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Storia militare

Il Gen. Gabriele Pepe (prima parte)

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Soldato, scrittore, politico, Gabriele Pepe è sicuramente tra i personaggi più illustri della storia del Molise e non solo. Nato a Civitacampomarano in provincia di Campobasso il 7 Dicembre 1779, Gabriele Pepe rappresenta ancora oggi un luminoso esempio della grandezza e del coraggio di un molisano che già si sentiva italiano. La sua vita avventurosa, costellata da numerosi fatti d’arme, ha inizio allorquando, abbracciata la causa repubblicana tra le fila della Legione Sannita fu condannato a morte, (pena commutata per la sua giovane età nell’esilio perpetuo) all’indomani della restaurazione della monarchia borbonica. Con l’arrivo dell’Esercito Napoleonico si arruolò nella Legione Italiana, ma anche questa volta la sua fiamma repubblicana fu spenta nel 1801 con l’ennesima restaurazione dei Borbone. Lasciato il servizio militare nel 1802, fu richiamato da Giuseppe Napoleone nei quadri del 1° Reggimento con il grado di Primo Tenente nel 1806 ed impiegato nella repressione del primo brigantaggio. Nel 1808, con i gradi di Capitano, farà parte del Corpo dell’Esercito nella spedizione di Spagna, dove verrà insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine delle Due Sicilie. Negli anni successivi, con i gradi di capo Battaglione partecipò, nel 1815, alla campagna delle Marche e Romagna e con quelli di Colonnello, in seguito al richiamo di Ferdinando I,  gli vennero affidati i seguenti incarichi: nel 1818 il comando della provincia di Capitanata, nel 1819 in Calabria e nel 1920 il 6° Reggimento Cavalleggeri con sede a Siracusa. Nel 1820 la vita di Gabriele Pepe prende una svolta decisiva, infatti, a seguito della promulgazione della Costituzione del 7 Luglio, il Col. Pepe verrà eletto, per la sua Regione, come Deputato al Parlamento del regno di Napoli. Purtroppo, il suo mandato elettorale durò meno di un anno,  infatti, il 23 Marzo 1821, con l’ingresso a Napoli delle truppe austriache, la Costituzione venne abolita e il Pepe condannato all’esilio perpetuo, prima a Brunn, in Moravia, poi a Firenze dove, come vedremo, il patriota molisano scriverà una tra le pagine  più belle di orgoglio patrio.
Dunque, esiliato nella città toscana, dove viveva in totale ristrettezza economica, riuscì comunque frequentare gli ambienti culturali fiorentini, all’interno dei quali la sua fama divenne immortale anche per il duello ingaggiato, prima sul filo di un pennino, poi su quello della spada, con il segretario della delegazione francese in Toscana, il poeta Alphonse De Lamartine.
L’oggetto del contendere fu una rima scritta nell’”Ultimo canto del pellegrinaggio di Aroldo”, dove il francese definì gli italiani «de la poussière humaine», indicando l’Italia come «la terra dei morti».
All’offesa del francese, il Pepe rispose con un articolo pubblicato nelle colonne del “Cenno”, opuscolo divulgato nel Granducato di Toscana: […] di tale goffaggine sarebbe stato capace solo un poetastro come quel rimatore dell’Ultimo Canto di Childe Harold, il quale si sforza […] di supplire all’estro ond’è vacuo ed ai concetti degni dell’estro, con baie contro l’Italia, che chiameremmo ingiurie, ove, come diceva Diomede, i colpi dei  fiacchi e degli imbelli potessero mai ferire […].
 
di Antonio Salvatore
 

Nazario Sauro e il Molise (seconda parte)

