Embedded Agency >

Contatti

Nel pomeriggio di ieri, domenica 13 novembre, alle 16:20 ora locale (14:20 ora italiana) a Istanbul, in Turchia, un ennesimo attentato ha fatto rinascere la paura del terrorismo.
Ormai è stato accertato che si sia trattato di un attentato, l’esplosione è avvenuta in Istiklal Caddesi, nel quartiere Beyoğlu, zona commerciale molto frequentata, dove si trova anche la sede del Consolato russo.
Secondo i media locali sembra che una donna si sia seduta su una panchina per 40-45 minuti e che all’improvviso ci sia stata un’esplosione, che per ora ha causato almeno 6 morti e 81 feriti accertati. La polizia ha effettuato 22 arresti e nonostante ci siano diverse ipotesi sul mandante, nessuna organizzazione ha ancora rivendicato l’attentato. Tali notizie sono state confermate anche dallo stesso presidente turco Recep Tayyp Erdoğan e dal suo vice Fuat Oktav, che hanno definito tale evento “un vile attentato terroristico” e “un tentativo di intrappolare la Turchia e la nazione turca nel terrore”. 
Già da subito sono state diffuse in rete le immagini e i video dell’attacco, dalle quali si può notare come vi siano alcune persone che, in preda al panico, sono scappate, mentre altre invece si sono avvicinate al luogo dell’esplosione per aiutare le vittime a terra. È evidente come la situazione sia stata gestita in modo diverso attraverso le svariate strategie di coping adottate dai superstiti.
Con il termine coping si intende la capacità di un individuo di fronteggiare una situazione diversa o nuova che possa causare panico o stress. Coloro i quali, d’istinto, sono scappati, hanno sicuramente attuato una strategia di coping focalizzata sulle emozioni, si sono dunque fatti trasportare dalla paura e, senza gestire le emozioni negative o rimanere paralizzati sul posto, hanno scelto di fuggire. Hanno quindi messo al primo posto la loro stessa sopravvivenza senza pensare agli eventuali feriti. Tale strategia di solito viene messa in atto per affrontare situazioni apparentemente incontrollabili e risulta efficace nell’immediato, ma nel lungo periodo può avere effetti controproducenti, come la nascita del senso di colpa per non essere stati in grado di gestire diversamente la situazione traumatica. 
 Al contrario, gli altri hanno avuto una maggiore apertura mentale e autocontrollo e sono stati in grado di far fronte alla condizione di stress e di paura, senza lasciare che il panico prendesse il sopravvento. Dopo aver valutato il problema, si sono prodigati per aiutare i feriti e per chiedere aiuto chiamando i soccorsi. Questo tipo di coping si focalizza sulla situazione e prevede una reazione completamente diversa rispetto a quella spiegata in precedenza. I soggetti riescono a prendere le distanze dalle emozioni e quindi a dominare l’evento, intervenendo direttamente sul problema con azioni volte a ridurre l’impatto e le conseguenze negative. Le prime azioni di assistenza sono una pura risposta al disastro (disaster relief) e si concentrano sui bisogni immediati e sulla salvaguardia di vite umane, al fine di minimizzare danni e perdite.
Non esiste un modo migliore o perfetto per reagire alla paura, dato che si tratta di uno stato emotivo presente in tutti gli individui, l’importante è imparare a gestire al meglio le situazioni di panico, per mettere al sicuro se stessi e gli altri. In ogni caso, entrambe le strategie fanno emergere un senso di resilienza, che aiuta a superare il trauma e a riorganizzare positivamente la propria vita, senza alienare l’identità individuale. 
 
di Lucrezia Menegon ed Elena Pinton