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Temi globali

Coronavirus, i profitti sono solo delle aziende farmaceutiche

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Era il 31 dicembre 2019 quando la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan aveva per la prima volta inviato una segnalazione all’OMS nella quale si informava l'agenzia di avere registrato in tutta la provincia di Hubei un rilevante numero di casi di polmonite derivanti da cause ignote. La diffusione di quello che verrà chiamato 2019-nCoV era iniziata verso la metà del mese. Il 10 gennaio per la prima volta veniva determinata la sequenza genomica del virus: un betacoronavirus correlato a quello che ha causato la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS-CoV) e a quello della Sindrome respiratoria acuta grave (SARSCoV). Le ricerche sono proseguite e il 20 gennaio la National Health Commission (NHC) cinese ha scoperto la trasmissibilità da essere umano a essere umano del coronavirus. I coronavirus si chiamano così perché la parte infettiva (virioni) appare al microscopio elettronico come piccoli globuli, sui quali ci sono tante piccole punte che ricordano quelle di una corona. Questi sono piuttosto diffusi tra varie specie di mammiferi e uccelli: infettano il loro apparato respiratorio e gastrointestinale. Da 60 anni circa, sappiamo che in alcuni casi questi virus riescono a passare agli esseri umani, causando sintomi che variano a seconda delle loro caratteristiche. A oggi sono noti sette diversi coronavirus che possono infettare l'uomo. In Cina sono molto diffusi i mercati in cui si possono acquistare suini, pollame e diverse altre specie selvatiche di animali ritenuti prelibatezze per la cucina locale o utili per la medicina tradizionale, come i pipistrelli. Il legame tra esseri umani e questi animali, unita alle scarse condizioni igieniche, fa aumentare il rischio che i virus passino da una specie animale agli esseri umani, mutando per adattarsi poi ai nuovi ospiti. Il sospetto è che qualcosa di analogo sia avvenuto in passato, con la SARS, e nelle settimane scorse con il passaggio di 2019-nCoV agli esseri umani, probabilmente proprio dai pipistrelli. Anche per questo motivo, il governo cinese sta lavorando per mettere al bando, o almeno sospendere, le attività commerciali nei mercati di animali. Da sempre i virus circolano e si diffondono in tutto il mondo facendosi dare un passaggio dagli animali che infettano. Un tempo le malattie arrivavano per nave, come avvenne per esempio con la peste nera in Europa nel Trecento, oggi attraverso i viaggi aerei. Restano comunque dei punti oscuri sui quali delle testate internazionali hanno lanciato delle ipotesi. Il primo indizio sarebbe dato dal fatto che Pechino avrebbe occultato delle prove. Ad esempio nella città di Wuhan, città di forte importanza militare, è presente l’unico laboratorio cinese, in grado di trattare virus pericolosissimi come quello dell'Ebola. La pericolosità degli agenti patogeni esistenti prevede delle misure molto rigide. Ciò vale a dire che chi entra ed esce da quelle stanze deve sottoporsi a trattamenti speciali, come docce decontaminanti e indossare tute speciali pressurizzate. Che il virus possa essere uscito da quel laboratorio? Nell’incertezza ci sono però dati inconfutabili e che riguardano il settore economico, in particolar modo le Borse mondiali. Le Borse globali hanno perso nell’ultima seduta (27 gennaio) più del 2%, vedendo ridurre la capitalizzazione globale di oltre 2mila miliardi di dollari. I ribassi sono corali negli Usa e in Europa (la Borsa di Shanghai, così come quelle di Shenzen e Hong Kong, invece resteranno chiuse fino al 3 febbraio per il Capadanno cinese, esteso di tre giorni dalle autorità nel tentativo di rallentare l’epidemia del coronavirus). Numerose aziende farmaceutiche hanno annunciato di star lavorando alla creazione di un vaccino per sconfiggere il nuovo coronavirus. I loro guadagni in Borsa sono schizzati alle stelle. L'americana Vir Biotechnologies, quando i contagi sono esplosi su scala mondiale, ha visto le proprie azioni aumentare di valore per il 97%, con capitalizzazione di 3 miliardi di dollari. L'azienda si dice ora vicina a trovare una soluzione al virus di Wuhan. Anche altre aziende americane come Inovio pharmaceuticals, Moderna e Novavax, impegnate nelle ricerche, hanno guadagnato rispettivamente il 61%, il 16% e il 13%, mentre anche la Cina ha annunciato che parteciperà alla corsa per il vaccino.

di Giorgia Ciampitti, Romina Caterena, Filippo Sardella, Annalisa Fraraccio

Venti di antisemitismo tornano a soffiare in Italia

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E’ da qualche anno ormai che sentiamo dai mass media notizie di episodi di razzismo e xenofobia, commessi in nome di una razza superiore, quella bianca nei confronti di soggetti di pelle scura (come quello accaduto a Macerata il 3 febbraio 2018, quando Luca Traini esplose alcuni colpi di pistola che ferirono dei ragazzi di colore) o di soggetti  con disabilità di tipo fisica o psichica (vedasi il diversamente abile di Canosa di Puglia pestato a sangue per aver difeso il fratello da un furto) o per “motivi” religiosi come successo ieri a Mondovì, dove è stata lasciata la scritta  “Juden hier” (“Qui ci sono ebrei”) sulla porta di casa del figlio di una ex deportata nei campi di sterminio dalle truppe tedesche di Hitler nel 1944. In merito a quest’ultima vicenda la Procura di Cuneo ha aperto un fascicolo, per il reato di propaganda e istigazione a delinquere per ragioni di odio razziale a carico di ignoti e su cui indagano ora i Carabinieri dei ROS di Torino. Con questa vicenda, a parere di chi scrive, si è toccato il fondo, in quanto si rievoca una tra le epoche più buie e feroci del ‘900, quella della persecuzione degli ebrei, dei rom, dei disabili da parte del governo nazista, poi internati nei campi di concentramento e barbaramente uccisi. Un modo per non esasperare i toni, già molto aspri, sarebbe portare il dibattito politico televisivo su livelli pacati, in modo da contenere gli episodi di razzismo verbale e non farli sfociare in aggressioni fisiche. Un altro deterrente per far si che non si ripetano queste situazioni è l’inasprimento delle leggi in materia da parte del Governo, per evitare che certe storie si ripetano.

