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Kissinger e il nuovo mondo

Heinz (poi divenuto Henry) Kissinger è morto all'età di 100 anni, lo scorso 29 novembre. È stato uno dei personaggi più controversi della scena politica internazionale. Esperto di relazioni internazionali, consigliere e stratega di diversi presidenti, fino a diventare uno degli uomini più influenti negli anni della guerra fredda. Se consideriamo tutto l’operato di Henry Kissinger, quello che emerge dalla sua carriera politica è una serie di scelte contradditorie, probabilmente fatte con l’unico scopo di restare al potere: «Ciò che mi interessa è ciò che si può fare con il potere», è la frase rilasciata in un’intervista del 1972 ad Oriana Fallaci. L’unico pensiero prevalente di Kissinger è il potere come ossessione, pagare «qualsiasi prezzo», la certezza, appresa da Machiavelli, che «per difendere i principi devi restar vivo, se no a che vale?». Campagne di bombardamenti segrete, sostegno ai dittatori, sabotaggio di colloqui di pace. Kissinger ha avuto influenza e potere. Kissinger è stato sempre caratterizzato da tante incoerenze, ma nonostante questo il suo nome è stato volto da un’area quasi mitologica da chi il potere ce l’ha, che ha impedito che lui pagasse per tutti i crimini di guerra a cui lui ha partecipato.
Da sempre repubblicano di ferro sposato due volte con due figli,  Kissinger dovette l'inizio della brillante carriera politica a una persona al miliardario Nelson Rockefeller che conobbe in occasione di un seminario del 55 fu Rockefeller a offrire al giovane ricercatore di incarico di direttore degli studi speciali presso la Fondazione di famiglia grazie a questa fondamentale entratura Kissinger iniziò le sue attività di collaborazione con varie amministrazioni presidenziali mai interrotte nonostante il mutare del colore politico Eisenhower Kennedy Johnson tutti questi si avvalsero dei suoi servigi. Persona stimata dai potenti al comando, a prescindere dallo schieramento, che trova riscontro nel fatto che difficilmente Kissinger non ha mosso una vera critica ai governanti; forse Eisenhower fu l’ultimo presidente criticato da Kissinger. Da consigliere politico delle amministrazioni Nixon e Ford ha plasmato la politica estera statunitense in anni chiave della guerra fredda. Se la sua storia personale si intreccia con i grandi eventi storici della politica internazionale ci fa comprendere l’influenza della sua personalità. A Kissinger si deve la fine della guerra in Vietnam, che gli valse un Nobel per la pace, con una serie di visite tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese che presero il nome di diplomazia del ping pong. Il Nobel per la pace, attribuito anche al suo omologo vietnamita, resta però un riconoscimento alquanto anomalo perché il suo nome è legato agli stessi bombardamenti Vietnam, senza dimenticare quelli in Cambogia e Laos, oltre che al sostegno al colpo di Stato in Cile che destituì il presidente cileno Salvador Allende che portò al potere generale Augusto Pinochet. Il suo nome si lega anche alla regia dell'implacabile operazione condor che segnò la storia dell’America Latina e delle sue dittature militari. Una volta che fu lui ad aprire la strada al viaggio del febbraio 72 di Nixon in Cina, attraverso i suoi precedenti viaggi segreti, Kissinger è diventato una sorta di interlocutore privilegiato della Repubblica popolare cinese e simboleggia l'idea che Cina e Stati Uniti sono due grandi potenze che si devono sostanzialmente devono condividere gli oneri dell'egemonia e della governance globale e devono farlo attraverso un rapporto di e più paritetico ma anche cooperativo. In qualche modo, potremmo dire che Kissinger fu il primo americano a riconoscere la potenza della Cina, simboleggiando il rispetto dell’Occidente verso la Cina. Lo scandalo che fece vacillare Kissinger fu il Watergate, ma a cadere fu solo Nixon, che ancora una volta rimase al suo posto, affiancando il governo Ford, l’ultimo suo incarico ufficiale, salvo poi comunque mantenere la sua influenza nello scenario politico internazionale.
