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Temi globali

Un terremoto sta devastando la Croazia

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Da lunedì mattina la Croazia è vittima di una serie di movimenti tellurici che la stanno mettendo in ginocchio. La prima scossa è avvenuta alle 6.28 con epicentro a 50 chilometri di distanza a sud-est di Zagabria con un’intensità di 5.2 gradi della scala Richter. La scossa è stata avvertita anche in Italia, da Trieste a Pordenone. Un altro sisma ha colpito la stessa Nazione, ieri pomeriggio, con una magnitudo di 6.4 gradi con epicentro a pochi chilometri dalla capitale. L'evento tellurico è stato percepito distintamente dal Friuli Venezia Giulia fino alla Campania. La situazione è molto critica: a Petrinya, nella parte centrale del Paese, sono crollati un ospedale ed un asilo dove si registrano 7 vittime, tra cui una bambina di 12 anni e decine di feriti, di cui molti in gravi condizioni. Il centro storico della cittadina è quasi completamente crollato. Migliaia di persone sfollate e terrorizzate hanno trascorso la notte in strada assistite da soccorritori con beni di prima necessità, coperte e indumenti caldi. Le peripezie non sono finite: stamani si sono avute altre 3 scosse con una intensità pari a 4.9, 4.8 e 4.7. Le squadre di soccorso continuano a scavare incessantemente nel tentativo di trovare altre persone in vita tra le macerie. Il Governo, che stamattina si è riunito in seduta straordinaria, ha stanziato 16 milioni di euro per far fronte ai danni causati dal tragico evento e ha proclamato per il 2 gennaio una giornata di lutto nazionale in memoria dei morti. Inoltre la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha fatto sapere di aver stanziato 500.000 euro per aiutare gli abitanti dello Stato balcanico.

di Domenico Pio Abiuso 

 

Il razzismo colpisce durante una partita di Champions League

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Il termine razzismo indica una discriminazione riguardante una diversità che va dal colore della pelle a una situazione sociale o economica minoritaria, da una disabilità di qualsiasi natura a una condizione caratteriale di una persona, alle violenze verbali. L’Italia su questo tema non si dimostra affatto un Paese all’avanguardia. Secondo un studio condotto dall’associazione Lunaria nel tratto temporale 1° gennaio 2008 - 31 marzo 2020, nella nostra Nazione ci sono stati 7426 episodi di razzismo. Oltre ad accadimenti per il colore della pelle e per condizione sociale, con l’avvento della tecnologia, di piattaforme di comunicazione, quali social network e siti per la condivisione di video, sono accadute molteplici circostanze di violenza verbale in rete. Di queste se ne contano più di 3725. Molto più grave però l’ultimo caso di razzismo perché commesso durante un evento televisivo, verificatosi martedì 8 dicembre nel corso della partita valevole per la fase a gironi del gruppo H della Champions League tra Paris Saint Germain e Istanbul Basaksehir, quando il quarto uomo, Sebastian Coltescu, ha usato l’epiteto “Negru”(nero in romeno) per richiamare Achille Webo, assistente dell’allenatore dei turchi, Okan Buruk. Tutto questo ha scatenato la reazione molto veemente di Webo, che si scagliato contro l’ufficiale di gara. In seguito la contesa è stata sospesa perché le 2 compagini hanno lasciato il campo per protesta per poi terminare ieri sotto la direzione di un nuovo arbitro. L’UEFA ha annunciato di aver aperto un’indagine per accertare come si sono svolti i fatti. Le offese razziste della competizione calcistica sono diventate un caso politico e diplomatico. Il Presidente della Repubblica turco, Recep Tayyip Erdogan, tramite i social esprime il suo sdegno per quello che è accaduto al “Parco dei Principi”, stadio del Paris Saint Germain: "Condanniamo fermamente le frasi razziste rivolte a Pierre Webo e credo che la Uefa debba necessariamente intervenire. Siamo incondizionatamente contro il razzismo e la discriminazione nello sport e in tutti i settori della vita". Ogni volta di fronte a tali questioni ci scandalizziamo, ma poi ricadiamo sempre nello stesso sbaglio, non capendo che alla fine siamo tutti uguali.

di Domenico Pio Abiuso

 

Il Terrorismo questa volta colpisce Vienna

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Un altro atto terroristico a pochi giorni di distanza da quello di Nizza. Nella notte appena trascorsa è toccato a Vienna, dove un commando di 4 persone sono entrati in azione con armi da fuoco nelle vicinanze di una sinagoga (chiuso da un paio d’ore) e in altre cinque punti della città, fra cui strade e locali, provocando 5 decessi, 2 uomini, 2 donne, e Kujtim Fejzulai,  un attentatore di origine macedone e 22 ferimenti, di cui 5 ricoverati in ospedale in pericolo di vita. La caccia agli altri estremisti, con un dispiegamento eccezionale di Forze di Polizia, è cominciata con posti di blocco ed elicotteri che hanno sorvolato l’area dell’episodio criminoso e che ha portato a 18 perquisizioni e al fermo di 14 fiancheggiatori del gruppo eversivo. Le prime affermazioni sono arrivate dal Sindaco di Vienna, Michael Ludwig: “Gli attentatori, partendo dai pressi della Sinagoga, hanno iniziato a sparare a caso nei vicini locali”. Il Primo Ministro austriaco, Sebastian Kurz, ha dichiarato: “Quello di ieri a Vienna, si è trattato di un attentato islamista, alla nostra libera società, ma è chiaro che non ci lasceremo intimidire. Difenderemo con tutte le nostre forze il nostro modello di vita. Non cadremo nella trappola del terrorismo”.  Dopo gli ultimi attentati di Nizza e Vienna, anche il Ministero dell’Interno italiano ha ordinato il rafforzamento dei controlli ai valichi di frontiera, anche con personale dell’Esercito. 
 