di Domenico Pio Abiuso

L'Australia in fiamme

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Quindici milioni di ettari bruciati fino ad ora e con essi milioni di specie animale e vegetale. Da quasi tre mesi le fiamme divampano sul territorio australiano. Lo stato più danneggiato è il Nuovo Galles del Sud. Tra le creature più colpite vi è la popolazione dei koala con più di 9000 morti. Il WWF ha dichiarato che l l'estinzione di questi animali unici al mondo è dietro l'angolo. Secondo alcune stime per ripopolare il territorio di vegetazione servirebbero 2 miliardi di alberi da ripiantare. Oltre 180 persone sono state denunciate e 24 arrestate per aver causato questi incendi colposi.
Tutta la popolazione australiana cerca di dare il proprio contributo per risollevare la terra nativa. Alcuni adolescenti adottano e curano specie in difficoltà. Un giovane cacciatore australiano ha messo a rischio la propria vita per salvare i koala e altri animali selvatici intrappolati negli incendi. La NASA ha annunciato gli effetti del fumo: il cielo dell'America del Sud ha cambiato colore, mentre è peggiorata la qualità dell'aria in Nuova Zelanda, dove si comincia ad annerire la neve sulle montagne. Da pochi giorni sono cadute bombe d'acqua, alleviando gli interminabili incendi e ripulendo il terreno da ceneri e detriti. Una vera e propria boccata d’ossigeno per un Paese piegato in due dai roghi.
 
di Romina Caterena e Giorgia Ciampitti

First women to join the jihad

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For an organization that has always tried to keep women away from the battlefield and now changes dialectics, it is difficult to find a way to get the attention and especially the approval of its supporters for a choice that would go - according to conservative Muslim doctrine - against their own ideology and their Islamic beliefs. Yet more and more women are involved in suicide attacks: since 1980, no fewer than 4400 suicide attacks have been carried out by male-bombers and female-bombers. 
Chronicles of the first kamikaze women in the Middle East date back to April 4, 1985. The first is the 17-year-old Lebanese Saana Muhaidily who blows herself up by throwing herself with her white Peugeot against an Israeli checkpoint at Batr Shaouf, killing two soldiers and injuring two others. Before she died, according to a tragic ritual that had become classic, the girl had recorded a video message in which she declared herself ready to die in order to drive the Israelis out of Lebanon. Until now, women were excluded from such actions for religious and social reasons. Saana's changing the order of things. Her gesture is interpreted as a warning to the conscience of millions of Arab men. She became a popular icon throughout the Middle East in the 1980s, received public praise from Syrian President Assad, and was given poems and prayers. But above all, a dangerous spirit of emulation is unleashed: on July 9 of the same year, another woman, always at the wheel of a car filled with explosives, launches herself against a checkpoint in Ras Bayada in southern Lebanon, killing two soldiers. She's almost considered a saint by her people.  On 27 January 2002, Wafa Idris, a 28-year-old nurse, arrived in Jerusalem probably on board a Red Crescent ambulance. She enters a shoe shop to ask for the price of a pair of shoes. Once she's out, she walks down Jaffa street. At 12. 20 p. m. the ten kilos of explosives that Wafa carries in the bag explode, killing an elderly tourist guide and injuring dozens of civilians. The rescuers are presented with a macabre spectacle: on the asphalt, a head with long black hair. The bomber is a woman. She is the first Palestinian female suicide bomber. Idris becomes a real heroine for Palestinian public opinion: since the beginning of the second Intifada (Jerusalem, 28 September 2000) no woman had yet sacrificed herself. The story of Wafa still leaves some doubt: it was impossible to establish whether it was her will to die or whether her tragic death was determined by an early trigger that had left her no escape. The consideration she enjoys from her death is envied by many Palestinian women accustomed to being mistreated and misconsidered by men. As with Saana, Wafa's gesture is imitated by other girls. In fact, only after two months, another 18-year-old girl, Ayat Al-Akhrass, handed over her "will" to her schoolmates and went to the city to get herself blown up. On 27 February 2002, 21-year-old student Darin Abu Aishe blew up at a checkpoint near Maccabim (central Israel). Darin studied English at Al-Najah University in Nablus, a real terrorist recruitment base since the student council is controlled by Hamas. Her last message, recorded on video, is a message of hatred towards Ariel Sharon. On April 12, Andaleeh Takatka explodes at bus stop 6, near a market in the sadly famous Jaffa street. On October 4, the death also arrives on the seafront of Haifa. The lawyer Hamady Tayer Jaradat brought it. Her brother was killed. She was looking for revenge. 
