraid to make the gesture». It's a secret for Touraya to blow up, a secret of her own that she never reveals. «After all, if I'd told anyone the secret, I would have risked ruining everything. My parents would never let me step outside the house again», she clarifies. As an aspiring martyr, she refuses to be filmed in a pre-death video, reiterating that the will must be something only between her and God. As the moment of truth approaches, Touraya has her first doubts and does not want to explode anymore. «I thought of all those I could kill. While those who sent me to my death didn't care about my fate. They only care about the target. "If they're gonna catch you, blow you up", they said, "even though there's no one around you"». Touraya Hamour then bursts into tears and hides her beautiful face in her flickering hands. 
Refusing to sacrifice one's life for a cause one does not believe in and finding the strength to escape a destiny of violence apparently marked in a land that has been torn apart by a fierce war for over 10 years, is what a 20-year-old Chechen has managed to do. Raisa Ganieva has officially requested police protection. «To circumvent the constriction of my older brother Rustam to kill. He offered me and then treated me for $3,000. So he wanted at all costs to hand me over that amount as a suicide bomb to Samil Basaev, leader of the Chechen guerrillas. Like he did with the other sisters. But I didn't want to. I didn't mean to kill. I hate violence. I'm sick of violence. And I didn't even want to die like that».
27-year-old Obeida Abu Aisha was arrested in Tel Aviv in June 2002 before wearing her explosive belt. Same day as the anniversary of the death of the brother of the missing-kamikaze, who at the age of 17 blew himself up in the same place, injuring about twenty people. Every friend and acquaintance of her is aware of Obeida's desire to sacrifice herself for the cause. She's been stubbornly repeating it for at least a year. «I stopped when the operation was about to take place. Backed by my boyfriend Ali, we were in fact simultaneously preparing marriage and suicide bombings. But also concluding the desire to start having children. Man to whom I promised I would never commit the action alone. That I would wait for him. But four days before the scheduled date he was killed in an Israeli raid in Ramallah. Even today I cannot explain myself, except with words of war and hatred, how I could think of myself mother, prepare the wedding party and continue to organize the massacre. 72 virgins are promised to bomb men when they die and reach Paradise. I could have just gotten closer to God. Peace requires patience. I will never forget the blood of my missed husband and my brother».
20-year-old Arin Ahmen decided to join Jad, her great love pulverized by an Israeli rocket, at the Martyrs' Paradise. And no one up there can ever separate them. After the trauma of the death of his boyfriend, Arin goes to university again and sees Ali al Magradi, an activist of Tanzim . Suddenly one day the girl reveals the idea of dying as a martyr. She doesn't realize that she just destroyed her life. Four days after expressing that thought, Ali waits for her at the entrance to the faculty. Her time had come. Arin puts on his religious clothes, records the traditional videotape and receives the belt loaded with explosives. Once they arrive at the chosen location, at the last moment the girl decides to abandon the suicide mission. She was arrested. Binyamin Ben Eliezer interrogated and investigated her at the Jerusalem prison. He wants to understand the human mechanism behind the kamikaze gestures.
This is the true story of the only Black Tiger who only at the last moment, repentant, decided not to complete the suicide mission for which she had been chosen. And now, forced to live as an illegal immigrant so as not to be killed by the Tamils, she says: «It all began in 1998. The army kidnapped my father, and then we found him dead. One day a man I knew asked me if I wanted to avenge Daddy. And, which I found rather strange, he even asked me if I was a virgin. For the first question I was affirmative, and for the second I answered no. "Too bad", replied the man, "virgins are better suited. But it's the same. Make a written request and leave it to the village suggestion box". Three months later that man came back to warn me that my wish had been granted because it was judged worthy by the supreme head Velupillai Prabhakaran . I was accompanied to the first field where they cut my hair, gave me pants, boots and shirts. They inculcated in me so many things and I believed everything. They told me so insistently that I ended up believing it. I was ready for the second phase of training. In the second camp we non-virgin women used to spend days and days with a grenade in the vagina. They made us wear copies of the suicide vest and prepare us for the day when we would have to throw ourselves on the target and actuate the detonator to explode in tandem». After a year, she is returned to the city. «We will contact you. We will be in touch. Don't worry», they just said. But they took possession of all my identity documents and ordered me to delete all traces of me because if I was arrested they could not trace my person. Finally, they forced me to look for and accept a normal, modest job». The girl gets hired in an ice cream shop. It's probably that job that saves her. «I knew it would come that day. The day when I would have to wear that vest. When I should have disguised myself among the passers-by and waited there for the target to be sacrificed. Maybe it was also an idea that made me happy but suddenly, the day they came to take me, the day I was asked if I had any relatives that I would leave in trouble to take care of. The day I was told that it had reached the end of the line and I had to take action, I was no longer ready. I had already been given the classic cyanide pill to wear around my neck, the pill that allows you not to fall into the arms of the enemy, and I was told that I was entitled to the last dinner with my head and to a hug from him. Well, that very day I was no longer available. No, I was not. I wasn't ready anymore». She's safe. She escapes. We don't know how.
 