di Domenico Pio Abiuso

Francia sotto attacco sanitario e terroristico

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La Francia come il mondo intero vive l’emergenza sanitaria da Coronavirus. Dopo la prima ondata (marzo-maggio), che ha visto la nazione patire la virulenza del virus, insieme a Spagna e Germania, la seconda la vede nuovamente protagonista con pronto soccorsi e terapie intensive in affanno. Notizia di queste ore riferiscono che il Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, ha indetto un nuovo lockdown a partire da domani, dove però le scuole resteranno aperte. Come se non bastasse, ad aggravare la situazione nei confini d’oltralpe ci si mette anche il terrorismo islamico. Stamani a Nizza alle 9.00, Brahim Aoussaouie, un tunisino di 21 anni ha fatto irruzione con un coltello nella Cattedrale in Notre Dame, dove ha assassinato 3 persone: 2 donne e il sacrestano dell’edificio religioso, di cui una donna sgozzata. L’assalitore, secondo le prime notizie pervenute, sarebbe sbarcato a Lampedusa a settembre e avrebbe ideato e portato a termine l’atto criminoso da solo. Nella stessa giornata, ad Avignone, alle 11.15 circa, un uomo di nazionalità afghana ha aggredito due agenti di Polizia con un pugnale al grido di “Allah Akbar” “Allah è grande”. L’aggressore è deceduto a seguito delle gravi ferite riportate nella colluttazione con le Forze dell’Ordine. A Gedda, città costiera dell’Arabia Saudita, un uomo ha accoltellato un componente della sicurezza del Consolato francese nello Stato d’Oriente, che alla fine è stato arrestato. La Francia sta vivendo un periodo nero con gli atti terroristici molto probabilmente scaturiti dall’ultima vignetta del giornale satirico Charlie Hebdo.

di Domenico Pio Abiuso

La storia è ciclica, 100 anni fa scoppiava l'influenza spagnola

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Gli eventi che succedono durante il corso del tempo tendono ad evolversi, ma talvolta ne accadono alcuni che hanno tra loro delle similitudini. A distanza di più un secolo (1918-1920) dal Coronavirus che sta affliggendo la quasi totalità della popolazione mondiale, durante la fine del primo conflitto mondiale si è scatenata l’influenza spagnola o più comunemente chiamata “la spagnola”. Questa epidemia, chiamata così perché i primi a darne notizia furono i giornali iberici, fu causata dal sottoceppo H1N1 e provocò nel periodo di maggior virulenza circa 300. 000 000 di contagi e più di  25.000 000 di  decessi, di cui 600.000 in Italia. Certamente l’alto numero delle vittime fu dovuto soprattutto all’arretratezza della medicina e alle scarse protezioni dell’epoca. Le informazioni inerenti la pandemia venivano date solo dalla televisione spagnola, perché le emittenti degli altri Stati venivano censurate dai regimi dittatoriali che li governavano.   Le analogie con il Covid- 19 sono tosse, febbre alta e la trasmissione della malattia tramite goccioline di saliva quando si tossisce o starnutisce. Il focolaio originario da cui partì non è certo, tra le ipotesi vi è quella che sia stata portata in Europa dalle truppe americane, ma quel che è assodato è che la sua diffusione avvenne nelle trincee, nei campi adibiti all’addestramento dei soldati e negli ospedali militari. Da fonti accreditate venne riscontrato che l’allarme degli esperti a sottoporre le persone ad isolamento non fu accolta dai governi che presero sottogamba la questione. Un documento del tempo esposto nei luoghi di maggiore aggregazione, recitava così: “Riducete la frequentazione delle osterie al minimo possibile! Non frequentate bar e teatri, arieggiate le case e non date strette di mano". Insomma la storia si ripete.

