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Storia militare

Eccidio di Fornelli, la Germania condannata a 12 milioni di risarcimento

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Ieri è stata una giornata storica per il comune di Fornelli, in provincia di Isernia, che farà giurisprudenza anche per avvenimenti similari in Italia. Il Tribunale della città pentra ha condannato la Germania a indennizzare il Comune ed i familiari delle 6 vittime uccise dai nazisti il 4 ottobre 1943, con una somma pari a 12 milioni di euro, di cui 630.000 spetteranno all’ Amministrazione comunale. La vicenda ebbe inizio con l’uccisione di un soldato tedesco causata da una bomba per evitare razzie di beni di prima necessità da parte dei nazisti. A seguito di questo fatto, il 4 ottobre 1943 l’esercito tedesco, assassinò per impiccagione il podestà, Giuseppe Laurelli ed altri 5 fornellesi: Domenico Lancellotta, Celestino Lancellotta, Michele Petrarca, Giuseppe Castaldi e Vincenzo Castaldi. Dopo la mattanza i corpi delle vittime furono lasciati sul luogo dell’esecuzione fino al 19 ottobre. Il Sindaco del paese, Giovanni Tedeschi, ha commentato l’epilogo del tragico avvenimento: "Questa è una sentenza storica. Finalmente la perseveranza con cui siamo andati avanti, nonostante lo scetticismo e la derisione di alcuni, è stata premiata. Certo ora sarà difficile ricevere il risarcimento, ma andremo avanti facendo tutti i passi successivi". Una pagina oscura per la nostra Nazione finalmente ha avuto giustizia.

di Domenico Pio Abiuso 

 

Storia del Distretto Militare di Campobasso (seconda parte)

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[…] Estratto del Verbale di Deliberazione 17 Novembre 1872, oggetto della Deliberazione: «Sussidi per la costruzione di un quartiere militare in Campobasso», contenuto nel documento datato 27 Febbraio 1874. 
È interessante notare come nel documento viene evidenziata l’utilità ed il grandissimo vantaggio per l’intera Provincia di Molise di avere la sede del Distretto. Gli accordi amministrativi tra il Ministero della Guerra, il Consiglio della Provincia di Molise ed il Municipio di Campobasso, trovarono la loro definizione nella Convenzione sottoscritta il 13 Aprile 1874 nel Palazzo della Prefettura di Campobasso, dal Conte Francesco Cav. Contini, Prefetto della Provincia di Molise e rappresentante il Ministero della Guerra e il Duca di Mirabello Francesco Frangipani, Sindaco di Campobasso, in rappresentanza del Municipio.
Nella Convenzione, il Municipio concorreva con la cessione del terreno e la corresponsione, insieme alla Provincia, di lire 240.000, mentre la restante somma, fino alla copertura dell’intera spesa prevista per un importo di lire 390.000, era a carico del Ministero della Guerra. 
Causa le successive modifiche degli artt. 1, 3 e 8, il 3 Agosto 1875 verrà stipulata una nuova Convenzione, approvata dal Ministero della Guerra in data 13 Agosto 1875. Dalle lettura delle Piante Topografiche della città di Campobasso, redatte dall’Arch. Antonio Pace nel 1859 e soprattutto in quella del 1876, redatta dal Cav. Camillo Rosalba, il quale elabora un piano regolatore ispirandosi ai principi del Gen. Amerigo de’ Marchesi Mayo, già ufficiale del Genio Militare e Direttore dell’Istituto Topografico Militare, individuando l’area di costruzione, seguendo anche la naturale espansione urbanistica della città, in una parte della Villa Comunale, già Orto Botanico, nelle immediate vicinanze del borgo, in una zona ideale rispetto anche alle vie di comunicazione. La caserma, preventivata in lire 221.000 e collaudata per lire 245.000, fu inaugurata nel 1881, al comando del Ten. Col. Achille Campo (02.03.1880 – 12.10.1883) […]
 
di Antonio Salvatore
 
 