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Come ti sei ritrovato a vivere in un piccolo borgo molisano come San Giovanni in Galdo? 
A causa e del mio lavoro ho passato lungo tempo della mia vita in giro per il mondo, una volta in pensione e soprattutto grazie al matrimonio di mia figlia Alessandra con Luca Milano, figlio del Dott. Giuseppe Milano di San Giovanni in Galdo, ho scoperto questo tranquillo paesino molisano, dove, dal 2014 oramai vivo stabilmente.
Cosa ti raccontavano a casa delle gesta di tua nonno Nazario Sauro?
A dir la verità non se parlava spesso a casa, era soprattutto quando andavamo a Venezia da mia nonna Nina (Caterina Steffè) che mi raccontava di nonno Nazario:
«Caro Nina,
non posso che chiederti perdono per averti lasciato con i nostri cinque bimbi ancora col latte sulle labbra; e so quanto dovrai lottare e patire per portarli e lasciarli sulla buona strada, che li farà proseguire su quella di suo padre: ma non mi resta a dir altro, che io muoio contento di aver fatto soltanto il mio dovere d'italiano. Siate pur felici, che la mia felicità è soltanto quella che gli italiani hanno saputo e voluto fare il loro dovere. Cara consorte, insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo. Nazario.»
Di contro, ricordo, anche con qualche insofferenza, quando da piccolo, unitamente a mio cugino, Enrico Toti, eravamo "costretti" dall'altra nonna, Emma Toti Lombardozzi, a partecipare con lei a tutte le feste e ricorrenze militari a cui era invitata a partecipare.
Insomma sei diventato esperto di cerimonie militari?
Come dicevo, da piccolo ho "dovuto" presenziare a tantisssime cerimonie, però da grande ce ne sono due che ricordo con particolare emozione, il varo a Monfalcone (GO) il 12 marzo  1967 del sottomarino Enrico Toti, di cui ho conservato il collo di bottiglia (capostipite della classe Toti, attualmente è esposto al Museo della scienza e della tecnologia di Milano) e il varo sempre a Monfalcone (GO) il 09 ottobre 1976 del sottomarino Nazario Sauro (capostipite della prima serie della classe Sauro, attualmente è una nave museo ormeggiato nel porto antico di Genova).
Quindi sei un marinaio mancato?
Diciamo che non sono molto portato ad indossare una divisa, l'unica che ho indossato è stata quella durante l'anno di leva come S. Ten di complemento nell'Aeronautica Militare.
Non ti nascondo che l'aver scelto di indossare una divisa di color blu e non bianca, ha fatto storcere la bocca a più di qualche persone in famiglia.
Il tuo cognome ti ha consentito di conoscere anche tante persone?
In effetti ho avuto modo di conoscere diverse persone importanti, tra cui Giulio Andreotti, Alcide De Gasperi e Rodolfo Graziani, di quest'ultimo mio padre ne fu Aiutante di Campo in Africa durante la Seconda Guerra Mondiale, e in seguito ne curò tutta l'organizzazione difensiva durante il cosiddetto “Processo Graziani”.
Quale eredità morale ti ha trasmesso la consapevolezza di essere il nipote di Nazario Sauro?
Credo la più grande, lottare per la libertà. Ricordo ancora quando da ragazzino partecipai nel novembre del 1953 alle manifestazioni per Trieste Libera, che vennero duramente represse a suon di manganellate dalla Polizia civile alle dipendenze del Governo Militare Alleato, e poi ricordo con lucida memoria quando da studente universitario presso la Facoltà di Architettura di Roma, partecipai nel marzo del 1968 alla “battaglia” di Valle Giulia. Stavamo vivendo il famoso '68.
 
Il pomeriggio volge al termine, una stretta di mano e una promessa di risederci ancora allo stesso tavolino. 
A seguito di una piccola indagine da me condotta sulla toponomastica di San Giovanni in Galdo, ho constatato che non esiste nessuna strada/piazza o luogo pubblico dedicato all'Eroe italiano Nazario Sauro.
Alla luce di quanto appena appreso, sarebbe a dir poco interessante, nonché lungimirante, pensare ad una futura dedicazione.
 
di Antonio Salvatore
 

Nazario Sauro e il Molise (prima parte)

