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Gli influencer e la guerra

La guerra ai tempi dei social si combatte anche con gli influencer. Per questo Israele sta reclutando i blogger più importanti del Paese "a beneficio della difesa israeliana in tutto il mondo".  
Ha spiegato il ministro degli Esteri d’Israele, Eli Cohen: “I social network e l'influenza sull'opinione pubblica internazionale sono fondamentali durante la guerra, al fine di mobilitare il sostegno internazionale". Gli influencer “sono veri patrioti che agiscono per amore della patria e si prendono cura di tutti i cittadini di Israele”, ha aggiunto il ministro.
La maggiore delle sorelle Kardashian, Kim, ha origini armene e si è schierata in difesa degli ebrei, pubblicando sulla sua pagina Instagram un lungo post, nel quale ha espresso solidarietà ai civili, definendosi “particolarmente sensibile a questi temi perché sono anni che parlo del genocidio armeno". Kylie Jenner, la più piccola delle sorelle Kardashian, nonché la donna più seguita sui social al mondo con oltre 400 milioni di follower, ha scritto: "Ora e sempre stiamo con il popolo d'Israele", condividendo l'immagine della bandiera israeliana, perdendo un milione di seguaci. 
Gigi Hadid, modella statunitense con origini palestinesi, ha condiviso nelle storie del suo account Instagram un post di una pagina, che commentava la guerra in Israele con una nota di un esperto in materia internazionale. A riprendere la storia della modella statunitense è stato l’account ufficiale dello Stato di Israele. 
I contenuti relativi alla guerra hanno ottenuto un engagement rate medio più elevato rispetto a quelli legati ad altri argomenti. Da una ricerca realizzata da Intwig per l’associazione Parole OStili in occasione del Festival della comunicazione Non Ostile, emerge che solo il 25% degli influencer italiani su Instagram e solo il 14% di quelli di TikTok ha mostrato attenzione verso il conflitto. 
I media hanno creato una polarizzazione del conflitto, poiché lo scontro genera audience, semplificando la questione ad uno schieramento in due fazioni, tra chi è a favore dell’invio di armi e chi è contro, finendo per essere etichettati come filoeuropei o filorussi. Allo stesso modo, alcune tra le più famose influencer internazionali hanno perso milioni di follower per aver preso posizione sulla guerra in Israele. Secondo Rosy Russo, presidente e founder di Parole OStili, “scegliere di non affrontare un tema tanto attuale quanto importante porta con sé una serie di valutazioni dalla doppia faccia: se da un lato i creator sono consapevoli che un conflitto militare non è un tema su cui hanno competenza, dall’altro viene meno il loro ruolo di intermediari, utile per rendere questi temi più vicini alla sensibilità di tutti”. In un'intervista rilasciata durante un incontro alla sede della Obama Foundation nel 2019, l’ex presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che quello sui social non può essere definito attivismo, poiché si tratta solo di urlare un’indignazione, di scagliare una pietra contro l’altro, ma l’attivismo è quello capace di produrre un cambiamento, di tendere la mano verso l’altro. L’imperativo dei media è quello di abbassare la complessità del tema, lo spiega bene Concita De Gregorio su Repubblica: “C’è il non riconoscersi nel pensiero binario, nella coscrizione obbligatoria, c’è la difficoltà dell’obbedire all’imperativo di abbassare il livello e abbattere la complessità, eliminare il dubbio”. Semplificare le questioni è solo un’illusione. Una società caratterizzata dalla velocità e dalla riduzione di tutto a pochi minuti, a pochi caratteri, ad una sintesi estrema che favorisce la disinformazione. La complessità è un valore che non lo si ottiene chiudendosi all’interno di uno schieramento, cedendo alla narrazione polarizzata dei dibattiti, ma aprendo il proprio orizzonte al diverso. L’azzeramento del diverso, invece, è un fine perseguito nei conflitti, come nel caso di Israele, il cui parlamento ha approvato una misura che vieta il consumo sistematico e continuativo di pubblicazioni di Hamas, anche se si tratta di contenuti terzi, con una pena di un anno di carcere. Ne ha fatto le spese Yasmine, una donna palestinese arrestata per aver cambiato il suo status WhatsApp con la dicitura” possa Dio dargli la vittoria e proteggerli”, che le forze israeliane hanno interpretato come sostegno ad Hamas, anche se la donna ha dichiarato non essere rivolto a loro. Siamo ben lontani all’incitamento al terrorismo, come nel caso di Bian Kateb, uno studente di tecnologia che ha postato la foto di un piatto marocchino con la dicitura “presto mangeremo il piatto della vittoria”. Un disegno di legge che reprime il libero pensiero e porta ad una pulizia del pensiero morale, non degna di una democrazia, quale Israele dichiara ancora di essere. Ogni parola è filtrata secondo il frame della polarizzazione, dimenticandosi delle sfumature, della verità, della complessità, dell’opinione neutra. Come dire che, da una parte qualcuno è morto, ma dall’altra qualcuno è stato ucciso. I media hanno il dovere di non semplificare tutto ad una visione semplicistica, perché sebbene a Gaza ci siano i terroristi di Hamas, non può essere vero anche il contrario, cioè che tutti coloro che vivono nella striscia di Gaza siano terroristi. 
 
di Daniele Leonardi