The first woman-bomb of the Hamas Islamists is called Reem al-Reyashi. Reem was the challenge of the female suicide bombers, young mother of two children of 3 and 1 year. The video message she leaves is a declaration of love for them. Reem killed 4 Israelis at the Erez crossing, in a building used to control the laborers who go to work in Israel. When she arrived in front of the metal detector, she explained that she had a metal plate in her knee, so that she could enter the room where the soldiers were without arousing suspicion. And here she set in motion the explosion mechanism. Isis has attracted hundreds of young girls to her network, manipulated, persuaded to leave with the promise of a better life and then reduced to slavery, such as Samra Kesinovic and Sabina Selimovic, who left Vienna on April 10, 2014 when they were 15 and 16 years old.  But the women of Isis are not just victims. The scenario has evolved. They are considered "fanatical and radicalized". 
Europe's first jihadist suicide bomber, Hasna Aitboulahcensi, blew herself up during the November 2015 raid in St. Denis. Hasna Aitboulahcen is a pioneer in Europe, but it is one of more than 220 women who have been blown up in half the world since 1985. Before her, in the occupied Palestinian territories, a dozen women have been involved in suicide attacks in the last fifteen years. As in Iraq, Turkey, Russia, Nigeria and India where the use of female suicide bombers is a less and less exceptional phenomenon.  On 29 March 2010, two women blew up at an hour's interval in two Moscow metro stations, killing 37 people and injuring dozens of people. On August 31, 2004, another Chechen woman blew herself up in Moscow, killing 10 people.  Since 1999, dozens of women, mainly Chechens, have become suicide bombers. They have been immolated in the Moscow metro, in planes, near police stations, during rock concerts, in front of buildings.  In 2002, at the Doubrokva Theatre, 19 "black widows" were wearing a bomb belt to take 130 people hostage.  In Iraq, since 2003, about fifty women have chosen to die for Allah, among them, only last year, about twenty, which represents about 10% of the total bombers. This means that the number of women involved is constantly increasing.  On 1 February 2010, for example, more than 46 people were killed and some 260 injured in an attack by a suicide bomber in Baghdad: Yasser Arafat activated the detonator while she was in line with other women waiting to be searched. Yasser Arafat, "Nobel Peace Prize", in January 2002 created the female word of martyr, Shahida, which had not existed in Arabic until then, and invited women to participate in the armed struggle by declaring: «You are my army of roses that will crush Israeli tanks».  The most respected Shiite religious in Lebanon, Sheikh Mohammad Hussein Fadlallah, blessed Palestinian female suicide bombers by saying that they were writing the pages of a new and glorious story for Arab and Muslim women. Another example is that of Aminah, who wanted revenge for the death of her husband (killed in 2011 by an American drone) through a suicide attack.  A terrorist attack unleashed in Paris in September 2016 was conceived by an all-female IS cell, and the following month 10 women were arrested in Morocco for planning a suicide attack during the parliamentary elections.  In France, Morocco, Kenya, Indonesia and the United States there have been several cases of women active in the creation of attacks on behalf of the Islamic State. So far, the chronicle of a phenomenon that violently shakes our consciences evoking the ghost of the inexplicability of the existence of people for whom the struggle for an ideal is more important than life itself. These women, whose stories all resemble each other, seem to have given up, or been forced to give up, any faculty of free judgment, whether through persuasion, violence or the administration of drugs. As previously mentioned, death arrived in shopping malls, central streets, markets, concealed in handbags or concealed under clothing to simulate a pregnancy. Death was caused by women, through what are the symbols of femininity: the fondness of the handbag, the sweetness of an upcoming motherhood.  Almost twenty years after its debut in modern history, suicidal terrorism preserves the image of an extreme instrument of terror, and these cases of chronicle should lead us to think of the important role that women have acquired within the new military doctrine of the group, of their possible tactical use, but, above all, of how the strategic logic of the IS group has changed. Women play an increasingly important role in this game, and underestimating its presence can be a risk.
 