di Domenico Pio Abiuso

Coronavirus, è importante proteggere la salute dei soggetti più fragili

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In questo momento in cui metà del pianeta è coinvolto nell’emergenza del Covid-19, siamo tutti alle prese con la crisi epidemiologica, economica e sociale. Il primo aspetto di questo turbamento della vita quotidiana di ogni singola persona è quello epidemico che sta mietendo vittime soprattutto in Cina (da cui l’epidemia è nata e si è propagata), Corea del Sud, Giappone, Spagna, Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti e che finora ha provocato oltre 95.000 morti nel mondo.
Il secondo aspetto è quello economico per via della chiusura degli esercizi commerciali, piccole, medie e grandi aziende non essenziali, che di conseguenza produce un mancato guadagno da parte degli stessi. Per quanto concerne l’ultimo aspetto, quello sociale, molte famiglie sono in difficoltà e si temono furti e saccheggi in supermercati e negozi di generi alimentari. Ma un aspetto poco o per niente considerato è quello delle persone più deboli psicologicamente. Secondo gli esperti serve un intervento pubblico eccezionale e gratuito per tutti contro l’emergenza psicologica da pandemia e quarantena. C’è il rischio suicidi (già 5 in Italia), ma anche ansia, panico, abuso di farmaci, anoressia, ossessioni, disturbo post-traumatico da stress e violenze familiari.  Ci sono già stati episodi che hanno avuto un epilogo tragico, come quello del nonno di Savona che era disperato per non poter vedere il nipotino a causa della lontananza per la pandemia da Covid-19, o quello del ragazzo di 26 anni di Milano e della 29enne di Carmagnola, in provincia di Torino che hanno perso il lavoro per l’evento pandemico in corso. Si è tolto la vita anche Bernard Gonzalez, medico sportivo della squadra della serie A francese dello Stade Reims dopo aver saputo di aver contratto il virus. Ma anche i casi di 2 infermieri, una di Jesolo di 49 anni e di una di Monza di 34 anni risultate positive al virus che si sono uccise perché credevano di aver diffuso involontariamente il contagio. La paura di venire infettati dal Covid-19 produce panico, stress e ansia. A tal proposito, Piero Barbanti, professore di neurologia all’Università telematica San Raffaele di Roma e responsabile del Centro per la diagnosi e la cura delle cefalee e del dolore dell’IRCCS San Raffaele Roma-Pisana, ha dichiarato: “L’epidemia del coronavirus ha determinato in tutti l’insorgenza di paure e fobie e rischia di innescare una cosiddetta malattia psicogena di massa, ovvero una sorta di follia collettiva ispirata dalla contagiosità della paura”.
 
di Domenico Pio Abiuso

Coronavirus, dopo l’emergenza sanitaria anche la crisi economica e sociale

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Con la chiusura di gran parte delle attività commerciali dovuta all’emergenza sanitaria da Coronavirus che sta coinvolgendo circa 164 Nazioni, in Italia si prospetta, una volta passata l’epidemia sanitaria, una crisi finanziaria che coinvolgerà ogni settore commerciale: dall’artigianato al turismo, dal negozio di generi alimentari di quartiere alle piccole e medie imprese che costituiscono gran parte del tessuto economico del nostro Paese. Il Consiglio del Ministri ha approvato il Decreto “Cura Italia” firmato il 16 marzo scorso dal Presidente delle Repubblica, Sergio Mattarella e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che punta a contrastare una crisi monetaria dovuta al mancato guadagno degli esercizi commerciali chiusi a seguito del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, dell’11 marzo 2020. Il provvedimento prevede lo stanziamento di 25 miliardi di euro, che si dividono sostanzialmente in 4 macroaree: potenziamento del Sistema sanitario della Protezione civile e degli altri soggetti pubblici impegnati a fronteggiare l’emergenza sanitaria, sostegno all’occupazione e ai lavoratori per la difesa del lavoro e del reddito, supporto al credito per famiglie e piccole e medie imprese e sospensione degli adempimenti fiscali, incentivi fiscali per la sanificazione dei luoghi di lavoro. Un altro provvedimento fiscale è allo studio dell’Esecutivo, che dovrebbe entrare in vigore entro il 16 aprile per rafforzare le disposizioni di marzo e per ulteriormente supportare le aziende, le attività commerciali e i liberi professionisti. In particolare è prevista l’indennità di 600 euro per autonomi e Partite IVA; finanziamenti per le aziende per evitare che molte di esse chiudano attraverso un Fondo di Garanzia per un totale di 15.000.000.000,00 di euro; possibilità della domanda di cassa integrazione la cui corresponsione avverrà entro 30 giorni dalla presentazione della domanda. Intanto però cominciano a scarseggiare le risorse pecuniarie delle famiglie che per ovvi motivi sono costrette a tenere le saracinesche delle loro attività chiuse. Infatti si comincia a far difficoltà a comprare beni di prima necessità come il cibo e l’acqua. Collegata all’allarme economica c’è anche quella sociale, infatti si temono furti e rapine da parte dei cittadini nei supermercati e nelle banche; per questo sono stati potenziati i presidi delle Forze dell’Ordine davanti ad attività alimentari e istituti di credito. Una domanda sorge spontanea: che ne sarà del nostro apparato economico, già provato dalla mancanza di lavoro, dopo questo avvenimento emergenziale? Intanto, il Governo ha deciso di prorogare la chiusura delle attività non essenziali, ad esclusione di farmacie e supermercati, per altri 15 giorni dopo il 3 aprile.

