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Storia militare

Lettera inedita di Juno Borghese dal carcere di Regina Coeli

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Junio Valerio Scipione Ghezzo Marcantonio Maria dei principi Borghese (Artena, 6 giugno1906–Cadice, 26 agosto 1974), conosciuto come Junio Valerio Borghese, fu uno dei combattenti italiani più arditi del secondo conflitto mondiale e tra le figure più controverse del secondo dopoguerra. Intrapresa la carriera militare come Ufficiale nella Regia Marina, partecipò a diverse imprese di sabotaggio ai danni dei britannici nel Mar Mediterraneo, tra le quali, la più nota è sicuramente “l’impresa di Alessandria”, come comandante del sommergibile Scirè.
L’operazione di sabotaggio, nome in codice “G.A. 3”, si svolse tra il 18 e il 19 dicembre del 1941 nel porto di Alessandria d’Egitto, quando dallo Scirè, posizionato nei pressi del porto, uscirono a cavallo di tre mezzi d’assalto subacquei (SLC 221, SLC 230, SLC 223), chiamati in gergo maiali, i sei uomini destinati all’azione: Tenente di Vascello Luigi Durand De la Penne, Capo Palombaro Emilio Bianchi, Capitano del Genio Navale Antonio Marceglia, Sottocapo Palombaro Spartaco Schergat, Capitano delle Armi Navali Vincenzo Martellotta, Capo Palombaro Mario Marino.
L’impresa, da tutti considerata impossibile, portò all’affondamento e al danneggiamento delle corazzate Queen Elizabeth e Valiant, del cacciatorpediniere Jervis e della petroliera Sagona, procurando così un colpo durissimo alla flotta britannica operativa nel Mediterraneo; a questo proposito, Churchill scrisse: «…sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo…».
Dopo l’8 settembre del 1943, Borghese aderì alla Repubblica Sociale Italiana, proseguendo la guerra al fianco delle truppe germaniche, svolgendo inoltre la funzione di Sottocapo di Stato Maggiore della Marina Nazionale Repubblicana.
Arrestato dopo il 25 aprile 1945 e condannato a dodici anni di reclusione con l’accusa di “collaborazionismo”, fu liberato dopo tre anni di prigionia per effetto dell'amnistia “Togliatti”.
Dal 1951 al 1953 venne nominato Presidente Onorario del Movimento Sociale Italiano. 
Tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, Junio Valerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale, si fece ideatore e animatore, in collaborazione con Avanguardia Nazionale, di un fallito colpo di Stato, passato alla storia come "golpe Borghese".
Nel corso della sua detenzione presso il Carcere Giudiziario romano di Regina Coeli, in risposta a una missiva ricevuta dalla mamma di un marinaio caduto e appartenete all’equipaggio del sommergibile Scrirè, il Borghese scrisse una lettera, ad oggi inedita, di cui si riporta la trascrizione:
 
«Regina Coeli - Roma 
30 .  XII . ’48
Mia gentile e valorosa Signora _ non so dirvi quanto mi abbia commosso la Vostra lettera, scritta sulla carta intestata del  nostro indimenticabile e indimenticato “Scirè” _ e che mi ha portato, attraverso alla sacra parola di una Mamma, la voce dei miei Prodi ragazzi _ i quali giacciono, con le [---] in un punto non identificato, nel fondo del Mediterraneo Orientale; ma i cui spiriti sento vicini a me; sono Essi che mi hanno guidato nel scegliere la via dell’onore l’8 sett. ’43 _ e sono Essi che mi hanno tracciato la linea di condotta nella mia difesa processuale, ispirata non all’odio, ma solo all’amore costante verso la nostra Italia per la quale hanno dato tutto, e offerto serenamente la vita.
 Non so se dai giornali avete potuto seguire il processo: malgrado la cattiveria e la bassezza dei nostri nemici, che sono i nemici della Patria, sono riuscito a fare, proprio nell’aula della Corte d’Assise, la più bella celebrazione delle imprese dello “Scirè” e del suo valoroso equipaggio _ e una esaltazione della Marina Italiana _ Questo era il mio dovere: la sentenza che daranno i giudici non ha importanza: ma tengo più di tutto al giudizio che, dall’Al di là daranno su di me Enzo ed i suoi camerati _ e, in questo mondo, Voi e con Voi le altre Mamme e Spose che per l’Italia hanno dato tutto. _ Né mi lamento della mia sorte, quando penso ai miei sommergibilisti che, offrendo la loro vita, hanno fatto per l’Italia tanto più di quello che posso aver fatto io _ 
Nel Vostro inconsolabile dolore vi dia qualche conforto, cara Signora, sapere che il Comandante del vostro Enzo Vi è sempre vicino con l’animo, e che Enzo non è morto invano, se è qui fra noi ad ispirarci e guidarci sulla via dell’onore e del bene _ Mi creda, sempre Vostro
Valerio Borghese »
 
di Antonio Salvatore
 
 