di Noemi Genova
 

The 'missing bombs': the voices of the survivors

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«And so at the last minute I lacked the courage and madness, if you want», says the Chechen Zerema Muzhikovskaia. «I mean, I realized I'd never be able to blow myself up. So I did everything to draw attention to that July 9, 2003 in the center of Moscow. Well, I did not complete the attack and unfortunately, a few hours later, the bomb exploded in the hands of the security services responsible for defusing the device and ended up in the hands of the Creator. I was arrested and then sentenced to 20 years' imprisonment at the Maximum Security Prison in Lefortovo. I could have really pressed the button and detonated the bomb. But I didn't. I had robbed my aunt, disgraced my family, tried to kidnap my daughter and tried to run away from home. I'd become the shame of the house. So, to honor the whole thing, I had to wash the shame. So I convinced myself of the idea of martyrdom to repay the relatives who would have received a thousand dollars in reward if I had been blown up in a kamikaze attack. On July 1, 2003, I was told it was time. When I get near the chosen target, I go on tilt. Even today I do not know if I felt dazed or rather frightened by that kind of horrible fate that I had chosen. And without even realizing it, I sterted wandering the streets of Tverskaya. It's 10:00 p. m. and I'm sitting at the table at Mon Café. I press the detonator bomb, but the bomb doesn't go off. Then I go out of the club. I try to re-adjust that button. I go back in. I push again. But the device is shaky again».
Touraya Hamour, a 25-year-old Palestinian, is recruited by the military wing of al Fatah  to carry out a murderous-suicide attack on the evening of 20 May 2002 in a restaurant in the southern part of Jerusalem. But Touraya had second thoughts. It's not enough. Israeli soldiers hunt her down at her uncle's house the same day she missed the attack. Sentenced to six years' imprisonment for threatening state security. She claims to be religious but without excesses. «I was engaged for a couple of weeks but then it all ended. A story that ended four months before that fateful 20 May. And that's when it all came to my mind. I had this idea from the gesture of Wafa Idris, the first Palestinian suicide bomber. But I don't hate Jews. However, I could give many examples of Palestinian children being killed by Israelis for no reason. Or my cousin killed by the same troops in the living room of my house in Jenin. Yeah, that's them. Who invaded my land and absolutely mercilessly slaughtered my people. And that's why I decided not to take pity. Much less mercy. As for the children, I have nothing against the little Israelis. There is a possibility that once they are adults, they will kill my son, my friend's son or my neighbor's son. That's why they should die now. And this kind of mission is a credit to the family. And to me, too, if you like. The fact of being locked up as a potential danger to the security of the country already brings prestige. It does great credit to the guerrillas. But to become a martyr», says Touraya, «you need in any case a lot of strength of mind and immense will. There was only one thing that worried me. I feared that during the explosion my private parts would be visible to all. The very idea of exploding already gives a very unusual feeling. I was even thrilled by this opportunity and I was waiting anxiously, impatiently, for that moment. However, as a Palestinian woman I knew that at least for a while I would raise the hearts of many compatriots, of many people who have suffered too much and have continued to suffer. And I was not at all afraid to make the gesture». It's a secret for Touraya to blow up, a secret of her own that she never reveals. «After all, if I'd told anyone the secret, I would have risked ruining everything. My parents would never let me step outside the house again», she clarifies. As an aspiring martyr, she refuses to be filmed in a pre-death video, reiterating that the will must be something only between her and God. As the moment of truth approaches, Touraya has her first doubts and does not want to explode anymore. «I thought of all those I could kill. While those who sent me to my death didn't care about my fate. They only care about the target. "If they're gonna catch you, blow you up", they said, "even though there's no one around you"». Touraya Hamour then bursts into tears and hides her beautiful face in her flickering hands. 
Refusing to sacrifice one's life for a cause one does not believe in and finding the strength to escape a destiny of violence apparently marked in a land that has been torn apart by a fierce war for over 10 years, is what a 20-year-old Chechen has managed to do. Raisa Ganieva has officially requested police protection. «To circumvent the constriction of my older brother Rustam to kill. He offered me and then treated me for $3,000. So he wanted at all costs to hand me over that amount as a suicide bomb to Samil Basaev, leader of the Chechen guerrillas. Like he did with the other sisters. But I didn't want to. I didn't mean to kill. I hate violence. I'm sick of violence. And I didn't even want to die like that».
27-year-old Obeida Abu Aisha was arrested in Tel Aviv in June 2002 before wearing her explosive belt. Same day as the anniversary of the death of the brother of the missing-kamikaze, who at the age of 17 blew himself up in the same place, injuring about twenty people. Every friend and acquaintance of her is aware of Obeida's desire to sacrifice herself for the cause. She's been stubbornly repeating it for at least a year. «I stopped when the operation was about to take place. Backed by my boyfriend Ali, we were in fact simultaneously preparing marriage and suicide bombings. But also concluding the desire to start having children. Man to whom I promised I would never commit the action alone. That I would wait for him. But four days before the scheduled date he was killed in an Israeli raid in Ramallah. Even today I cannot explain myself, except with words of war and hatred, how I could think of myself mother, prepare the wedding party and continue to organize the massacre. 72 virgins are promised to bomb men when they die and reach Paradise. I could have just gotten closer to God. Peace requires patience. I will never forget the blood of my missed husband and my brother».
20-year-old Arin Ahmen decided to join Jad, her great love pulverized by an Israeli rocket, at the Martyrs' Paradise. And no one up there can ever separate them. After the trauma of the death of his boyfriend, Arin goes to university again and sees Ali al Magradi, an activist of Tanzim . Suddenly one day the girl reveals the idea of dying as a martyr. She doesn't realize that she just destroyed her life. Four days after expressing that thought, Ali waits for her at the entrance to the faculty. Her time had come. Arin puts on his religious clothes, records the traditional videotape and receives the belt loaded with explosives. Once they arrive at the chosen location, at the last moment the girl decides to abandon the suicide mission. She was arrested. Binyamin Ben Eliezer interrogated and investigated her at the Jerusalem prison. He wants to understand the human mechanism behind the kamikaze gestures.
This is the true story of the only Black Tiger who only at the last moment, repentant, decided not to complete the suicide mission for which she had been chosen. And now, forced to live as an illegal immigrant so as not to be killed by the Tamils, she says: «It all began in 1998. The army kidnapped my father, and then we found him dead. One day a man I knew asked me if I wanted to avenge Daddy. And, which I found rather strange, he even asked me if I was a virgin. For the first question I was affirmative, and for the second I answered no. "Too bad", replied the man, "virgins are better suited. But it's the same. Make a written request and leave it to the village suggestion box". Three months later that man came back to warn me that my wish had been granted because it was judged worthy by the supreme head Velupillai Prabhakaran . I was accompanied to the first field where they cut my hair, gave me pants, boots and shirts. They inculcated in me so many things and I believed everything. They told me so insistently that I ended up believing it. I was ready for the second phase of training. In the second camp we non-virgin women used to spend days and days with a grenade in the vagina. They made us wear copies of the suicide vest and prepare us for the day when we would have to throw ourselves on the target and actuate the detonator to explode in tandem». After a year, she is returned to the city. «We will contact you. We will be in touch. Don't worry», they just said. But they took possession of all my identity documents and ordered me to delete all traces of me because if I was arrested they could not trace my person. Finally, they forced me to look for and accept a normal, modest job». The girl gets hired in an ice cream shop. It's probably that job that saves her. «I knew it would come that day. The day when I would have to wear that vest. When I should have disguised myself among the passers-by and waited there for the target to be sacrificed. Maybe it was also an idea that made me happy but suddenly, the day they came to take me, the day I was asked if I had any relatives that I would leave in trouble to take care of. The day I was told that it had reached the end of the line and I had to take action, I was no longer ready. I had already been given the classic cyanide pill to wear around my neck, the pill that allows you not to fall into the arms of the enemy, and I was told that I was entitled to the last dinner with my head and to a hug from him. Well, that very day I was no longer available. No, I was not. I wasn't ready anymore». She's safe. She escapes. We don't know how.
 