di Domenico Pio Abiuso

Italian women bombers

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Among the 48 people expelled so far to Lombardy for crimes related to radical Islamic terrorism, now it is the turn of Fatma Ashraf Shawky Fahmy (Maria Giulia Sergio). Born on June 3, 1995 in Giza, Egypt, the 22-year-old lived in Torre del Greco and was expelled from Italy by decision of the Ministry of the Interior thanks to investigations by Digos of Milan. Together with her parents and three younger brothers, she had approached extremism and was in contact with an unidentified member of the Isis, named Abdallah Hasanyan Al-Najjar. She asked him to organize a trip to the conflict lands through Turkey. From their talks, however, it is clear that, although she attended the mosque in Jenner Avenue and was therefore rather informed, Fatma did not consider, probably, that the Islamic State was losing ground. So, not being able to "enlist", the girl changed her perspective. «There's something I can do here. I can take action in Milan». And again: «I am ready». Phrases from which it emerges, according to Digos investigators, that the girl was willing to a kamikaze action. Once again, however, on the Telegram channels, the response of the Isis man was negative: «You will only be able to do something when you have our permission».  According to what has been reconstructed by the Milan Court of Assizes, this is a story that begins on January 7, 2015, immediately after the massacre within the editorial staff of Charlie Hebdo. The police intercepts two women who have sworn allegiance to the Islamic state. They are Maria Giulia Fatima Sergio and her spiritual guide, Haik Bushra. The first one would be in Syria. The second, after studying in Bologna, would be in Saudi Arabia. It is the latter who tells her: «The killing of unbelieving Westerners is not only legitimate, but a duty». And again: «These people are not innocent because they are part of Western countries that want to hit Muslim countries». Actually, this is a story that began in 2008 in Inzago, a town in Milan. It was in that year that Maria Giulia converted to Islam, changed her name to Fatima Az Zahra and began her personal radicalization. After a few years she is convinced that she must go to Syria to give her contribution, but first she must marry an aspiring mujaheddin. In September 2014, she married the Albanian Aldo Kobuzi. According to what the magistrates have reconstructed, it would be a «combined marriage, born electronically and functional only for departure». And in a couple of weeks they arrive in  Syria.  She teaches and he is trained in Iraq. Fatima tries to convince her family to join her, but their Skype conversations are intercepted and in July 2015 her father, mother and sister are arrested. Fatima asked about them in an interview with Corriere della Sera in which, among other things, she said: «The Islamic State is a perfect State. We are not doing anything here that goes against human rights. Which those who do not follow the law of Allah do». The case ends on 13 June, with the sentence in absentia of the Milan Court of Appeal to 9 years.  Of Maria Giulia remains only her social profile, where stands out her new name and you can not see that the eyes, everything else is covered by the Niqab . In the page there is little written in Italian, the symbols of the holy war are everywhere. On her profile she wished the victory in the name of Allah over the disbelievers and the last post still online is dated November 19, 2013. Then nothing. «Behind the veil there is no terrorist hiding. My daughter Fatima is good, who knows her can confirm it. And she has the strength of someone who fights for a just cause». Assunta Bonfiglio, the 27-year-old's mother, is speaking. «I have not had contact with Fatima for some time and I have no idea where she is, but I know that Allah protects her», says Assunta.  According to the authorities there are a hundred Italian citizens who have left like Fatima to join the Islamic State.  Meriem Rehaily, 22 years old, jihadist from the province of Padua, of Moroccan origin, was sentenced on December 12, 2017 by the Court of Venice to 4 years' imprisonment for enlistment for terrorist purposes and expulsion provided at the end of the sentence for having joined the Islamic State.  On July 14, 2015 Meriem Rehaily disappeared from her home in Arzergrande, in the province of Padua, to reach the airport Guglielmo Marconi in Bologna where she boarded a flight to Istanbul. A few hours before getting on the plane she posts her oath to the Caliph: "God, I promised my pledge of faithfulness and I renew it for the prince of the faithful, my cheikh Abu Bakr al-Baghdadi".  Shortly after, Rehaily arrived in Syria where Daesh, thanks to its computer skills, recruited her as a hacker and also sent her to the border with Turkey to help filter entrances, using her language skills. Meriem Rehaily had shown on several occasions that she had clear ideas and had also published the list of ten objectives to be eliminated, men of law enforcement of which she had entered photos and address of residence. In addition to stating that she was "proud to have joined the Isis", and to have "seen the truth", Rehaily was shooting journalists, accused of having written falsehoods about her.  At the same time, however, elements emerged about the possible repentance of Rehaily: in January 2016 the Carabinieri of the ROS intercepted a phone call made to her father in which the girl claimed to be repentant of the choice made and asked to be taken home. Another contact with the family took place in November 2016 when the girl reiterated her repentance, claiming to be terrified by the war, but can not leave Raqqa; then nothing more.  Judge Roberta Marchiori explained that her willingness to martyrdom is a cause for concern: «The State cannot exclude the hypothesis that the suspect may be available to carry out suicide bombing actions also in Italy and, in particular, in Rome».  «I'm a terrorist for the government, but I didn't do anything in Italy. I was brainwashed from Isis», explains Meriem, «before I lived like a normal teenager who went to school and went out with friends. Then I closed my eyes and found myself in Syria. Abu Dujana al Homsi, a young Syrian who contacted me via Telegram in a secret chat room, attracted me on the internet», says the Paduan jihadist, «he wanted to marry me, but I refused. Then he began to say that I had to leave Italy and reach the Caliphate because Allah wants it». In the historic capital of the Caliphate, Meriem soon realizes that the adventure of black flags is turning into a nightmare. «I have seen the real Isis and it is not the Islamic State that I believed», explains the jihadist now, «the horror of the bombings terrified me. When I opened my eyes it was too late».  In Raqqa she marries a Palestinian and has two children. Meriem had been in touch with her parents, who are trying to get her back home. Her mother Khadija is always in her thoughts: «I would like to ask her to forgive me, but it's too late to apologize because I've already done what I shouldn't have done».  Repentant and aware of having made the wrong choice, Meriem would like to return to Italy.  «Daesh loves killing people, it loves blood, they kill people for no reason» says Sonia Khediri. She is 21 years old. She was born and raised in One di Fonte (Treviso), and fled home at 18, in August 2014, more out of love than to embrace Islamic fundamentalism. Or so it seems to be hearing her now, when every dream of a better and different life seems to have vanished.  She met a preacher during a trip to Tunisia, let herself be persuaded to join the Caliphate and after months of contacts on the Internet fled to Syria to marry him, discovering on her arrival that he had been killed. In his place, according to what emerged, she was forced to marry Abu Hamza, about twenty years older than her, Tunisian emir and number two of Daesh, from whom she had two daughters. The Public Prosecutor's Office of Venice, calling her a foreign fighter and considering her dangerous, asked for her arrest on two different occasions. And on two occasions the GIP denied the custody order. It's hard to say whether or not the 21-year-old has embraced Daesh's fundamentalist theses, but in the interview with Tg1 she clearly says that she tried to return to Italy, but failed to do so. Sonia Khediri reached the Islamic state when she was only 18 years old. Now she's a prisoner in a Kurdish refugee camp in northern Syria, and she confesses: «I want to go back to Italy, but I'm afraid of going to prison and not seeing my children anymore. I loved Daesh thinking I was making the right choice, but instead I lost my life. I was convinced to join the Islamic State because in the videos circulating in Raqqa the women were going out with the niqab. I wanted to live like them».  In a guarded area in the Heyn Issa camp, north-east of Syria, a thousand women and their children who have joined the caliphate are in custody.  Women. Maybe not real «evil geniuses» but still charismatic females, «soldiers» ideal to be recruited by the Caliphate, decided as they are to move in the Islamic lands, against everything and everyone, breaking religious and traditional ties. 
 