di Noemi Genova
 

Pasqua insanguinata nello Sri Lanka

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Il Terrorismo colpisce ancora e lo fa in un giorno molto importante e simbolico per tutti i cristiani, cioè la Domenica di Resurrezione di Cristo e il Lunedì dell’Angelo, periodo in cui le persone approfittano delle ferie, dato dalle festività pasquali per visitare luoghi di particolare interesse. Nell’attentato in Sri Lanka, di matrice islamica, sono stati presi di mira edifici religiosi, come la chiesa di Sant’Antonio, quella di San Sebastiano e il santuario protestante di Sion a Batticaloa, sulla costa ad oriente e tre alberghi di lusso dell’isola indiana, nella quale 359 persone sono rimaste uccise e 500 ferite. Fonti del Ministero della Difesa hanno riferito che gli atti terroristici del 21 e 22 aprile, sono stati compiuti per ritorsione nei confronti dell’attentato di Christchurch, in Nuova Zelanda in cui sono decedute 50 persone di fede musulmana. Il Presidente del Consiglio srilankese, Ranil Wickremesinghe, tuttavia non ha confermato questa tesi. Il sottosegretario alla difesa dello Stato, Ruwan Wijewardene, nella giornata di ieri ha dichiarato: “Riteniamo che uno dei kamikaze abbia studiato nel Regno Unito e in seguito abbia proseguito gli studi in Australia prima di tornare a stabilirsi nello Sri Lanka. Molti di loro sono ben istruiti e provengono dalla classe media o medio-alta, quindi sono finanziariamente abbastanza indipendenti e le loro famiglie stabili dal punto di vista economico e questo è un dato preoccupante. Alcuni di loro credo avessero studiato in vari altri Paesi, con una laurea, quindi persone abbastanza istruite”. Intervistato da emittenti locali, il ministro delle Riforme economiche e della Distribuzione Pubblica dello Sri Lanka, Harsha De Silva, ha affermato: “Gli attacchi terroristici di domenica non sono stati un fallimento dei servizi segreti del Paese, ma una mancanza di circolazione interna delle informazioni a persone capaci di agire”. Sul fronte investigativo, dopo le suddette azioni criminose sono stati arrestati sessanta soggetti, alcuni attenzionati già da tempo. Inoltre, si studiano da parte dell’FBI  i possibili legami tra il National Thowheeth Jama’ath e Daesh.