di Noemi Genova
 

Pasqua insanguinata nello Sri Lanka

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Il Terrorismo colpisce ancora e lo fa in un giorno molto importante e simbolico per tutti i cristiani, cioè la Domenica di Resurrezione di Cristo e il Lunedì dell’Angelo, periodo in cui le persone approfittano delle ferie, dato dalle festività pasquali per visitare luoghi di particolare interesse. Nell’attentato in Sri Lanka, di matrice islamica, sono stati presi di mira edifici religiosi, come la chiesa di Sant’Antonio, quella di San Sebastiano e il santuario protestante di Sion a Batticaloa, sulla costa ad oriente e tre alberghi di lusso dell’isola indiana, nella quale 359 persone sono rimaste uccise e 500 ferite. Fonti del Ministero della Difesa hanno riferito che gli atti terroristici del 21 e 22 aprile, sono stati compiuti per ritorsione nei confronti dell’attentato di Christchurch, in Nuova Zelanda in cui sono decedute 50 persone di fede musulmana. Il Presidente del Consiglio srilankese, Ranil Wickremesinghe, tuttavia non ha confermato questa tesi. Il sottosegretario alla difesa dello Stato, Ruwan Wijewardene, nella giornata di ieri ha dichiarato: “Riteniamo che uno dei kamikaze abbia studiato nel Regno Unito e in seguito abbia proseguito gli studi in Australia prima di tornare a stabilirsi nello Sri Lanka. Molti di loro sono ben istruiti e provengono dalla classe media o medio-alta, quindi sono finanziariamente abbastanza indipendenti e le loro famiglie stabili dal punto di vista economico e questo è un dato preoccupante. Alcuni di loro credo avessero studiato in vari altri Paesi, con una laurea, quindi persone abbastanza istruite”. Intervistato da emittenti locali, il ministro delle Riforme economiche e della Distribuzione Pubblica dello Sri Lanka, Harsha De Silva, ha affermato: “Gli attacchi terroristici di domenica non sono stati un fallimento dei servizi segreti del Paese, ma una mancanza di circolazione interna delle informazioni a persone capaci di agire”. Sul fronte investigativo, dopo le suddette azioni criminose sono stati arrestati sessanta soggetti, alcuni attenzionati già da tempo. Inoltre, si studiano da parte dell’FBI  i possibili legami tra il National Thowheeth Jama’ath e Daesh.

di Domenico Pio Abiuso

Nuove frontiere dell'esercito digitalizzato

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 Mercoledì 3 aprile, presso il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito di Civitavecchia (Ce.Si.Va.), si è svolto “Media-Day” dal titolo “I simulatori per il soldato del futuro”.  Obiettivo dell'incontro con la stampa specializzata nel settore del “virtual training”, è stato quello di far conoscere la realtà addestrativa del Ce.Si.Va., presentare le innovazioni legate allo sviluppo e alla sperimentazione dei sistemi di comando e controllo e focalizzare l’attenzione sulla progressiva digitalizzazione dell’Esercito nel contesto del programma della Difesa, denominato Forza NEC (Network Enabled Capability), un progetto in grado di velocizzare lo scambio di dati e informazioni provenienti dalla zona di operazioni, e fornire al comandante di un’unità la possibilità di decidere più velocemente. Il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito, costituisce il principale riferimento per l’applicazione della simulazione addestrativa nell’approntamento dei posti comando delle unità destinate all’impiego fuori del territorio nazionale, focalizza le proprie attività sull’organizzazione di esercitazioni volte ad attestare il raggiungimento delle capacità operative “fondamentali” per l’assolvimento della missione, utilizzando sistemi informatici tecnologicamente avanzati di simulazione e di comando e controllo. Ma al Ce.Si.Va. è stata anche assegnata la responsabilità di sperimentare i sistemi integrati per l’addestramento terrestre, di simulazione e di comando e controllo, in funzione dell’ammodernamento di settore, nonché i sistemi per la digitalizzazione del campo di battaglia nel contesto del più ampio programma della Difesa denominato “Forza NEC” (Network Enabled Capability).  I lavori del “Media day” si sono aperti con il saluto di benvenuto da parte del Comandante del Centro, il Gen. D. Roberto D’Alessandro, a cui ha fatto seguito l’intervento del Gen. B. Manlio Scopigno finalizzato ad evidenziare mission, compiti e prospettive future del Ce.Si.Va. L’incontro con la stampa è quindi proseguito con le presentazioni del Capo Ufficio Sperimentazione, Col. Raffaele Schena e del Capo Sezione Sperimentazione, il Ten. Col. Roberto Mozzicato. Il Col. Schena, per linee generali, ha illustrato il programma Forza NEC, mentre il Ten. Col. Mozzicato si è soffermato sull’ITB di Forza Armata e sullo sviluppo della 1^ Sessione d’Integrazione Operativa (S.I.O.) del 2019 in corso di svolgimento al Ce.Si.Va.. La giornata si è infine conclusa con la visita ai locali dell’Integration Test Bed (I.T.B.), dove vengono studiati e testati i sistemi integrati per l’addestramento terrestre, di simulazione e di comando e controllo.
 