di Noemi Genova
 
 

Germania, strage terroristica e xenofoba contro la comunità turca

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Alle 22.00 di ieri sera 9 persone sono state assassinate e 5 sono rimaste gravemente ferite, in seguito a due sparatorie avvenute davanti a due “Shisha Bar” frequentati da turchi ad Hanau, una cittadina dell’Assia a circa venti chilometri da Francoforte. Ad entrare in azione è stato Tobias Rathien, 43 anni, estremista di destra, che secondo fonti accreditate avrebbe lasciato un messaggio e un video nei quali rivendica l’attentato asserendo l’esigenza di annientare popoli ed etnie che non si possono più espellere dalla Germania. Dopo ore di ricerche, i corpi speciali della Polizia hanno trovato il corpo esanime dell’attentatore insieme a quello di sua madre nell’abitazione dell’uomo, mentre il padre è stato portato in commissariato. Si è scoperto a seguito di indagini informatiche, che il criminale diffondeva tramite web le sue teorie di destra radicale. Su Twitter il portavoce del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Ibrahim Kalin, ha dichiarato: “Ci aspettiamo che le autorità tedesche facciano luce sulla strage di Hanau. Il razzismo è un cancro collettivo”. I vertici dell’estrema destra tedesca hanno voluto esprimere un pensiero sul tragico evento dichiarando: “Questo crimine abominevole ci sconvolge e ci lascia senza parole. I nostri pensieri vanno alle vittime di questo crimine spietato e ai loro parenti”. Anche il Governo, tramite il Vice cancelliere, ha voluto commentare l’accaduto: “Il nostro dibattito politico non deve eludere la questione che, 75 anni dopo la fine della dittatura nazionalsocialista in Germania ci sia di nuovo il terrorismo di destra".   A quanto pare la mano xenofoba del terrorismo conservatore torna ad aggredire l’Europa e nello specifico la Germania, a quattro mesi dall’attentato causato dal ventisettenne neonazista che colpì una sinagoga e un fast food, uccidendo 2 persone.

di Domenico Pio Abiuso

Olocausto, c'è ancora chi non ci crede

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Come tutti ben sappiamo l’Olocausto è lo sterminio messo in atto con ferocia e disumanità dal governo nazista nella seconda guerra mondiale, tramite le SS e la Gestapo nei confronti di ebrei (ritenute persone avide di denaro e filocomuniste) rei di non essere “puri”, nomadi, oppositori politici e disabili, rinchiusi nei campi di concentramento e che produsse circa 6.000.000 di vittime. Secondo l’ideologia della dittatura hitleriana era degno di vivere soltanto chi si uniformava al pensiero del regime e chi era di razza ariana aveva un livello biologico e culturale superiore alle altre popolazioni. Con il termine “Ariano”, s’intendeva, secondo alcune congetture razziste, la persona proveniente da stirpe bianca, con specifico riferimento a quella germanica considerata l’etnia originaria. Con il passare degli anni però, è nata e poi si è rafforzata, la teoria secondo cui la carneficina ordinata da Hitler non sia mai esistita o quantomeno il numero degli assassinii è notevolmente inferiore a quello riportato sui libri di storia. In alcune Nazioni come Francia, Belgio, Austria e Germania, negare l’ Olocausto è reato, mentre in altre come Portogallo, Spagna e Israele è punita la negazione di qualsiasi genocidio. Una serie di leggi antinegazioniste sono state emanate anche in Slovacchia, Repubblica Ceca, Australia, Nuova Zelanda, Polonia, Lituania e Italia, dove dal 2016 è previsto come aggravante del reato di propaganda di odio razziale. Secondo l’istituto di statistica Eurispes, nel 2004 le persone che credevano a questa tesi erano il 2,7% per poi crescere nel 2020 e raggiungere il 15,6%. A queste percentuali, si aggiunge il 16,1% che sostiene che le vittime siano state molte di meno. C’è da preoccuparsi se ai giorni nostri dottrine di questo tipo raggiungano un consenso così elevato, anche se abbiamo avuto e abbiamo testimoni di quella crudeltà come Primo Levi sopravvissuto, imprigionato e scampato ad Auschwitz, trovato senza vita lungo le scale del proprio condominio a Torino e l’italiana Liliana Segre figlia di genitori ebrei deportata e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove fu separata dal padre che non riabbracciò mai più.
 