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Cosa lega la figura del famoso irredentista istriano al Molise? Quale arcana alchimia unisce il questa piccola regione a uno dei più importanti eroi della nostra storia?  La risposta è Nazario Sauro, nipote dell’eroe e residente attualmente a San Giovanni in Galdo (CB). Grazie all’intermediazione di Angela Simile, riesco ad incontrare un simpatico architetto romano in pensione, il suo nome, Nazario Sauro.  
Nazario Sauro nato a Roma il 28 febbario 1942, figlio di Italo il quartogenito dei cinque figli (Nino, Libero, Anita, Italo e Albania) della Medaglia d’oro al Valor Militare, Nazario:
 
«Caro Nino,
tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere d'italiano. Diedi a te, a Libero ad Anita a Italo ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla carta; questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l'ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa patria, giura o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli quando avranno l'età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani! I miei baci e la mia benedizione. Papà. Dà un bacio a mia mamma che è quella che più di tutti soffrirà per me, amate vostra madre! e porta il mio saluto a mio padre.»
(Nazario Sauro, Venezia, 20 maggio 1915 - Lettera testamento ai figli)
 
Durante la nostra conversazione vengo a sapere una notizia molto, molto interessante, ad oggi del tutto sconosciuta, all'interno del cimitero comunale di San Giovanni in Galdo è collocata la tomba della zia Albania, sulla cui lapide risalta l'epitaffio «Ultima figlia dell'Eroe Nazario Sauro»  Ma le sorprese non finiscono quì, in quanto mi racconta il nostro architetto che anche in linea materna vanta parentele a dir poco importanti, la mamma è la figlia della sorella dell'eroe Enrico Toti, e non aggiungiamo altro.
 
di Antonio Salvatore
 

Ottobre 1943, il passaggio delle truppe tedesche e alleate lungo la Valle del Tappino (sesta parte)

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Gli alleati rimasero in paese diverso tempo, per Toro si poteva considerare conclusa la II Guerra Mondiale. Ecco alcune testimonianze: Nicola Rossodivita  «appena arrivati i soldati  alleati in paese, mia madre invitò alcuni di loro a mangiare nella nostra abitazione, ricordo che i soldati lasciarono incustoditi tutti i fucili fuori la porta di casa, io incredulo mi domandavo cosa sarebbe successo se in giro ci fosse stato ancora qualche tedesco»; Teresa Rossodivita «in casa nostra venne ospitato un graduato polacco il quale quando rientrava in casa la sera, forse ricordando i propri figli, metteva me e mia sorella (Lucietta) sulle proprie ginocchia e utilizzando un italiano molto stentato ci chiamava Tereska e Lucinka. Quando andò via per raggiungere il fronte mi regalò i suoi galloni, in seguito sapemmo che quasi tutti i soldati polacchi che avevano soggiornato a Toro morirono nella battaglia per la conquista di Montecassino»;  Olga Pietracatella «Olga Pie Olga Pie Olga Pie Olga Pietracat tracat tracattracat tracatella ella ella ella ella ricordo che a casa nostra soggiornò un Ufficiale polacco, credo fosse un Ufficiale medico»; Giuseppe Iosue «quando arrivarono i soldati alleati eravamo tutti contenti, regalavano a noi bambini le gallette e la cioccolata, agli adulti in cambio di bottiglie di vino regalavano indumenti e coperte di lana. Ricordo che sul Colle di Dio venne  da subito  posizionato un cannone»;  Diomede Ciaccia  «ricordo che il primo alleato  ad arrivare   a   Toro   fu   una   staffetta   portaordini,   il   quale   si   fermò   con   la   sua   motocicletta   davanti   la   caserma   dei Carabinieri,   un   mio   amico,   Mercurio   Pistillo,   credendo   di  trovare   alimenti  o   sigarette,   sottrasse   la   borsa   con   i documenti dalla motocicletta e scappò via. Ricordo ancora i soldati canadesi che ci regalavano biscotti, carne inscatola,  formaggio in  scatola, cioccolata   e sigarette marca V,  soldati che  frequentavano  assiduamente la  cantina “Della Vedova” da dove molto spesso ne uscivano ubriachi»; Giuseppina Simonelli «ricordo ancora il passaggio di numerosi aerei alleati provenienti da Foggia e diretti verso Campobasso, che volavano a bassissima quota sopra il ponte di Toro»  Lucia Rossodivita  «avevo appena tre anni e seppur sbiadito, conservo il ricordo di quando, al passaggio degli aerei sopra il cielo di Toro, venivo portata in una cantina chiamata rifugio antiaereo. Noi bambini venivano sistemati nelle nicchie dove si conservava il vino, mentre le donne si sedevano al centro della cantina per pregare». Con l’ingresso alle ore 05.30 del 14 ottobre 1943 a Campobasso (che verrà chiamata Canada Town) dei Royal Canadian, la guerra lungo la Valle del Tappino era definitivamente conclusa.

