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Siria: la guerra dimenticata e la crisi umanitaria

Le crisi umanitarie sono molte e, seppur accadono in contesti diversi, hanno sempre alcuni aspetti in comune: nascono dove si consumano conflitti militari e dove le capacità di governi e istituzioni sono poche: Se poi le crisi sono di lunga durata, e se riguardano una parte significativa della popolazione di un Paese, condividono un'altra caratteristica: non fanno più notizia. Tra le crisi umanitarie che non hanno ancora visto una fine e che possiamo definire una guerra dimenticata, c’è sicuramente quella della Siria, la quale sta affrontando dal 2011 una delle peggiori crisi dei nostri tempi, e che non sembra rallentare. Dal 2020, infatti, il numero di persone che necessitano di assistenza umanitaria è aumentato del 30%, fino a superare le 15 milioni di persone. 
Gli attori in gioco in questa guerra sono tanti. La Siria è oggi suddivisa in quattro aree: quella governativa di Assad (sostenuta da Russia, Haezbollah e Iran), quella in mano ai curdi nel nord-est al di là dell’Eufrate cioè la regione del Rojava, quella dell'area intorno alla città di Idlib gestita dal governo di opposizione il cosiddetto governo di salvezza siriana, ed infine il nord-ovest più una striscia centrale, sotto controllo turco. 
I primi colpi di guerra furono sparati, nel marzo 2011, dal dittatore siriano Bashar al-Assad contro i manifestanti pacifici della Primavera Araba. La protesta era dettata dalle gravi problematiche sociali, quali ad esempio le crescenti disuguaglianze socioeconomiche, la corruzione, l’autoritarismo. I manifestanti organizzano una risposta al governo con i disertori dell’esercito siriano, formando quello che viene definito Esercito Siriano Libero, dando origine alla guerra civile. Quella del Siria è diventata poi una guerra per procura, in cui gli attori esterni diventano i veri protagonisti. Assad viene sostenuto dall’Iran attraverso l’invio delle truppe di Hezbollah, mentre sulla sponda opposta, i Paesi arabi più ricchi del Golfo del Persico sostengono i ribelli per contrastare l’influenza dell’Iran nella zona. Da questo momento in poi, inizia un’escalation con l’Arabia Saudita che scende in prima linea per sostenere i ribelli. Nel 2013 il Medio Oriente si trova in una situazione di due grandi poli contrapposti: le potenze sunnite sostengono i ribelli, mentre quelle sciite sostengono Assad. L’utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad provoca indignazione da parte di tutto il mondo, in particolare degli Stati Uniti, i quali decidono di scendere in campo “in nome della sicurezza nazionale”, come ribadito dalle parole di Obama. Dall’altra parte c’è il nemico storico degli Stati Uniti, la Russia, che sostiene la Siria, muovendo pericolosamente la sua pedina su uno scacchiere già molto affollato. Mentre gli Stati Uniti portano avanti un progetto di addestramento dei ribelli siriani, si verifica una scissione nell’esercito dei ribelli, con una parte di questi che decide di staccarsi e combattere al-Qaeda, che fino a poco prima sostenevano, e si autodefiniscono Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). L’Isis non combatte contro Assad, ma contro ribelli e curdi, creando uno scompiglio e un’ulteriore faglia di guerriglia interna. Gli Stati Uniti si ritrovano a dover fronteggiare due nemici: Assad e ISIS. Scende in campo anche la Turchia, la quale bombarda i curdi in Iraq e in Turchia. La volontà di primeggiare sul mondo arabo da parte dei turchi e di bloccare i 4 milioni di profughi sui confini, unita poi alla storica questione curda in Turchia, sono motivi che portano Erdogan ad approfittare della situazione. I Curdi attaccati da Erdogan erano in lotta contro l’ISIS, il quale però non viene attaccato dalla Turchia. Due Stati alleati come Stati Uniti e Turchia si ritrovano a combattere, indirettamente, tra di loro. La Russia, sostenendo di bombardare l’Isis, attacca invece solo i ribelli, attaccando quindi gli Stati Uniti. Anche qui, Russia e Turchia fanno fronte comune. Il ruolo della Russia è stato determinante per la sopravvivenza di Assad, poiché l’intervento russo ha ribaltato gli equilibri del conflitto. In questo modo, Assad riesce a prendere il controllo di Aleppo a scapito dei ribelli. Per la riconquista di Aleppo, la Russia ha fornito le bombe a grappolo, vietate dall’Onu, sganciate su zone densamente abitate, provocando numerose morti civili. Con Trump al potere gli Stati Uniti si erano un po' alienati dal conflitto, ma il ripetuto uso di armi chimiche da parte di Assad non lascia indifferente gli Stati Uniti che decidono di attaccare direttamente il regime di Assad con il lancio di missili. Gli Stati Uniti si oppongono al regime di Assad per opporsi all’Iran, nemico di Israele, storico alleato statunitense in Medio Oriente. Una guerra per procura che ha provocato la morte, stando alle stime più realistiche, di almeno 400.000 siriani. Quasi 5 milioni di profughi siriani all'estero e quasi 7 milioni di sfollati su una popolazione che nel 2011 ammontava a quasi 22 milioni di persone. 
La svaluta della moneta, il terremoto, e la fame hanno fatto il resto. Ma non solo. La priorità per paesi come l’Iraq e la Siria oggi è la guerra al narcotraffico. Una crisi senza fine che non fa più notizia. 
 
di Daniele Leonardi