di Domenico Pio Abiuso
 

Coronavirus, i profitti sono solo delle aziende farmaceutiche

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Era il 31 dicembre 2019 quando la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan aveva per la prima volta inviato una segnalazione all’OMS nella quale si informava l'agenzia di avere registrato in tutta la provincia di Hubei un rilevante numero di casi di polmonite derivanti da cause ignote. La diffusione di quello che verrà chiamato 2019-nCoV era iniziata verso la metà del mese. Il 10 gennaio per la prima volta veniva determinata la sequenza genomica del virus: un betacoronavirus correlato a quello che ha causato la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS-CoV) e a quello della Sindrome respiratoria acuta grave (SARSCoV). Le ricerche sono proseguite e il 20 gennaio la National Health Commission (NHC) cinese ha scoperto la trasmissibilità da essere umano a essere umano del coronavirus. I coronavirus si chiamano così perché la parte infettiva (virioni) appare al microscopio elettronico come piccoli globuli, sui quali ci sono tante piccole punte che ricordano quelle di una corona. Questi sono piuttosto diffusi tra varie specie di mammiferi e uccelli: infettano il loro apparato respiratorio e gastrointestinale. Da 60 anni circa, sappiamo che in alcuni casi questi virus riescono a passare agli esseri umani, causando sintomi che variano a seconda delle loro caratteristiche. A oggi sono noti sette diversi coronavirus che possono infettare l'uomo. In Cina sono molto diffusi i mercati in cui si possono acquistare suini, pollame e diverse altre specie selvatiche di animali ritenuti prelibatezze per la cucina locale o utili per la medicina tradizionale, come i pipistrelli. Il legame tra esseri umani e questi animali, unita alle scarse condizioni igieniche, fa aumentare il rischio che i virus passino da una specie animale agli esseri umani, mutando per adattarsi poi ai nuovi ospiti. Il sospetto è che qualcosa di analogo sia avvenuto in passato, con la SARS, e nelle settimane scorse con il passaggio di 2019-nCoV agli esseri umani, probabilmente proprio dai pipistrelli. Anche per questo motivo, il governo cinese sta lavorando per mettere al bando, o almeno sospendere, le attività commerciali nei mercati di animali. Da sempre i virus circolano e si diffondono in tutto il mondo facendosi dare un passaggio dagli animali che infettano. Un tempo le malattie arrivavano per nave, come avvenne per esempio con la peste nera in Europa nel Trecento, oggi attraverso i viaggi aerei. Restano comunque dei punti oscuri sui quali delle testate internazionali hanno lanciato delle ipotesi. Il primo indizio sarebbe dato dal fatto che Pechino avrebbe occultato delle prove. Ad esempio nella città di Wuhan, città di forte importanza militare, è presente l’unico laboratorio cinese, in grado di trattare virus pericolosissimi come quello dell'Ebola. La pericolosità degli agenti patogeni esistenti prevede delle misure molto rigide. Ciò vale a dire che chi entra ed esce da quelle stanze deve sottoporsi a trattamenti speciali, come docce decontaminanti e indossare tute speciali pressurizzate. Che il virus possa essere uscito da quel laboratorio? Nell’incertezza ci sono però dati inconfutabili e che riguardano il settore economico, in particolar modo le Borse mondiali. Le Borse globali hanno perso nell’ultima seduta (27 gennaio) più del 2%, vedendo ridurre la capitalizzazione globale di oltre 2mila miliardi di dollari. I ribassi sono corali negli Usa e in Europa (la Borsa di Shanghai, così come quelle di Shenzen e Hong Kong, invece resteranno chiuse fino al 3 febbraio per il Capadanno cinese, esteso di tre giorni dalle autorità nel tentativo di rallentare l’epidemia del coronavirus). Numerose aziende farmaceutiche hanno annunciato di star lavorando alla creazione di un vaccino per sconfiggere il nuovo coronavirus. I loro guadagni in Borsa sono schizzati alle stelle. L'americana Vir Biotechnologies, quando i contagi sono esplosi su scala mondiale, ha visto le proprie azioni aumentare di valore per il 97%, con capitalizzazione di 3 miliardi di dollari. L'azienda si dice ora vicina a trovare una soluzione al virus di Wuhan. Anche altre aziende americane come Inovio pharmaceuticals, Moderna e Novavax, impegnate nelle ricerche, hanno guadagnato rispettivamente il 61%, il 16% e il 13%, mentre anche la Cina ha annunciato che parteciperà alla corsa per il vaccino.