di Domenico Pio Abiuso

Nuove frontiere dell'esercito digitalizzato

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 Mercoledì 3 aprile, presso il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito di Civitavecchia (Ce.Si.Va.), si è svolto “Media-Day” dal titolo “I simulatori per il soldato del futuro”.  Obiettivo dell'incontro con la stampa specializzata nel settore del “virtual training”, è stato quello di far conoscere la realtà addestrativa del Ce.Si.Va., presentare le innovazioni legate allo sviluppo e alla sperimentazione dei sistemi di comando e controllo e focalizzare l’attenzione sulla progressiva digitalizzazione dell’Esercito nel contesto del programma della Difesa, denominato Forza NEC (Network Enabled Capability), un progetto in grado di velocizzare lo scambio di dati e informazioni provenienti dalla zona di operazioni, e fornire al comandante di un’unità la possibilità di decidere più velocemente. Il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito, costituisce il principale riferimento per l’applicazione della simulazione addestrativa nell’approntamento dei posti comando delle unità destinate all’impiego fuori del territorio nazionale, focalizza le proprie attività sull’organizzazione di esercitazioni volte ad attestare il raggiungimento delle capacità operative “fondamentali” per l’assolvimento della missione, utilizzando sistemi informatici tecnologicamente avanzati di simulazione e di comando e controllo. Ma al Ce.Si.Va. è stata anche assegnata la responsabilità di sperimentare i sistemi integrati per l’addestramento terrestre, di simulazione e di comando e controllo, in funzione dell’ammodernamento di settore, nonché i sistemi per la digitalizzazione del campo di battaglia nel contesto del più ampio programma della Difesa denominato “Forza NEC” (Network Enabled Capability).  I lavori del “Media day” si sono aperti con il saluto di benvenuto da parte del Comandante del Centro, il Gen. D. Roberto D’Alessandro, a cui ha fatto seguito l’intervento del Gen. B. Manlio Scopigno finalizzato ad evidenziare mission, compiti e prospettive future del Ce.Si.Va. L’incontro con la stampa è quindi proseguito con le presentazioni del Capo Ufficio Sperimentazione, Col. Raffaele Schena e del Capo Sezione Sperimentazione, il Ten. Col. Roberto Mozzicato. Il Col. Schena, per linee generali, ha illustrato il programma Forza NEC, mentre il Ten. Col. Mozzicato si è soffermato sull’ITB di Forza Armata e sullo sviluppo della 1^ Sessione d’Integrazione Operativa (S.I.O.) del 2019 in corso di svolgimento al Ce.Si.Va.. La giornata si è infine conclusa con la visita ai locali dell’Integration Test Bed (I.T.B.), dove vengono studiati e testati i sistemi integrati per l’addestramento terrestre, di simulazione e di comando e controllo.
 
fonte Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito
 

Quando si viveva nella paura, l’Italia negli anni bui

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La storia è una “maestra di vita” che ripercorre gli avvenimenti del passato che hanno caratterizzato i cambiamenti geopolitici, culturali ed economici di un territorio. Volgendo lo sguardo al nostro Paese e focalizzando l’attenzione a partire dal primo Ventennio del ‘900, con l’avvento del regime fascista nel 1922, si può notare una deriva autoritaria che portò nel 1926 alla promulgazione delle leggi fascistissime. Una serie di norme che consentivano di considerare “legali” solo i giornali e le associazioni socio-culturali che erano in linea con il pensiero politico del governo dittatoriale in carica o venivano controllati dallo stesso. Allo stesso tempo fu abolito lo sciopero e si stabilì che soltanto i sindacati fascisti potevano esercitare le loro funzioni. Ben più grave fu l’emanazione delle leggi razziali nel 1938, a seguito dell’allineamento politico e filosofico con la Germania hitleriana; un regolamento legislativo discriminatorio nei confronti di ebrei, zingari e disabili e che considerava “pura” solo la razza ariana. Un altro periodo storico “buio” per l’Italia, fu quello a partire dal 1968 fino agli anni Ottanta con i cosiddetti “anni di piombo”, che videro l’ascesa delle Brigate Rosse e del terrorismo di estrema destra, e che ebbero come conseguenze atti di violenze nelle piazze, stragi e attentati contro esponenti politici. Tra i maggiori  gesti di violenza ricordiamo: la strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 (17 morti e 88 feriti); la strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970 (6 morti e 66 feriti); la strage di Peteano a Gorizia del 31 maggio 1972 (3 morti e 2 feriti); la strage della Questura di Milano del 17 maggio 1973 (4 morti e 52 feriti); la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 (8 morti e 102 feriti); la strage dell’ Italicus a San Benedetto Val di Sambro (BO) sul treno Roma Brennero del 4 agosto 1974 (12 morti e 105 feriti); sequestro (16 marzo 1978 in Via Fani) e uccisione (9 maggio 1978 e ritrovamento in Via Caetani) dell’ex Presidente del Consiglio e Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro; strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980  (85 morti e 200 feriti). Tutto ciò instaurò un clima di paura nella popolazione italiana nel suo vivere quotidiano. Un clima che purtroppo sembra riaffiorare alla luce anche degli ultimi avvenimenti riguardanti episodi di razzismo e di suprematismo bianco come il caso di Luca Traini o il rischio di attentato terroristico ad opera di alcune cellule jihadiste operative in Italia o per via dei foreign fighters di rientro dai territori del Califfato.

