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Operazione Bianca Sannino Tam

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L’operazione fu condotta dalla signora Bianca Sannino, vedova Tam, vedova di altri due o tre mariti, e narrata, quando era ormai anziana nonna, in una autobiografia intitolata  “Tè all'oppio”, Milano, Mondatori, 1985, pp.259.

Nell’ottobre 1936, Bianca Sannino, giovane signorina della buona borghesia torinese,  e tipica liceale degli anni Trenta, e Tam Giam Ciau, giovane ufficiale dell'esercito cinese, allievo della nostra Accademia militare, contrassero matrimonio, senza forse aver valutato abbastanza le difficoltà, cui sarebbero andati incontro una volta in Cina, data la situazione di quel paese, alle prese con la guerra civile e con l'aggressione giapponese. Una volta rientrato in Cina nel 1939, Tam fu destinato a prestar servizio nella provincia più arretrata della Cina,Guizhou, il posto meno adatto per portarci la bella, bionda moglie occidentale, la quale era già rimasta scioccata dal primo impatto a Canton con la famiglia del marito, tutta dedita alla tradizione confuciana. Dopo un anno circa erano consensualmente separati, lei a Shanghai con i figli (ne ebbe quattro), ancora piccoli, mantenuta dal marito che le faceva pervenire delle rimesse; lui al fronte ma, da buon cinese, confortato da una concubina.

La situazione andò avanti fin quando le rimesse in denaro pervennero regolarmente ma, per l'aggravarsi del conflitto con il Giappone, presero a diradarsi per poi finire del tutto. Quando giunse la notizia (rivelatasi poi erronea) della morte del marito (morirà in battaglia molto tempo dopo) si pose per Bianca Sannino il problema della sopravvivenza per lei e per i figli. Grazie alla sua bellezza, alla sua eleganza, alla conoscenza delle lingue, ad un notevole spirito di intraprendenza e alla mancanza di inibizioni, lo risolse sia nel modo più classico, collaudato da secoli, sia divenendo informatrice e spia per conto dei giapponesi, non disdegnando neppure di dedicarsi al contrabbando dell'oro. Poté così superare le difficoltà degli anni di guerra, ma quando questa terminò si ritrovò nelle prigioni cinesi, con l'accusa di spionaggio a favore dei Giapponesi: un'accusa che nel 1945 la fece condannare alla pena capitale. Ma evidentemente Bianca Sannino non doveva fare la fine di Mata Hari: gli interventi in suo favore furono tanti che alla fine la pena le venne commutata nell'espulsione dalla Cina. Sul finire del 1946 poté ritornare in Italia, dove rimase fino alla morte, avvenuta all'età di 77 anni, il 14 ottobre 1993, non senza aver prima raccontato le sue avventure nell'autobiografia sopra citata.

A pag. III, Anno XI, numero 36, de “Il Foglio Quotidiano”, di sabato 11 febbraio 2006, usciva un interessante articolo dal titolo “1939, tre spie italiane a Shanghai. Doppiogiochisti fra Cina e Giappone. C’era pure una contessina di nome Bianca”. Ebbene leggendo l’articolo a firma di Antonio Talia, riuscivo a sapere che l’Italia aveva in Cina agli inizi del secondo conflitto mondiale una rete di spie che popolava Shanghai degli anni trenta.

Ebbene è bene precisare che nel 1933 i rapporti tra l’Italia mussoliniana e quella della Cina nazionalista erano molto buoni. Mentre nel 1937 iniziarono a diventare pessimi, quando il Patto Anti-Komintern che legava Roma a Tokyo suscitarono le ire dei cinesi che ne risentirono soprattutto per l’arrivo a Shanghai delle truppe giapponesi che instaurarono un governo filo-nipponico presieduto da Wang Ching Wei. Il comando della polizia segreta cinese in città è affidata al generale Liu Hai-Cheng il quale comanda ben 900 uomini, sia cinesi che stranieri, impegnati in varie attività segrete.

Così testualmente continua  a riferire il suddetto articolo: “ E l’intero ultimo piano di un ristorante di  Nanking Lu è stato requisito da Nancy Li, la vedova di un diplomatico cinese che collabora con i giapponesi. La casa è raffinata, ospita solo militari e uomini d’affari, e tra le ragazze c’è la contessina Bianca Sonnino Tam, passata nel giro di pochi anni dalla villa di famiglia in Liguria alle lanterne rosse della Concessione Francese. Bianca è bionda, bella, parla inglese, francese, e un ottimo mandarino imparato dal marito Tam Giam Chao, un pilota cinese che ha studiato all’Accademia militare di Modena. Si è arenata a Shanghai dopo averlo scoperto con una concubina della base militare di Tuyun, ha due figli con sé, e l’offerta di reclutamento di Nancy Li arriva proprio quando si interrompono gli assegni di Tam. Tutte le confidenze a cui si abbandonano i clienti importanti nel letto di Bianca vengono trasmesse a Kesoke Kuarata, un ufficiale dell’ esercito giapponese di stanza a Nanchino che qualche tempo dopo aumenta la posta in gioco: Bianca ha vissuto nella base di Tuyun, sa com’è costruita e ha visto le armi utilizzate dai Flying Tigers, i piloti americani agli ordini del leggendario Lee Claire Chennault che aiutano i cinesi. Bianca accetta di vendere le informazioni: si trova pur sempre in una città fatta in un certo modo,…………………….

Nel 1945 i nazionalisti cinesi intercettano una lettera di Nancy Li, arrestano Bianca e la condannano a morte per le informazioni che ha fornito ai giapponesi. Ottiene la clemenza per intercessione di monsignor Antonio Riberi, nunzio apostolico in Cina, e nel ’46 viene rimpatriata. Negli anni ottanta scriverà “Tè all’oppio”, un libro di memorie infarcito di descrizioni dei suoi incontri erotici. E’ morta nel ’93.”

 

di Gabriele Zaffiri