Storia del Distretto Militare di Campobasso (prima parte)

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Con il Regio Decreto del 13 Novembre 1870, che prevedeva il riordinamento della Organizzazione Territoriale del Regno e che sopprimeva di fatto i 69 Comandi Militari provinciali e i numerosi Comandi di Piazza, nascevano, in applicazione delle disposizioni emanate dal Ministro della Guerra Cesare Ricotti, i 45 Comandi del Distretto Militare (numero che salì a 62 nel 1861), ai quali vennero affidate le operazioni relative al reclutamento, alla mobilitazione, all’istruzione delle classi di leva e di congiunzione tra l’istituzione militare ed il territorio.
Ovviamente fondamentale è stato da sempre il ruolo dei Distretti Militari circa l’alimentazione dei quadri della truppa, almeno fino al 2005, anno della sospensione della leva obbligatoria.
Contrariamente all’esempio degli eserciti Tedesco, Francese e Britannico, dove i Reggimenti o Battaglioni (con più forza durante la Prima Guerra Mondiale) erano provenienti dalla stessa zona di reclutamento, quello italiano, ritenuto uno dei più importanti se non il più importante, crogiolo per sviluppare negli italiani un unico sentimento nazionale e forse, anche per separare soldati e popolazione civile in eventuali azioni repressive, era alimentato, indipendentemente dal nome della brigata, da uomini provenienti da diverse regioni d’Italia. 
Per i reparti alpini invece, fu previsto il reclutamento locale, in quanto era indispensabile, in caso di emergenza alle frontiere, avere l’immediata disponibilità di uomini reclutabili in zona.
Nel quadro organizzativo connesso a questo riordino è legata la nascita, nel 1871, del Distretto Militare di Campobasso, a cui venne assegnato il numero 46°, al comando del Col. Pietro Sery (01.11.1871 – 01.11.1875), a quella data però, Campobasso non possedeva, come abbiamo visto, una vera e propria caserma, tant’è che per i primi dieci anni il Distretto Militare venne contenuto nell’ex Convento di Santa Maria delle Grazie prima e nel Convento dell’Annunziata poi.
La necessità di costruire un edificio adeguato alle esigenze funzionali del Distretto Militare si certificano già in una Sessione straordinaria del Consiglio Provinciale di Molise [....] 
 