Da Pietro Micca all'arma del genio

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Tra le diverse Armi cha hanno costituito in passato e costituiscono oggi più che mai l’attuale Esercito Italiano, troviamo l’Arma del Genio. 
La sua centenaria storia ha i suoi inizi con la compagnia minatori del regno Sabaudo che si distinse per l'episodio di Pietro Micca nell'assedio di Torino del 1706 da parte dei francesi. 
Il Corpo Reale degli Ingegneri, nell'Armata Sabauda, è stato formato l'11 giugno 1775. 
Il 9 dicembre 1798, a seguito dell'occupazione francese, il Corpo viene sciolto, con scioglimento dal giuramento di fedeltà al Re di Sardegna. 
Nel 1814 ha inizio la ricostruzione del Corpo, completata nel maggio 1816 con la costituzione del Corpo Reale del Genio Militare e Civile; tale denominazione viene modificata nel 1823 in Corpo Reale del Genio. 
Il 1º Reggimento del Genio fu costituito dal Re Carlo Alberto di Savoia nel 1848 e comprendeva due battaglioni con una compagnia minatori e quattro compagnie zappatori. 
In occasione della spedizione in Crimea (1855-56) si aggiunsero alle compagnie zappatori un drappello di Pontieri; nella campagna del 1860-61 nelle Marche, nell'Umbria e nell'Italia Meridionale si distinse anche un reggimento Ferrovieri. 
Con l'ordinamento dell'Esercito del 1861 alcune specialità del Genio facevano parte dell'Arma di artiglieria, ma presto se ne distaccarono in seguito all'aumento ed allo specificarsi delle loro attribuzioni. 
Queste consistevano essenzialmente nel supportare le truppe combattenti eseguendo tutti i lavori necessari al buon andamento della campagna. 
L'Arma del Genio nacque effettivamente solo il 24 gennaio 1861, e sarà articolata negli anni successivi da diverse specialità: artieri, guastatori, zappatori, ferrovieri, specialisti, minatori, pontieri, aerostieri, fotoelettricisti, fotografi, idrici, lanciafiamme, teleferisti, fototelegrafisti, radiotelegrafisti, guide fluviali, manovratori, idraulici, colombaie fisse e mobili. 
Il 23 dicembre 1900, con Regio decreto legge, fu concessa all'Arma la Bandiera di guerra. 
Tra le innumerevoli e gloriose battaglie a cui gli uomini del Genio sono stati chiamati a partecipare c’è anche quella combattuta a Cefalonia, nell’antico e stupendo mare della Grecia. 
Inquadrati nella 33a Divisione Fanteria da montagna "Acqui" e sotto il Comando Genio Divisionale i genieri italiani erano presenti con la 31a Compagnia Genio Artieri, la  33a Compagnia Genio Telegrafisti e Radiotelegrafisti (T.R.T.), la 31a Sezione Genio Fotoelettricisti, la 158a Compagnia Genio Lavoratori e la 215a Compagnia Genio Lavoratori. 
Ad oggi le fonti storiche presenti non ci permettono di tracciare una puntuale analisi circa le azioni operative dei reparti del Genio durante i giorni dei combattimenti, sappiamo però, che molti caddero in combattimento e  molti altri furono purtroppo oggetto della “rappresaglia” tedesca, tra cui il Magg. Federico Filippini, Comandante del Genio Divisionale, fucilato il giorno 25 settembre presso la famigerata Casetta Rossa. 
Con il distacco nel 1952 della componente "collegamenti" fino a divenire l'Arma delle Trasmissioni, e ridimensionata già con la ristrutturazione del 1975, attualmente l'Arma comprende: sette reggimenti guastatori, un reggimento pionieri, un battaglione guastatori paracadutisti, un battaglione guastatori alpini, un reggimento pontieri ed un reggimento ferrovieri. I reparti del Genio operano sia in territorio nazionale che in quello estero “teatri operativi” dove riscuotono puntualmente l’ammirazione e la stima sia delle popolazioni locali, che degli eserciti alleati.
 
di Antonio Salvatore
 
 