di Domenico Pio Abiuso

Nicolas Maduro e la crisi venezuelana

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Dall’avvento nel 2013 alla presidenza della Repubblica del Venezuela di Nicolas Maduro, già vicepresidente e Ministro degli Esteri, lo stato sudamericano vive una forte crisi umanitaria socio-economica, produttiva, occupazionale e istituzionale. Dalla “presa del potere” di Maduro, l’inflazione oscilla tra il 700 e il 1.100% e la moneta nazionale, il bolivar, è ormai svalutata. Il deprezzamento monetario ha avuto come conseguenza da parte delle persone il non potersi permettere di comprare beni di prima necessità come cibo, costrette a frugare tra la spazzatura con la conseguente perdita di peso soprattutto da parte dei bambini, medicine, nelle farmacie è presente solo il 38% dei medicinali di base ed il carburante. La depressione monetaria in atto nella Nazione ha portato e sta portando ad un crollo produttivo delle industrie dovuto alle mancanza di materie prime, con ripercussioni sull’occupazione, soprattutto giovanile, dovute alla chiusura di queste ultime. Il paese sta avendo contraccolpi anche a livello istituzionale in quanto Maduro di fatto ha violato l'ordine costituzionale, esautorato il parlamento e l’opposizione e rivoluzionato il sistema democratico dello Stato. Per queste ragioni ci sono state veementi manifestazioni di protesta da parte della popolazione e della stessa opposizione, talvolta culminate con la morte di manifestanti. Nel 2019 a seguito della rielezione di Maduro alla carica di Presidente della Repubblica, il leader della minoranza governativa, Juan Guaidò, ha dichiarato illegittimo il mandato di Maduro e si è autoproclamato Presidente della Repubblica Bolivariana. Il rivale di Maduro è stato riconosciuto come presidente ad interim dal presidente statunitense, Donald Trump e dai governi di Francia, Regno Unito, Canada, Brasile, Colombia, Paraguay, Argentina, Perù, Ecuador, Cile, Guatemala e Costa Rica; invece Russia, Cina, Messico, Bolivia, Uruguay, Turchia, Nicaragua ed El Salvador continuano a riconoscere Maduro come presidente legittimo. Si spera al più presto in un intervento risolutivo o in nuove elezioni, questa volta veramente democratiche per risollevare le sorti della Nazione sudamericana e non farla cadere nel baratro.
 
di Domenico Pio Abiuso
 

Strasburgo, attentato terroristico ai mercatini natalizi

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Lo scorso martedì 11 Dicembre, il 29enne Cherif Chekatt, ha ucciso 4 persone e ferito 14 ai mercatini di Natale di Strasburgo, tra le capitali del jihad in Francia. Il terrorista Cherif Chekatt, schedato come un radicalizzato, nato il 4 Febbraio 1989 a Strasburgo, ha ucciso per rivendicare i fratelli morti in Siria. Condannato già 20 volte per reati minori, Chekatt ha scontato anche una pena di 2 anni di detenzione per un’aggressione con un coccio di bottiglia. La sera dell'attentato portava con sé una pistola e un coltello mentre camminava lungo la Rue du Lazaret, nel quartiere di Neudorf. Dopo aver sparato sulla folla è fuggito con un taxi facendo perdere le sue tracce. 48 ore dopo è stato neutralizzato dalla polizia francese e ucciso in un blitz delle forze speciali. Soltanto due giorni dopo l’attentato, l’Isis ne ha rivendicato la paternità tramite l’agenzia Amaq. Il “lupo solitario” avrebbe agito in risposta all’invito pressante di colpire nella terra dei “kuffar”, "un soldato, quindi, che ha ucciso per rivendicare i civili uccisi dalla coalizione internazionale”, così è stato definito Cherif Chekatt dall’agenzia Amaq. I mercatini natalizi ricordano l’attentato di Anis Amri a Berlino. Inoltre i disordini avvenuti in Francia nelle ultime due settimane hanno creato un clima di tensione tanto che l’attentatore ha potuto facilmente raggiungere l’obiettivo facendo tra l’altro leva sui timori della società. Ciò nonostante, il ministro degli interni francese Christophe Castaner, ha annunciato la riapertura oggi 14 Dicembre dei mercatini di Natale, motivata dalla volontà di “non cedere alla paura”.

di Noemi Genova