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Netanyahu e la questione palestinese

Ha governato per 16 degli ultimi 27 anni, ha messo in grande difficoltà il processo di pace con i palestinesi, e ha spostato l'asse del Paese sempre più a destra: è il ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il suo attivismo politico inizia nel 1979, anno in cui fonda il “Jonathan institute”, intitolato a suo fratello Yoni, vittima dell’operazione “Fulmine”. Netanyahu iniziava già allora a parlare di quello che lui definisce “terrorismo palestinese”. Nel 1996 viene assassinato Yitzhak Rabin, primo ministro laborista, simbolo del tentativo di pacificazione tra Israele e Palestina, vittima di un estremista nazionalista. Il primo ministro in sostituzione Shimon Peres decide di andare ad elezioni per avere un mandato più forte e proseguire i processi di pacificazione. Il suo avversario è Benjamin Netanyahu, che nel frattempo è diventato leader del partito del Likud. I sondaggi lo danno sotto di quasi 30 punti percentuali rispetto a Peres. Si profila uno scontro impari: da una parte Peres, politico di esperienza, grande oratore e leader stimato dentro e fuori Israele; dall'altra parte il poco conosciuto Benjamin Netanyahu, il cosiddetto ultimo arrivato. Tuttavia, una mossa fece saltare il banco, e fu la chiamata di Netanyahu ad Arthur J. Finkelstein, uno degli strateghi politici più conosciuti negli Stati Uniti. Il tempo passato negli Stati Uniti, infatti, aveva insegnato a Netanyahu quanto fossero importanti le abilità in tema di comunicazione politica, e questo lo portò ad affidarsi a quello che oggi definiremmo uno spin doctor, un uomo che aveva lavorato con Reagan, George Bush senior e che si vocifera avesse addirittura profetizzato la carriera politica di Donald Trump. Finkelstein seguiva una formula che adattava ad ogni contesto: il “negative campaigning” (che lui ribattezzò in “rejectionist voting”), un tipo di campagna elettorale in cui si preferisce attaccare un avversario invece di difendere il proprio programma. In parole più semplici: la credenza alla base della sua strategia era che scoraggiare le persone fosse molto più facile che motivarle. Brad Parscale, che ha gestito la campagna digitale di Trump, l’ha definita uno degli strumenti più importanti delle presidenziali statunitensi del 2016. Il metodo è una sorta di moderno manuale d’istruzioni del populismo di destra. 
Il passato da sondaggista e programmatore nel campo della finanza ha maturato le abilità di Finkelstein, il quale registrava i dati sulla popolazione: età, residenza, candidato preferito, convinzioni politiche, numero di presenze in chiesa. Con la conoscenza di questi parametri, egli era stato capace di individuare i temi che suscitavano maggiore interesse nella popolazione. La sua strategia consisteva nel polarizzare al massimo l’elettorato, mettere gli elettori gli uni contro gli altri, giocando sulle paure della popolazione; una tecnica che sarebbe poi diventata tra le più usate in materia di comunicazione politica. Finkelstein metteva in giro una notizia falsa, contando sul fatto che l’avversario si sarebbe incastrato da solo cercando di smentirla. Richard ‭Nixon ‬lo capì a sue spese quando, durante lo scandalo Watergate, si presentò in tv dicendo «Non sono un‬ imbroglione‭» con il risultato che tutti pensarono a lui come tale.‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬‬ Infatti, la negazione di un ‭frame, ‬non solo ha per effetto la sua attivazione, ma addirittura lo rafforza. Netanyahu utilizza questo schema addossando un’etichetta al suo avversario, dichiarando che il suo rivale volesse concedere parte della Città Santa ai palestinesi. Questo ha creato una polarizzazione dell’elettorato: chi sosteneva Peres adesso sosteneva anche la divisione di Gerusalemme, a danno della sicurezza del paese. Il resto lo ha fatto Hamas, che, ironia della sorte, è stata (inconsapevolmente) alleata di Netanyahu, dando credito alle paure che Netanyahu alimentava. La questione palestinese rimase sempre prioritaria per Netanyahu, il quale, a fronte della decisione del governo Sharon di abbandonare la Striscia di Gaza, decise di dimettersi da ministro delle finanze. Nel 2009 Netanyahu diventa nuovamente premier e porta di nuovo avanti la questione palestinese. Con Obama i rapporti sono ai minimi storici, ma la vicinanza con la presidenza Trump porterà alla firma dei famosi Accordi di Abramo con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. Netanyahu riesce comunque a convincere i Paesi arabi del fatto che le opportunità economiche a cui potrebbero accedere valessero più di un loro sostegno alla Palestina. Le dinamiche di politica interna portano in seguito alle dimissioni di Netanyahu, il quale torno però al governo nel 2022 con una coalizione di estrema destra capeggiata da Itamar Ben-Gvir, leader di “potere ebraico”, contraddistinto da un forte odio verso i palestinesi. Quest’ultimo ricoprirà il ruolo di ministro per la sicurezza nazionale nel nuovo governo Netanyahu. Un governo di estrema destra che con la sua riforma del sistema giudiziario voleva limitare il potere della corte suprema, suscitando grandi proteste nel paese. Il governo di Netanyahu esaspera la questione palestinese favorendo la creazione di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania, permettendo violenze nei campi profughi palestinesi e rafforzando la segregazione della Striscia di Gaza. Dal 2007 nessun palestinese può più uscire dalla striscia di Gaza senza permesso israeliano. La mattina del 7 ottobre, il giorno dopo il cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom kippur, Hamas lancia circa 2000 missili diretti verso Israele e alcuni miliziani sfondano il confine; come cinquant'anni prima, Israele è colta di sorpresa. L'intelligence non ha previsto l'attacco e i miliziani di Hamas entrano nel Paese con una sorprendente facilità. facendo centinaia di ostaggi e vittime. Netanyahu risponde con bombardamenti a tappeto nella Striscia di Gaza, senza distinzioni tra i cittadini, riducendoli a vivere senza elettricità, cibo e acqua. Da una parte Hamas ha ottenuto risultati militari senza precedenti ma allo stesso tempo ha innescato una catena di eventi che potrebbero avere conseguenza mai registrate. Netanyahu si trova a dover rimediare ad uno dei più grandi fallimenti dell'intelligence israeliana, trovandosi a gestire l'operazione militare contro Israele più vasta dai tempi della guerra Yom Kippur, cioè dal 6 ottobre 1973.  
 
di Daniele Leonardi