di Antonio Salvatore

Ottobre 1943, il passaggio delle truppe tedesche e alleate lungo la Valle del Tappino (quinta parte)

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Altre testimonianze: Giuseppina Simonelli  «ricordo   quel   pomeriggio come   se  fosse   oggi,   eravamo nascosti in cantina ma  ogni tanto mi affacciavo fuori e vedevo le bombe  che cadevano  in contrada Lazzarice,  le esplosioni erano talmente forti che vedevo volare in aria gli alberi di olivo, in serata seppi dai miei genitori della tragedia delle due donne colpite»;  Olga Pietracatella  «noi abitavamo a pochi metri da casa Marcucci, di quella tragica serata serbo ancora il ricordo di mia zia che durante la notte bagnava con gocce di caffè le labbra della povera Teresa Grosso che sarebbe poi spirata nelle prime ore del mattino». Dal registro dei Morti del Comune di Toro «Atto di morte n. 24 del 13 ottobre 1943. Alle ore 9.30 del 13ottobre 1943, davanti al Podestà Gaetano Quercio, ufficiale dello stato civile, è comparso Colledanchise Saverio fu Luigi di anni 59 contadino di Toro, che alla presenza dei testimoni Serpone Giovannina di Michele, di anni 25 casalinga, e Marcucci   Giovanni   fu   Nicola   di   anni   32   contadino   ha   dichiarato   che   il   giorno   13   ottobre   1943   alle   ora   cinque antimeridiane nella casa posta in Via Antica 21 è morta Grosso Maria Teresa di ani 36, contadina di razza ariana, figlia di Antonio e fu Colledanchise Angela, coniugata con Marcucci Salvatore. – Atto di morte n. 25 del 13 ottobre 1943. In pari data, lo stesso Colledanchise Saverio, ha dichiarato inoltre che il giorno 12 ottobre, alle cinque pomeridiane, nella stessa casa di via Antica n. 21, è morta Marcucci Angelamaria, nubile di anni sette, figlia di Salvatore e Grosso MariaTeresa». Di quel cannoneggiamento, infine, si riporta un passo tratto da uno scritto del poeta torese, Nicola Iacobacci «Le pallottole fischiavano sul campanile. Sotto la quercia restai senza tremare: per me che ero bambino la guerra fu solo uno scherzo».  Il giorno 13 ottobre Toro si svegliò senza più la presenza delle truppe tedesche, che nottetempo abbandonarono il paese, ecco la testimonianza di Giuseppina Simonelli «la mattina seguente il bombardamento non trovammo più i tedeschi che erano scappati durante la notte, e allora per avvisare gli  alleati  della loro  partenza   e quindi a  non dare inizio  a   nuovi cannoneggiamenti, mio   padre  Antonio (Spagnule), Nicola De Sanctis (Cola Ciaccia) e Domenico Iacobucci (Ciumbare), si avviarono a piedi alla volta di Jelsi. Lungo la strada trovarono un cavallo bianco lasciato dai soldati tedeschi, il quale fu riportato in paese e custodito da Domenico (Ciumbare), nei giorni seguenti l’animale fu venduto ed il ricavato diviso per tre». Con il ritiro delle truppe tedesche arrivarono a Toro anche le truppe alleate, i primi ed entrare in paese furono i canadesi, molto probabilmente i soldati del 48° Highlanders, in seguito sarà forte anche la presenza dei soldati polacchi della 3a Divisione Fucilieri dei Carpazi e della 5a Divisione Kresowa […]

di Antonio Salvatore