Libertà di stampa, fino a che punto?

Creato Mercoledì, 11 Maggio 2022 07:27
Ultima modifica il Giovedì, 26 Maggio 2022 18:57
Pubblicato Mercoledì, 11 Maggio 2022 07:27
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Il 3 maggio, in occasione della giornata mondiale della libertà di stampa, il World Press Freedom Index ha pubblicato i dati relativi all’analisi realizzata dal Reporter Sans Frontieres, il quale ha studiato la libertà di stampa a livello globale e l’ha classificata rispetto a cinque diversi parametri: contesto politico, legale, economico, socioculturale e di sicurezza. Il nostro Paese ha perso, in un solo anno, 17 posizioni, scendendo dalla quarantunesima alla cinquantottesima posizione. Il nord Europa apre la classifica con Norvegia, Danimarca e Svezia. L’Italia, superata anche da Gambia e Suriname, si inserisce tra la Macedonia del Nord e il Niger. Un cambio di rotta che inverte una tendenza positiva iniziata nel 2016, che vedeva l’Italia risalire dalla settantasettesima posizione fino alla quarantunesima. Si legge nel report che la motivazione di questo crollo è legata all’autocensura: “i giornalisti (italiani, ndr) a volte cedono alla tentazione di autocensurarsi, o per conformarsi alla linea editoriale della propria testata giornalistica, o per evitare una denuncia per diffamazione o altre forme di azione legale, o per paura di rappresaglie da parte di gruppi estremisti o della criminalità organizzata”. Sarebbero infatti 44 le intimidazioni ai giornalisti italiani nei primi tre mesi del 2022. I giornalisti in Italia incontrano tanti limiti nell’esercizio del loro lavoro e poca tutela legislativa. Inoltre, pesano le problematiche economiche che costringono i giornali ad avere una dipendenza dagli introiti pubblicitari. E poi c’è la pandemia, che ha reso più complesso per i media nazionali l’accesso ai dati. Ma dove finisce la libertà di stampa e inizia la censura? L’Unione Europea ha acceso i riflettori sulla tendenza italiana a dare grande spazio ai giornalisti russi nei talk show. “Le emittenti in Italia e negli altri Stati membri non devono permettere l’incitamento alla violenza, l’odio e la propaganda russa nei loro programmi, come previsto dalla direttiva UE”, ha avvertito il portavoce della Commissione per il Digitale, Johannes Bahrke. Quanto puntualizzato dalla Commissione Europea arriva sull’onda lunga delle polemiche per l’invito del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, al programma Zona Bianca su Rete 4, in cui si è verificato un intervento senza contraddittorio, con annesso “buon lavoro” pronunciato in chiusa finale dal conduttore a favore del ministro russo. Anche il premier Draghi ha speso un breve intervento in conferenza stampa per sottolineare come quello andato in onda su Mediaset sia stato uno spettacolo poco gradevole, ma che in Italia è possibile perché vi è la libertà di espressione a differenza della Russia. Infatti, da quando Putin è salito al potere (1999) sarebbero 31 i giornalisti uccisi in Russia, secondo i dati documentati dal Comitato per la protezione dei giornalisti. Un capitolo iniziato con l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaya (alla cui memoria è oggi intitolata la sala stampa del Parlamento Europeo in Bruxelles). Politkovskaya aveva accusava Putin di aver fatto della Russia uno stato di polizia. L’ultima vittima avrebbe potuto essere Aleksej Naval'nyj, il principale oppositore politico di Putin in Russia, se non fosse stato salvato dai medici del Charité Hospital di Berlino. Naval'nyj perde conoscenza e cade sulla moquette del corridoio di un aereo low-cost nel cielo della Siberia. La televisione di stato russa ha dato una visione diversa, parlando di intossicazione. Oggi l’attivista e blogger russo, accusato e condannato per appropriazione indebita e di oltraggio alla Corte, sconta la sua pena in un carcere di massima sicurezza, dopo un processo farsa. 
Inutile dire che la Russia occupi una delle ultime posizioni, è al 155º posto, su 180. Il quadro completo emerso dall’analisi annuale è critico: nel mondo si registra un aumento del 20% degli arresti di giornalisti rispetto allo scorso anno. Solo nel 2021 sono stati imprigionati in tutto il mondo 488 giornalisti e operatori dell’informazione mentre svolgevano il loro lavoro. Le situazioni più gravi si riscontrano in Bielorussia, Myanmar e Cina. 
 
di Daniele Leonardi