fonte Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito
 

Quando si viveva nella paura, l’Italia negli anni bui

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La storia è una “maestra di vita” che ripercorre gli avvenimenti del passato che hanno caratterizzato i cambiamenti geopolitici, culturali ed economici di un territorio. Volgendo lo sguardo al nostro Paese e focalizzando l’attenzione a partire dal primo Ventennio del ‘900, con l’avvento del regime fascista nel 1922, si può notare una deriva autoritaria che portò nel 1926 alla promulgazione delle leggi fascistissime. Una serie di norme che consentivano di considerare “legali” solo i giornali e le associazioni socio-culturali che erano in linea con il pensiero politico del governo dittatoriale in carica o venivano controllati dallo stesso. Allo stesso tempo fu abolito lo sciopero e si stabilì che soltanto i sindacati fascisti potevano esercitare le loro funzioni. Ben più grave fu l’emanazione delle leggi razziali nel 1938, a seguito dell’allineamento politico e filosofico con la Germania hitleriana; un regolamento legislativo discriminatorio nei confronti di ebrei, zingari e disabili e che considerava “pura” solo la razza ariana. Un altro periodo storico “buio” per l’Italia, fu quello a partire dal 1968 fino agli anni Ottanta con i cosiddetti “anni di piombo”, che videro l’ascesa delle Brigate Rosse e del terrorismo di estrema destra, e che ebbero come conseguenze atti di violenze nelle piazze, stragi e attentati contro esponenti politici. Tra i maggiori  gesti di violenza ricordiamo: la strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 (17 morti e 88 feriti); la strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970 (6 morti e 66 feriti); la strage di Peteano a Gorizia del 31 maggio 1972 (3 morti e 2 feriti); la strage della Questura di Milano del 17 maggio 1973 (4 morti e 52 feriti); la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 (8 morti e 102 feriti); la strage dell’ Italicus a San Benedetto Val di Sambro (BO) sul treno Roma Brennero del 4 agosto 1974 (12 morti e 105 feriti); sequestro (16 marzo 1978 in Via Fani) e uccisione (9 maggio 1978 e ritrovamento in Via Caetani) dell’ex Presidente del Consiglio e Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro; strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980  (85 morti e 200 feriti). Tutto ciò instaurò un clima di paura nella popolazione italiana nel suo vivere quotidiano. Un clima che purtroppo sembra riaffiorare alla luce anche degli ultimi avvenimenti riguardanti episodi di razzismo e di suprematismo bianco come il caso di Luca Traini o il rischio di attentato terroristico ad opera di alcune cellule jihadiste operative in Italia o per via dei foreign fighters di rientro dai territori del Califfato.

di Domenico Pio Abiuso

Nicolas Maduro e la crisi venezuelana

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Dall’avvento nel 2013 alla presidenza della Repubblica del Venezuela di Nicolas Maduro, già vicepresidente e Ministro degli Esteri, lo stato sudamericano vive una forte crisi umanitaria socio-economica, produttiva, occupazionale e istituzionale. Dalla “presa del potere” di Maduro, l’inflazione oscilla tra il 700 e il 1.100% e la moneta nazionale, il bolivar, è ormai svalutata. Il deprezzamento monetario ha avuto come conseguenza da parte delle persone il non potersi permettere di comprare beni di prima necessità come cibo, costrette a frugare tra la spazzatura con la conseguente perdita di peso soprattutto da parte dei bambini, medicine, nelle farmacie è presente solo il 38% dei medicinali di base ed il carburante. La depressione monetaria in atto nella Nazione ha portato e sta portando ad un crollo produttivo delle industrie dovuto alle mancanza di materie prime, con ripercussioni sull’occupazione, soprattutto giovanile, dovute alla chiusura di queste ultime. Il paese sta avendo contraccolpi anche a livello istituzionale in quanto Maduro di fatto ha violato l'ordine costituzionale, esautorato il parlamento e l’opposizione e rivoluzionato il sistema democratico dello Stato. Per queste ragioni ci sono state veementi manifestazioni di protesta da parte della popolazione e della stessa opposizione, talvolta culminate con la morte di manifestanti. Nel 2019 a seguito della rielezione di Maduro alla carica di Presidente della Repubblica, il leader della minoranza governativa, Juan Guaidò, ha dichiarato illegittimo il mandato di Maduro e si è autoproclamato Presidente della Repubblica Bolivariana. Il rivale di Maduro è stato riconosciuto come presidente ad interim dal presidente statunitense, Donald Trump e dai governi di Francia, Regno Unito, Canada, Brasile, Colombia, Paraguay, Argentina, Perù, Ecuador, Cile, Guatemala e Costa Rica; invece Russia, Cina, Messico, Bolivia, Uruguay, Turchia, Nicaragua ed El Salvador continuano a riconoscere Maduro come presidente legittimo. Si spera al più presto in un intervento risolutivo o in nuove elezioni, questa volta veramente democratiche per risollevare le sorti della Nazione sudamericana e non farla cadere nel baratro.
 
di Domenico Pio Abiuso
 

Strasburgo, attentato terroristico ai mercatini natalizi

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Lo scorso martedì 11 Dicembre, il 29enne Cherif Chekatt, ha ucciso 4 persone e ferito 14 ai mercatini di Natale di Strasburgo, tra le capitali del jihad in Francia. Il terrorista Cherif Chekatt, schedato come un radicalizzato, nato il 4 Febbraio 1989 a Strasburgo, ha ucciso per rivendicare i fratelli morti in Siria. Condannato già 20 volte per reati minori, Chekatt ha scontato anche una pena di 2 anni di detenzione per un’aggressione con un coccio di bottiglia. La sera dell'attentato portava con sé una pistola e un coltello mentre camminava lungo la Rue du Lazaret, nel quartiere di Neudorf. Dopo aver sparato sulla folla è fuggito con un taxi facendo perdere le sue tracce. 48 ore dopo è stato neutralizzato dalla polizia francese e ucciso in un blitz delle forze speciali. Soltanto due giorni dopo l’attentato, l’Isis ne ha rivendicato la paternità tramite l’agenzia Amaq. Il “lupo solitario” avrebbe agito in risposta all’invito pressante di colpire nella terra dei “kuffar”, "un soldato, quindi, che ha ucciso per rivendicare i civili uccisi dalla coalizione internazionale”, così è stato definito Cherif Chekatt dall’agenzia Amaq. I mercatini natalizi ricordano l’attentato di Anis Amri a Berlino. Inoltre i disordini avvenuti in Francia nelle ultime due settimane hanno creato un clima di tensione tanto che l’attentatore ha potuto facilmente raggiungere l’obiettivo facendo tra l’altro leva sui timori della società. Ciò nonostante, il ministro degli interni francese Christophe Castaner, ha annunciato la riapertura oggi 14 Dicembre dei mercatini di Natale, motivata dalla volontà di “non cedere alla paura”.