Il cimitero militare di Venafro

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Costruito nel 1945 ad opera del Genio Militare Francese, nei pressi di Venafro (IS) si trova il cimitero di guerra francese. Esteso in un’area di 70.000 mq, ospita le sepolture di circa 7000 soldati francesi, marocchini, algerini e tunisini, oltre ad alcuni africani non meglio identificati, caduti in gran parte durante la battaglio di Cassino (gennaio – maggio 1944), asprissima e cruenta battaglia che vide protagonista anche il Corpo di Spedizione Francese (Corps Expeditionnaire Francais), composto dalla 1° Divisione della Francia Libera. Dalla 2° Divisione Marocchina di Fanteria (DIM – Division in fanterie Marocaine, 13.895 uomini, di cui 6.578 europei e 7.317 indigeni), della 3° Divisione Algerina di Fanteria (DIA – Division in fanterie Algerienne, con i suoi 16.840 uomini, tra i quali 6.354 bianchi  e 6.835 indigeni) e dalla 4° Divisione di Montagna Marocchina (DIM – Division Marocaine de Montagne, 19.252 uomini, di cui 6545 europei e 12.707 indigeni). Per essi sono stati eretti due monumenti, una cappella europea di Andrè Chatelin, Gran Premio di Roma, ed un minareto, decorato con piastrelle ceramiche azzurre,  che risaltano sul bianco calce delle mura, e con alcune iscrizioni tra le quali la più significativa, tradotta in italiano. È sicuramente questa: “Durante la guerra italiana – durata dall’inverno del 1362 all’estate del 1363 – cadde una divisione appartenente al Nord – Africa del paese delle Monarchie tunisina, dell’Algeria e del Marocco. 488 soldati”.
Si notano le date che fanno riferimento al calendario islamico lunare che computa 1 mesi alternati di 29 e 30 giorni a partire dall’anno 622. Al suo interno vi sono alcune tombe, di cui una al Milite Ignoto musulmano, e tre dedicate a Militi con nome, uno Tunisino, uno Algerino, uno Marocchino. Nel cimitero le file delle tombe sono tagliate in due da un viale, al centro del quale vi è un altare con due iscrizioni, alla fine del viale vi è il minareto racchiuso in un recinto quadrato. Tutte le tombe sono disposte approssimativamente secondo l’asse Nord – Est Sud – Ovest, con le lapidi rivolte a Nord-Est, ad eccezione di alcune tombe, poste dietro il minareto, di soldati ebrei (riconosciuti dalla stella a sei punte sulla lapide) e animisti (sulla lapide hanno un “agnostico” sole stilizzato). Questa disposizione delle tombe suggerisce la possibilità che i caduti musulmani, qualora siano stati disposti sul fianco destro, abbiano il volto rivolto a Sud-Est, cioè pressappoco  in direzione della Mecca, secondo la prescrizione della legge islamica, ma non possiamo sapere in che posizione siano stati effettivamente sepolti. Le tombe musulmane (con la mezzaluna sulla lapide) vengono nell’ordine, dopo quelle cristiane (con la croce); tra le quali anche quella di una donna: Marie-Alphonsine Loretti, di 28 anni, infermiera volontaria e conduttrice di ambulanze del III battaglione di Sanità, cadde sotto un improvviso bombardamento dell’artiglieria tedesca il 5 febbraio 1944 nei pressi di Sant’Elia Fiumerapido, come recita la motivazione di concessione della Medaille Militaire. Vi sono inoltre delle tombe di ufficiali musulmani all’interno del recinto. Su ciascuna lapide è riportato il nome (se noto) e la dicitura “morto per la Francia”W. È da notare che anche fra le tombe cristiane sono riconoscibili nomi arabi e africani.
 
di Antonio Salvatore
 
 
 

Storia del Distretto Militare di Campobasso (dodicesima parte)