di Antonio Salvatore
 

Campobasso, il monumento a Gabriele Pepe

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Le gesta dell’eroe furono così luminose che il desiderio dei molisani di renderle immortali fece sì che, negli ultimi anni del 1800, nascesse un comitato allo scopo di far erigere, nella città di Campobasso, un monumento a lui dedicato. Nel 1903, questo grande desiderio della popolazione, ricevette una decisiva accelerazione a causa del fortissimo sdegno, che si propagò per tutto il Molise, per la scandalosa profanazione della tomba del Pepe da parte dell’arciprete (non molisano) di Civitacampomarano, il quale fece buttare i mortali resti del Generale, in un volgare ed anonimo immondezzaio. Come autore della scultura fu scelto il calabrese Francesco Jerace (1853 – 1937), con il quale, il 2 Aprile 1912, fu stipulato il contratto per la realizzazione dell’opera e ne fissava l’inaugurazione per l’estate del 1913 ed il prezzo in lire 29.000 (più lire 2.600 per palmario). Tra le spese occorse per la realizzazione dell’opera, ricordiamo quella di lire 2.000 erogata dai Sigg. Guerriero e Tucci per l’esecuzione della ringhiera.
Invece, tra le tantissime somme incassate, riportiamo le più sostanziose:
- Ministero dell’Interno (contributo dello Stato) Lire 20.000
- Provincia di Campobasso Lire  4.000
- Municipio di Campobasso Lire  2.000
- da vendita biglietti conferenze letterarie Lire 955,15
- Municipio di Civitacampomarano Lire 500
- Società Campobassana di New York Lire 440
- Somma da tempo giacente destinata ad un monumento ai Martiri di Castelpetroso e stornata a pro del monumento a G. Pepe Lire 403,45
Totale somme incassate: Lire 37.321,20; totale somme spese: Lire 37.321,20.
Il 27 Luglio 1913, con l’illustre presenza di Emanuele Filiberto di Savoia Duca d’Aosta, per espresso incarico del Re Vittorio Emanuele III, che lo volle come suo rappresentante, il monumento al Generale Gabriele Pepe fu scoperto, tra i fragorosi applausi e la commozione generale, quindi, il Sen. Francesco D’Ovidio lesse il primo di una lunga serie di discorsi. Tra le numerosissime autorità presenti quella mattina a Campobasso  si ricordano: il Ministro della Guerra Gen. Spingardi, con il Col. Montasini; il Vice Presidente della Camera dei Deputati On. Carcano con i segretari On. Baslini e On. De Amicis; il Segretario del Senato On. Prampero; i sette Deputati del Molise, On. Cannavina, On. Cimorelli, On. Leone, On. Magliano, On. Mosca, On. Pietravalle, On. Spetrino: il Com. del VII Corpo d’Armata di Ancona, Gen. Barattieri; il Com. della Divisione di Chieti, Col. Amenduni; il Comandante della Legione dei Carabinieri oltre ad una nutrita schiera di Ufficiali e di soldati. Inoltre le autorità cittadine, i rappresentanti dei Comuni della Provincia e rappresentanti delle scuole e delle società locali. La cerimonia d’inaugurazione del monumento al Ge. Gabriele Pepe ebbe talmente risalto che la notizia fu riportata anche dal famoso giornale “La Tribuna Illustrata”, che nell’Agosto del 1913 così scriveva: Il giorno 28 si è solennemente inaugurato a Campobasso il monumento al generale Gabriele Pepe, opera dello scultore Jerace. Delle nostre fotografie quella di sinistra rappresenta l’arrivo del Duca di Aosta, del Ministro della Guerra e delle altre Autorità alla piazza ove si svolse la cerimonia; la incisione di destra  rievoca invece il momento dello scoprimento della bella opera monumentale. E’ curioso notare, come la data di inaugurazione del monumento riportata nell’articolo sia  errata (“28” anziché  “27”).  Al termine della cerimonia, il corteo delle Autorità, con a capo il Duca d’Aosta, percorrendo il Corso Vittorio Emanuele III raggiunse la Caserma “Gen. Pepe” per presenziare ad una ulteriore inaugurazione, quella della lapide in memoria del S. Ten. Vittorio Verdone, Medaglia d’Oro al valor militare, ancora oggi presente sulla facciata dell’edificio militare.
 
di Antonio Salvatore
 

Il Gen. Gabriele Pepe (seconda parte)