di Noemi Genova

Attacchi con il coltello, così l'Isis vuole continuare a terrorizzare

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Il recente attentato di Melbourne, rivendicato dall’Isis, ha riportato in auge la tecnica terroristica legata all’uso dei coltelli, ampiamente documentata in vari articoli sulle riviste del presunto Stato Islamico e in particolare su Rumiyah (ISSUE 2) nell’articolo “Just Terror Tactics” (Knife attacks). “Qualcuno potrebbe chiedersi perché i coltelli rappresentano una buona opzione per un attacco. I coltelli, anche se sicuramente non sono l’unica arma per arrecare danno al kuffar (miscredente), sono ampiamente disponibili in ogni terra e quindi facilmente accessibili. Ci sono alcuni estremamente facili da nascondere e altamente letali, soprattutto nelle mani di qualcuno che sa come usarli efficacemente. Quando si sceglie un coltello, si dovrebbe fare attenzione prima di tutto alla sua affilatezza. Poi si dovrebbe considerare la forza della lama e del manico e cercare qualcosa che sia adatto al lavoro da compiere. Inoltre non dovrebbe essere molto largo, poiché risulta poi difficile nasconderlo. Lame seghettate o semi-seghettate costituiscono buoni coltelli da combattimento. E’ esplicitamente consigliato di non usare coltelli da cucina, poiché la loro struttura di base non è progettata per un assassinio o una carneficina.” A questo punto sull’articolo si consiglia di usare i coltelli con la lama fissa, ovvero quelli in cui manico e lama sono realizzati con un unico pezzo di metallo. “Quando si conduce un’operazione col coltello non è consigliato prendere di mira aree troppo affollate o raduni, poiché ciò rappresenta uno svantaggio e aumenta la probabilità di fallire nella missione. Il rischio è dunque quello di essere bloccati preventivamente e di essere ostacolati nel raggiungimento dell’obiettivo.” In questa guerra asimmetrica sembra proprio che l’Isis pur di rimanere nell’onda mediatica continui a sollecitare i suoi seguaci ricorrendo a delle tecniche rudimentali.

di Noemi Genova

Generale Vecciarelli nuovo capo di Stato Maggiore della Difesa

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Il passaggio del testimone al vertice delle Forze Armate si è svolto alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del Vicepresidente della Camera, Mara Carfagna e del Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta ed è stato salutato dalla partecipazione di numerose Autorità civili, militari e religiose. “In questi ultimi anni abbiamo visto le Forze armate occupare un ruolo sempre più importante nella vita del Paese” – ha affermato il Ministro della Difesa durante la cerimonia del cambio del Capo di Stato Maggiore della Difesa – “esse si sono costruite un patrimonio di credibilità, esperienza e capacità, sia di fronte all’opinione pubblica nazionale che a quella internazionale, che dobbiamo preservare in tutti i modi e oggi” – ha continuato il Ministro – “sono sempre più impegnate a presidio della sicurezza interna ed esterna del Paese, per il bene dei cittadini”. Dinanzi ad uno schieramento in armi di reparti dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il Generale Graziano, all’atto della conclusione di circa 44 mesi di responsabilità alla guida dello strumento militare, ha voluto accomiatarsi dagli uomini e dalle donne delle Forze Armate sottolineando che “l’Italia è un Paese di riferimento per la NATO e membro attivo per le Nazioni Unite e tale ruolo ci pone nelle condizioni di poter partecipare da protagonisti a tutti i meccanismi ed i progetti di interesse che si sviluppano nell’arena internazionale“ - ha poi aggiunto - “la mia esperienza da Capo di Stato Maggiore della Difesa mi lascia, anzitutto, una ferma consapevolezza: quella di aver avuto il privilegio di guidare sul campo i migliori soldati del Mondo. Per questo sono grato alle Istituzioni che mi hanno consentito di vivere questo intenso ed emozionante percorso, costellato di soddisfazioni professionali e morali, ma anche di momenti di preoccupazione, in cui sono stato chiamato ad assumere scelte impegnative, che avrebbero potuto mettere a rischio l’incolumità o la vita stessa dei miei militari. L’ho sempre fatto guardando al bene della Patria – in linea con le missioni assegnate e con le direttive dell’Autorità Politica – e con la consapevole certezza di poter contare sul miglior capitale a disposizione, quello umano, centro di gravità delle Forze Armate. Ad esso va dedicato ogni nostro sforzo ed ogni nostra attenzione, senza demagogia, senza secondi fini, sapendo che anche in questo momento, in qualche luogo della terra, un uomo o una donna con il tricolore cucito sull’uniforme e sulla pelle sta operando in armi, a protezione dei deboli e per la tutela degli interessi nazionali. Negli ultimi trenta anni l’Italia ha maturato prestigio e credibilità proprio dall’efficacia dell’impiego delle sue Forze Armate”. Il Generale Graziano termina il mandato di Capo di Stato Maggiore della Difesa ed assumerà, già da domani a Bruxelles, il prestigioso incarico di Presidente del Comitato militare dell’Unione Europea. Quale massima autorità militare dell’Unione Europea, il Generale Graziano è atteso da molteplici sfide volte al rafforzamento della dimensione di difesa e sicurezza del continente, nell’ambito della PESCO (Cooperazione Strutturata e Permanente nel campo della Difesa) e anche con l’obiettivo di migliorare e rafforzare la cooperazione NATO – UE, strumento fondamentale per fornire una risposta efficace e collettiva alle attuali minacce alla sicurezza, prima tra tutte il terrorismo internazionale. Dopo il formale passaggio delle insegne, il Generale Vecciarelli ha preso la parola e ringraziando il Generale Graziano per quanto fatto in un periodo caratterizzato da eccezionali sfide alla sicurezza e da profondi cambiamenti, ha dichiarato: “intendo continuare ad investire sull’elemento umano facendo leva, innanzitutto, sulla forza delle idee, sulla spinta di innovazione che viene dal basso. Dobbiamo saper cogliere il nuovo senza timori, avere il coraggio di stigmatizzare vecchi preconcetti ideologici ma anche allontanare abitudini obsolete e sclerotici status-quo” e ha concluso “ponendomi idealmente di fronte ad ognuno dei miei uomini e donne e innanzi ad ogni cittadino italiano mi impegno a profondere ogni mia risorsa fisica, morale e intellettuale per assolvere i doveri costituzionali”. Il Generale Vecciarelli, neo Capo di Stato Maggiore della Difesa, come responsabile dell’area tecnico-operativa della Difesa e dell’impiego dello strumento militare nazionale, si troverà alla guida di circa 180.000 uomini e donne delle Forze Armate, quotidianamente impiegati nelle operazioni, in Italia e all’estero, che vedono oggi il nostro Paese schierare i propri militari in 40 missioni, condotte in 24 paesi/aree geografiche. Tale impegno è finalizzato a fronteggiare le sfide alla sicurezza provenienti da due archi di crisi e instabilità: uno a sud, che dal Medio Oriente investe la sponda nordafricana e la fascia sub-sahariana ed uno ad est, che dal Baltico abbraccia il Mar Nero e il Mediterraneo Orientale.
 