di Giorgia Ciampitti, Romina Caterena, Filippo Sardella, Annalisa Fraraccio

Venti di antisemitismo tornano a soffiare in Italia

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E’ da qualche anno ormai che sentiamo dai mass media notizie di episodi di razzismo e xenofobia, commessi in nome di una razza superiore, quella bianca nei confronti di soggetti di pelle scura (come quello accaduto a Macerata il 3 febbraio 2018, quando Luca Traini esplose alcuni colpi di pistola che ferirono dei ragazzi di colore) o di soggetti  con disabilità di tipo fisica o psichica (vedasi il diversamente abile di Canosa di Puglia pestato a sangue per aver difeso il fratello da un furto) o per “motivi” religiosi come successo ieri a Mondovì, dove è stata lasciata la scritta  “Juden hier” (“Qui ci sono ebrei”) sulla porta di casa del figlio di una ex deportata nei campi di sterminio dalle truppe tedesche di Hitler nel 1944. In merito a quest’ultima vicenda la Procura di Cuneo ha aperto un fascicolo, per il reato di propaganda e istigazione a delinquere per ragioni di odio razziale a carico di ignoti e su cui indagano ora i Carabinieri dei ROS di Torino. Con questa vicenda, a parere di chi scrive, si è toccato il fondo, in quanto si rievoca una tra le epoche più buie e feroci del ‘900, quella della persecuzione degli ebrei, dei rom, dei disabili da parte del governo nazista, poi internati nei campi di concentramento e barbaramente uccisi. Un modo per non esasperare i toni, già molto aspri, sarebbe portare il dibattito politico televisivo su livelli pacati, in modo da contenere gli episodi di razzismo verbale e non farli sfociare in aggressioni fisiche. Un altro deterrente per far si che non si ripetano queste situazioni è l’inasprimento delle leggi in materia da parte del Governo, per evitare che certe storie si ripetano.

di Domenico Pio Abiuso

L'Australia in fiamme

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Quindici milioni di ettari bruciati fino ad ora e con essi milioni di specie animale e vegetale. Da quasi tre mesi le fiamme divampano sul territorio australiano. Lo stato più danneggiato è il Nuovo Galles del Sud. Tra le creature più colpite vi è la popolazione dei koala con più di 9000 morti. Il WWF ha dichiarato che l l'estinzione di questi animali unici al mondo è dietro l'angolo. Secondo alcune stime per ripopolare il territorio di vegetazione servirebbero 2 miliardi di alberi da ripiantare. Oltre 180 persone sono state denunciate e 24 arrestate per aver causato questi incendi colposi.
Tutta la popolazione australiana cerca di dare il proprio contributo per risollevare la terra nativa. Alcuni adolescenti adottano e curano specie in difficoltà. Un giovane cacciatore australiano ha messo a rischio la propria vita per salvare i koala e altri animali selvatici intrappolati negli incendi. La NASA ha annunciato gli effetti del fumo: il cielo dell'America del Sud ha cambiato colore, mentre è peggiorata la qualità dell'aria in Nuova Zelanda, dove si comincia ad annerire la neve sulle montagne. Da pochi giorni sono cadute bombe d'acqua, alleviando gli interminabili incendi e ripulendo il terreno da ceneri e detriti. Una vera e propria boccata d’ossigeno per un Paese piegato in due dai roghi.
 