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L’affronto non poteva avere altro epilogo se non un duello, che si svolse il 19 Febbraio del 1826 fuori porta San Frediano a Firenze. Così, dalla lettera scritta da Gabriele Pepe al fratello il 21 Marzo 1826: 
Forse ti è noto che un tale Lamartine pubblicò l’anno scorso una sua poesia,  in cui versava vituperi a piene mani sull’Italia. […] il Governo Granducale,  per i riguardi debiti a un diplomatico francese, non concedea il permesso della stampa. In questo stato di cosa uscissi il mio Cenno, ed uscì sol perché la zampata data  al poeta dell’Ultimo Canto di Childe Harold passò inosservata dalla Censura. […] Alcuni giorni dopo della pubblicazione, Lamartine mi scrive chiedendo se  il verso di Omero, da me citato sul suo conto, era stato vibrato alla sua poesia o alla sua persona […]. A questa prima lettera successe un’altra, in cui rinnovava la richiesta, ed io rinnovai la negativa. Finalmente in una terza mi domandò un abboccamento. Non potendomi rifiutare gli feci sapere che io ero reperibile in mia casa ogni giorno fino all’una pomeridiana. Venne gli infatti il dì 13 febbraio: lo ricevei con la tutta possibile cortesia; […] Tratta vasi con un francese, il quale aveva dipinto come assassini, buoni a dar solo pugnalate di notte a tradimento. Bisognava dunque fargli vedere col fatto che gli italiani sono più cavalieri dei francesi […]. Venne dunque Lamartine, e mi chiese a voce quella spiegazione. Gli dissi che avendola due volte rifiutata per iscritto, gli inspirerei poca buona idea dandola oralmente. Allora mi aggiunse che si vedeva costretto a richiedermela con le armi in  mano. A questa proposizione risposi che io ero sempre ai suoi ordini. Voleva egli battersi in quel giorno stesso, mi rifiutai, poiché andava esso al quanto zoppo per essere caduto da cavallo giorni innanzi. Io non mi misurerò con voi, aggiunsi, se non quando sarete perfettamente sano e padrone del completo esercizio di tutte le vostre membra […]e  risolvemmo di misurarci la mattina del 19 prima delle 11. Gli dissi l’imbarazzo del padrino e che a me non conveniva compromettere chicchessia. Il vostro, soggiunsi, sarà anche il mio. […] Lamartine volle assolutamente un quarto. Sceglietemelo voi stesso dunque, ed io l’avrò come se fosse scelto da me medesimo.  Mi nominò allora e fece chiamare un tale Villemill che io non punto   conosceva e che  vidi per la prima volta. Eccomi dunque un po’ troppo azzardosamente solo fra tre incogniti; fra tre non italiani, […] solo e senza aver neppure la spilla della camicia per arme. Ti dico questa circostanza perché è stata quella che ha fatto gran senso a tutti,  a italiani e forestieri.I due secondi armati con pistola, ed avevano due spade. Queste non si travavan uguali; e perciò volevasi estrarre a sorte a chi spettasse la  più lunga. Ma il tuo fratello, nel presentargli le sorti, le strappa ambedue dalle mani di  Villemille; chiede la più corta, la prende e si mette in guardia. Dopo secondi di dibattimento, l’avversario aveva stoccata al braccio destro. Chiestogli se fosse pago e risposto che lo era, buttai la spada e gli fasciai la ferita col mio fazzoletto. Ciò fatto rientrammo in città […].  Ma già la Polizia sapeva tutto: […] mi intimò gli arresti nella mia stessa abitazione […]. In un momento si sparse la nuova per Firenze con tutti i particolari; e tutta Firenze  prese caldissima parte per me. Molti signori toscani, quasi tutti i Ministri Esteri, tutta la Legazione francese, e molti forestieri di distinzione s’impegnarono in mio favore pregando il Governo onde non mi facesse la menoma molestia. Le circostanze del non aver voluto compromettere alcuno dei miei compatriotti, dell’essermi affidato solo fra tre incogniti e della scelta della spada più corta, stordivano tutti. Lo stesso ambasciatore di Francia, il Marchese La Maisonfort, mi mandò la sua carrozza facendomi sapere che era essa a mia disposizione per condurmi in casa sua come luogo di sicurezza, qualora mi si volesse imprigionare o cacciare […]. Siamo risultati amici con Lamartine. […] che egli in seguito dell’affare ha pubblicato un foglietto di nobilissimo disinganno sul conto dell’Italia.
L’aver difeso con tanta fierezza l’onore dell’Italia e l’aver dibattuto in duello fulgida lealtà cavalleresca sarà considerato tra i primi bagliori di quella nuova aurora risorgimentale che si staglierà scintillante nei cieli d’Italia. Nel 1836 rientrò a Napoli, in seguito gli fu conferito il grado di Generale con l’incarico di Comandante della Guardia Nazionale. Il soldato, scrittore, politico e soprattutto patriota Gabriele Pepe morì nella sua Civitacampomarano il 26 Luglio 1849.
 
di Antonio Salvatore