Nel 2022, nelle sue uscite pubbliche, in occasione del World Economic Forum di Davos in Svizzera, ma anche al FTWeekend Festival di Washington e alla Strategic Investment Conference, Kissinger ha espresso tre consigli sull’attualità: il primo è che la guerra in Ucraina non deve diventare una guerra alla Russia per il bene del globo altrimenti rischiamo di scivolare in uno scontro, per cui l’Ucraina avrebbe dovuto cedere parte del territorio alla Russia per raggiungere un trattato di pace. Il secondo punto riguarda l’altra faccia del conflitto, Mosca, la quale non va isolata ma reintegrata in un futuro sistema europeo per non relegarla a Pechino. La terza considerazione non può che essere sulla Cina, con la quale secondo lui va cercata un'intesa senza fare di Taiwan la questione principale, altrimenti sarà guerra e devastazione per l'umanità. In questi tre punti emerge l'impostazione di Kissinger fondata sulla «realpolitik» che gli attirò come sempre molte critiche, come quelle dell’analista geopolitico George Friedman.
Kissinger non è portatore di un pensiero unico prevalente. Consigliere per la sicurezza nazionale (1969-75) e Segretario di Stato (1973-77), durante le amministrazioni repubblicane di Richard Nixon e Gerald Ford, Kissinger si è imposto, nel tempo, come il principale esponente della realpolitik americana, cioè di una politica il cui fine è la tutela degli interessi della grandi potenze, quella che il corriere definisce cioè quel realismo che combina la capacità di comprendere gli interessi in gioco, la rapidità nel decidere e un certo cinismo nel sacrificare principi e persone, nel nome di un risultato auspicabile.
Pechino lo ha ricordato definendolo “un vecchio amico del popolo cinese”. Gli elogi nel ricordarlo sono stati tanti sia mondo politico che dalla stampa, d’altronde sono i potenti a scrivere la storia. Il Washington Post ha scritto che Kissinger «plasmato la storia», il Fatto Quotidiano le ha esaltato: «Ce ne fossero oggi di politici della stazza di Kissinger». L’Ansa l’ha definito «Il Machiavelli d’America», forse perché per Kissinger contava solo in fine: infatti, per lui i mezzi erano tutti quelli che sarebbero stati necessari per raggiungere l’obiettivo. D’altronde, ha fatto espandere la guerra al Vietnam in Cambogia e al Laos, dove gli Stati Uniti hanno fatto piovere più bombe di quante ne abbiano sganciate sulla Germania e sul Giappone nella Seconda guerra mondiale. La Cbs ha avuto un approccio più freddo ricordandolo con la definizione di «politico controverso». Ancora più preciso è stato il docente Gary J. Bass in un articolo su The Atlantic: «Nonostante tutti gli elogi delle intuizioni di Kissinger sugli affari globali e il suo ruolo nello stabilire relazioni con la Cina comunista, bisogna ricordare la sua insensibilità nei confronti delle persone più indifese del mondo. Quanti dei suoi elogi funebri si cimenteranno con il suo record completo in Vietnam, Cambogia, Laos, Bangladesh, Cile, Argentina, Timor Est, Cipro e altrove?»
Ben Rhodes, sul New York Times ha scritto un articolo dal titolo: «Henry Kissinger, l’ipocrita».
Dalla penna di Rhodes possiamo leggere: «La sua è stata una politica estera innamorata dell’esercizio del potere e svuotata di preoccupazione per gli esseri umani». Continua Rodhes: «La storia è scritta da uomini come Henry Kissinger, non dalle vittime delle campagne di bombardamenti delle superpotenze, compresi i bambini in Laos, che continuano ad essere uccisi dalle bombe inesplose che sporcano il loro Paese».
 
di Daniele Leonardi