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Di questo periodo di estrema confusione sappiamo che, il XII Battaglione d’Istruzione si dissolse l’8 Settembre, ma soprattutto sappiamo, grazie a due importantissime testimonianze, una del Dicembre 1943: […]  ancora una volta egli si diresse verso la linea del fuoco, ma nei pressi di Isernia la solita polizia   lo   acciuffò   e   lo   portò   al   Distretto   militare di Campobasso perché   venisse   arruolato nell'esercito badogliano […] ; ed una del 1945, allorquando il Governo Militare Alleato (A.M.G.) autorizzò la chiamata alle armi di soldati di leva della c.l. 1925: La   tardiva   chiamata   per   il   servizio   di  leva militare mi venne notificata dalla stazione dei carabinieri di Venafro al principio del mese di febbraio 1945. Essendo stato distrutto il tronco ferroviario, il giorno della partenza, gli Alleati fecero affluire a Venafro diversi camion militari americani guidati da soldati di colore. I camion erano scoperti e privi di sedili. Per conto del Distretto   Militare   di   Campobasso  (occupato   dalle  forze Alleate)  venimmo sistemati provvisoriamente nell’edificio della ex G.I.L. con all’interno abbondante paglia per riposare della continuità dell’operato del Distretto Militare di Campobasso, sotto la direzione Alleata. Tutto passa e tutto passò, anche la guerra, ma non prima, almeno in questo scritto, di ricordare molto brevemente, un avvenimento storico, ai più purtroppo poco conosciuto, e che ebbe vita proprio in Molise. Era il 31 Marzo 1944  quando, il 1°  Raggruppamento   Italiano  Motorizzato,   con   l’azione condotta   vittoriosamente sul Monte   Marrone,   restituì   fiducia  e   credibilità all’Esercito  Italiano, segnandone la rinascita.
Il Comandante, Generale Umberto Utili, che seguì  le   operazioni  dal Palazzo “Battiloro” di Scapoli (IS), così scriveva nel suo primo Ordine del Giorno: Ragazzi in piedi perché questa è l’aurora di un giorno migliore!
 
di Antonio Salvatore 
 

Storia del Distretto Militare di Campobasso (undicesima parte)

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In quei giorni di estrema confusione e di fame, la Caserma “G. Pepe” subì il suo primo sfregio, nei giorni 8 e 9 Settembre, la popolazione campobassana, con il favore di un caporale e due soldati tedeschi, assaltò la caserma, razziando viveri, vestiario e suppellettili varie. Gli stessi tedeschi, inoltre, sotto l’occhio attento di una cinepresa che filmava la scena, per poi propagandare di come aiutassero gli italiani, dalle finestre dell’ultimo piano, buttarono in strada coperte ed indumenti.
Le truppe alleate, nel frattempo risalivano celermente la penisola senza incontrare, fino a quel momento, grandi difficoltà.
Fu proprio la conformazione geografica del Molise che permise ai tedeschi di approntare in un primo momento tre linee difensive “ritardatrici” (Viktor, Barbara, Bernhard), al fine di rallentare la marcia avversaria, poi, per formare, lungo la catena montuosa delle Mainarde, la prima grande linea difensiva sul suolo italiano, la “Linea Gustav”, per sbarrare la strada all’avanzata alleata. Il Molise, che già assaggiò il sapore della guerra con il bombardamento di Isernia del 10 Settembre e lo sbarco a Termoli, il 3 ottobre, delle Brigate speciali inglesi, fu la porta d’ingresso per l’8a Armata Britannica.
Nella notte tra il 5 e il 6 Ottobre, le forze della 3a Brigata Canadese, ricevettero l’ordine di iniziare immediatamente gli sforzi per l’attraversamento del Fortore, partiva così la fase delle operazioni per la presa di Campobasso.
Le operazioni, rese difficili per la distruzione del ponte 13 Archi da parte da parte dei genieri tedeschi, vide una prima fallimentare azione da parte del “Royal 22° Regiment”, respinto da un Battaglione del 15° Reggimento della 29a Divisione Panzegranadier.
L’attacco successivo, preceduto da un intenso fuoco di artiglieria, vide protagoniste le compagnie d’assalto del “Carleton and York” e quelle del Battaglione “Wst Nova Scotia”, che mossero direttamente verso l’abitato di Gambatesa. Con l’occupazione di Gambatesa e l’arretramento delle forze tedesche, si apriva, attraverso la valle del tappino, la strada verso Campobasso.
Alle ore 9:20 del 14 ottobre, sotto una sottile pioggerellina, i Royal Canadien Regiment, tra due ali di folla festante, entrarono in Campobasso. La città venne prima resa sicura, posizionando sulle sue alture postazioni di artiglieria contraerea e poi trasformata nella sua toponomastica, venne così ribattezzata “Canada Town”.
Purtroppo i guasti alla città, prodotti dai genieri tedeschi, risultarono ingenti.
Le truppe germaniche, ormai in ritirata presso la “Linea Gustav” per rallentare l’avanzata nemica, distrussero la linea ferroviaria Campobasso-Isernia, l’ufficio postale, il gasometro, tutti i mulini della città, e diedero alle fiamme la Caserma “G. Pepe”, procurando ingenti danni.
 
di Antonio Salvatore