di Romina Caterena e Giorgia Ciampitti

First women to join the jihad

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For an organization that has always tried to keep women away from the battlefield and now changes dialectics, it is difficult to find a way to get the attention and especially the approval of its supporters for a choice that would go - according to conservative Muslim doctrine - against their own ideology and their Islamic beliefs. Yet more and more women are involved in suicide attacks: since 1980, no fewer than 4400 suicide attacks have been carried out by male-bombers and female-bombers. 
Chronicles of the first kamikaze women in the Middle East date back to April 4, 1985. The first is the 17-year-old Lebanese Saana Muhaidily who blows herself up by throwing herself with her white Peugeot against an Israeli checkpoint at Batr Shaouf, killing two soldiers and injuring two others. Before she died, according to a tragic ritual that had become classic, the girl had recorded a video message in which she declared herself ready to die in order to drive the Israelis out of Lebanon. Until now, women were excluded from such actions for religious and social reasons. Saana's changing the order of things. Her gesture is interpreted as a warning to the conscience of millions of Arab men. She became a popular icon throughout the Middle East in the 1980s, received public praise from Syrian President Assad, and was given poems and prayers. But above all, a dangerous spirit of emulation is unleashed: on July 9 of the same year, another woman, always at the wheel of a car filled with explosives, launches herself against a checkpoint in Ras Bayada in southern Lebanon, killing two soldiers. She's almost considered a saint by her people.  On 27 January 2002, Wafa Idris, a 28-year-old nurse, arrived in Jerusalem probably on board a Red Crescent ambulance. She enters a shoe shop to ask for the price of a pair of shoes. Once she's out, she walks down Jaffa street. At 12. 20 p. m. the ten kilos of explosives that Wafa carries in the bag explode, killing an elderly tourist guide and injuring dozens of civilians. The rescuers are presented with a macabre spectacle: on the asphalt, a head with long black hair. The bomber is a woman. She is the first Palestinian female suicide bomber. Idris becomes a real heroine for Palestinian public opinion: since the beginning of the second Intifada (Jerusalem, 28 September 2000) no woman had yet sacrificed herself. The story of Wafa still leaves some doubt: it was impossible to establish whether it was her will to die or whether her tragic death was determined by an early trigger that had left her no escape. The consideration she enjoys from her death is envied by many Palestinian women accustomed to being mistreated and misconsidered by men. As with Saana, Wafa's gesture is imitated by other girls. In fact, only after two months, another 18-year-old girl, Ayat Al-Akhrass, handed over her "will" to her schoolmates and went to the city to get herself blown up. On 27 February 2002, 21-year-old student Darin Abu Aishe blew up at a checkpoint near Maccabim (central Israel). Darin studied English at Al-Najah University in Nablus, a real terrorist recruitment base since the student council is controlled by Hamas. Her last message, recorded on video, is a message of hatred towards Ariel Sharon. On April 12, Andaleeh Takatka explodes at bus stop 6, near a market in the sadly famous Jaffa street. On October 4, the death also arrives on the seafront of Haifa. The lawyer Hamady Tayer Jaradat brought it. Her brother was killed. She was looking for revenge. 
The first woman-bomb of the Hamas Islamists is called Reem al-Reyashi. Reem was the challenge of the female suicide bombers, young mother of two children of 3 and 1 year. The video message she leaves is a declaration of love for them. Reem killed 4 Israelis at the Erez crossing, in a building used to control the laborers who go to work in Israel. When she arrived in front of the metal detector, she explained that she had a metal plate in her knee, so that she could enter the room where the soldiers were without arousing suspicion. And here she set in motion the explosion mechanism. Isis has attracted hundreds of young girls to her network, manipulated, persuaded to leave with the promise of a better life and then reduced to slavery, such as Samra Kesinovic and Sabina Selimovic, who left Vienna on April 10, 2014 when they were 15 and 16 years old.  But the women of Isis are not just victims. The scenario has evolved. They are considered "fanatical and radicalized". 
Europe's first jihadist suicide bomber, Hasna Aitboulahcensi, blew herself up during the November 2015 raid in St. Denis. Hasna Aitboulahcen is a pioneer in Europe, but it is one of more than 220 women who have been blown up in half the world since 1985. Before her, in the occupied Palestinian territories, a dozen women have been involved in suicide attacks in the last fifteen years. As in Iraq, Turkey, Russia, Nigeria and India where the use of female suicide bombers is a less and less exceptional phenomenon.  On 29 March 2010, two women blew up at an hour's interval in two Moscow metro stations, killing 37 people and injuring dozens of people. On August 31, 2004, another Chechen woman blew herself up in Moscow, killing 10 people.  Since 1999, dozens of women, mainly Chechens, have become suicide bombers. They have been immolated in the Moscow metro, in planes, near police stations, during rock concerts, in front of buildings.  In 2002, at the Doubrokva Theatre, 19 "black widows" were wearing a bomb belt to take 130 people hostage.  In Iraq, since 2003, about fifty women have chosen to die for Allah, among them, only last year, about twenty, which represents about 10% of the total bombers. This means that the number of women involved is constantly increasing.  On 1 February 2010, for example, more than 46 people were killed and some 260 injured in an attack by a suicide bomber in Baghdad: Yasser Arafat activated the detonator while she was in line with other women waiting to be searched. Yasser Arafat, "Nobel Peace Prize", in January 2002 created the female word of martyr, Shahida, which had not existed in Arabic until then, and invited women to participate in the armed struggle by declaring: «You are my army of roses that will crush Israeli tanks».  The most respected Shiite religious in Lebanon, Sheikh Mohammad Hussein Fadlallah, blessed Palestinian female suicide bombers by saying that they were writing the pages of a new and glorious story for Arab and Muslim women. Another example is that of Aminah, who wanted revenge for the death of her husband (killed in 2011 by an American drone) through a suicide attack.  A terrorist attack unleashed in Paris in September 2016 was conceived by an all-female IS cell, and the following month 10 women were arrested in Morocco for planning a suicide attack during the parliamentary elections.  In France, Morocco, Kenya, Indonesia and the United States there have been several cases of women active in the creation of attacks on behalf of the Islamic State. So far, the chronicle of a phenomenon that violently shakes our consciences evoking the ghost of the inexplicability of the existence of people for whom the struggle for an ideal is more important than life itself. These women, whose stories all resemble each other, seem to have given up, or been forced to give up, any faculty of free judgment, whether through persuasion, violence or the administration of drugs. As previously mentioned, death arrived in shopping malls, central streets, markets, concealed in handbags or concealed under clothing to simulate a pregnancy. Death was caused by women, through what are the symbols of femininity: the fondness of the handbag, the sweetness of an upcoming motherhood.  Almost twenty years after its debut in modern history, suicidal terrorism preserves the image of an extreme instrument of terror, and these cases of chronicle should lead us to think of the important role that women have acquired within the new military doctrine of the group, of their possible tactical use, but, above all, of how the strategic logic of the IS group has changed. Women play an increasingly important role in this game, and underestimating its presence can be a risk.
 
di Noemi Genova