fonte Stato Maggiore della Difesa

A cosa serve studiare la Storia?

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La storia non è tra le materie più amate dagli studenti. Ricordarsi tutte quelle date e quegli eventi, per molti ragazzi, è un incubo. Eppure, esiste più di un motivo per cui studiare la storia è essenziale. Forse non sarà utile per trovare lavoro, ma per imparare a stare al mondo sì. Oggi ne abbiamo avuto la prova: tre ragazze hanno fatto un saluto romano con alle spalle il campo di concentramento di Auschwitz. Se fosse un caso isolato, si potrebbe archiviare la cosa, riducendolo ad un caso sporadico. Eppure, oggi sono sempre più frequenti gli episodi di odio, razzismo, discriminazione e bullismo. Solo per citarne alcuni, perché la lista sarebbe molto più lunga, la vita dell’umanità è una serie di corsi e ricorsi storici. Lo è perché l’uomo è sempre lo stesso, e quindi si tendono a ripetere gli stessi errori. Oggi corriamo il rischio di cadere di nuovo negli errori che hanno distrutto questo mondo. Tutto nasce dal piccolo, e da un piccolo gesto nascono i grandi fenomeni. Viviamo in un’epoca di precarietà di valori, nella quale tante cose che ci sembrano scontate ed acquisite. La nostra è una società frenetica che non ci dà il tempo di fermarci a riflettere, eppure, dovremmo farlo. Leggere libri di storia è importante perché ci aiuta a comprendere il passato, il quale serve da monito per il presente, serve a farci capire che ciò che siamo oggi è una conquista delle passate generazioni. A cosa serve studiare la Storia? Serve a vivere come uomini in una società civile, ma oggi serve probabilmente a rispondere a questa domanda: quali conseguenze porterà questa o quella azione? In Polonia la legge non vieta l’apologia al nazismo e al fascismo ma se venissero applicate le norme contro la diffusione di sentimenti di odio, le tre ragazzine rischierebbero fino a tre anni di reclusione. Questo gesto deve essere un monito per tutti noi, cerchiamo di capire in che direzione sta andando il mondo e invitiamo i giovani a studiare, perché la cultura e la conoscenza ci rendono capaci di vivere un mondo migliore, un mondo di diritti e libertà.
 
di Daniele Leonardi

Moqtada al Sadr trionfa alle elezioni legislative in Iraq

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Lo scorso 12 maggio in Iraq si sono svolte le consultazioni per eleggere il Premier della Nazione, chiamando alle urne 24,5 milioni di elettori. I seggi elettorali sono stati presidiati da massicci dispositivi di sicurezza, poiché i jihadisti, seppur in maniera minore, continuano a rappresentare una consistente minaccia. Sono state 3 le liste a contendersi la possibilità di guidare il Paese per i prossimi 4 anni. Alla fine la lista “Allenza per la Vittoria”  del premier uscente Haider al Abadi, sostenuto dalla comunità internazionale, si è piazzata  al terzo posto conquistando 42 seggi.  Al secondo posto invece l'alleanza di milizie sciite (La Conquista) guidata da Hadi al Amiri, (47 seggi), mentre a vincere le elezioni è stata l'alleanza, guidata dallo sciita Moqtada al Sadr e denominata “Marcia per le riforme”, con 54 seggi.  Da notare il forte astensionismo che ha riguardato il 44,52% degli aventi diritto. Il programma di Moqtada era incentrato proprio sulla guerra contro la corruzione e la povertà, e teso a contrastare l'interferenza straniera (soprattutto di USA e Iran), che ha convinto molti elettori, in quello che è stato definito un voto di protesta.

di Domenico Pio Abiuso