Lettera di F. D'Ovidio al garibaldino Guerzoni

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Creato Lunedì, 13 Dicembre 2021 13:57
Ultima modifica il Lunedì, 13 Dicembre 2021 13:57
Pubblicato Lunedì, 13 Dicembre 2021 13:57
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Tra le interessanti curiosità storico-letterarie di cui siamo venuti in possesso, vi è una lettera autografa firmata dall’illustre filologo, glottologo e letterato, Francesco D’Ovidio, indirizzata allo scrittore, storico e patriota garibaldino, Giuseppe Guerzoni.
Nato a Campobasso il 5 dicembre 1849, e fratello dello stimato scienziato, il matematico Enrico, Francesco D’Ovidio fu tra i più importanti studiosi italiani dei problemi di storia della cultura. Insegnante di latino e greco a Bologna nel 1873, al Liceo Parini di Milano nel 1974, nel 1876 passò all’insegnamento universitario, andando ad occupare la cattedra di Storia comparata delle lingue e delle letterature neolatine a Napoli , dove svolse tutta la sua carriera accademica.
Nominato senatore dal 1905, socio nazionale (1897) e presidente (1916-20) dell’Accademia dei Lincei. 
Tra le sue pubblicazioni più notevoli, figurano importanti lavori sulle lingue romanze (Sull’origine dell’unica forma flessionale del nome italiano, 1872; Sulla più antica versificazione francese, 1920), sulle origini della letteratura italiana (Il Contrasto di Cielo d’Alcamo, 1910; Il Ritmo cassinese, 1912), su Dante (Sul trattato De vulgari eloquentia, 1873; Studii sulla Divina Commedia, 1901; Nuovi studii danteschi, 1906), sul Manzoni (Studii manzoniani e i Nuovi studii manzoniani, 1928), e saggi su molti altri problemi e figure della letteratura italiana (Studii sul Petrarca e sul Tasso, post., 1926).
Ebbe parte attiva, oltre che nella vita accademica, anche in quella intellettuale e politica dell’epoca, soprattutto attraverso la sua assidua collaborazione a quotidiani e riviste - tra l’altro, scrisse sulla "Perseveranza", sul "Corriere della Sera", sul "Giornale d’Italia" e sulla "Nuova Antologia".
Francesco D’Ovidio morirà a Napoli il 24 novembre del 1925. 
Giuseppe Guerzoni (Mantova, 1835 – Montichiari, 1886), fu patriota, scrittore e soprattutto il maggiore biografo di Giuseppe Garibaldi, del quale fu anche segretario. 
Laureato in Filosofia e saldo nei suoi ideali risorgimentali, nel 1849 partecipò alla difesa di Brescia, assediata dagli austriaci. 
Volontario nel 1859 tra i Cacciatori delle Alpi, combatté a San Fermo della Battaglia, dove fu ferito e decorato al valore, nel corso della Seconda guerra di indipendenza italiana.
Arruolatore di volontari nel 1860 a Brescia, seguì Garibaldi nella Spedizione dei Mille; prese parte alla Battaglia di Milazzo, dove si distinse venendo promosso maggiore e decorato con una seconda medaglia al valore, combatté poi fino a Capua e alla Battaglia del Volturno. 
Partecipò ancora alla campagna del 1866 durante la Terza guerra di indipendenza nello Stato Maggiore di Garibaldi, alla battaglia di Mentana del 1867 e alla campagna per la presa di Roma del 1870, al seguito della colonna Bixio.
Nel corso di questi anni fu destinatario anche di delicati incarichi diplomatici, tra i quali, quello di incaricato mazziniano a Bucarest nel 1863, nel tentativo di convincere i rivoluzionari romeni ad un’intesa con gli ungheresi e come segretario di Garibaldi durante la visita in Inghilterra nell’aprile del 1864. 
Fu deputato dal 1865 al 1874, professore universitario dal 1876 al 1884 e scrittore; tra le sue opere figurano dei drammi, degli studi critici e delle biografie, tra le quali quella di Nino Bixio, e soprattutto una delle più importanti biografie di Garibaldi pubblicata in due volumi nel 1882. 
Proprio a seguito di questa importantissima pubblicazione, l’intellettuale molisano, Francesco D’Ovidio, il 5 luglio 1882, indirizza al garibaldino Guerzoni, una patriottica missiva, volta a rivolgere le più vive congratulazioni per l’opera appena pubblicata sull’Eroe dei due Mondi:
 
«Napoli, Ventaglieri 74, 
5 luglio 1882 
"Il vostro 'Garibaldi' aspettato da me con impazienza e infine con dispetto, per la certezza che per esso avrei dovuto deporre per due giorni ogni altra faccenda, è subito venuto a piombare sul mio tavolino appena arrivato a Napoli. E come mi aspettavo, io mi ci sono sprofondato giorno e notte, sicché in men di due giorni l'ho letto tutto, e qua e là anche riletto. E finita la lettura, non so resistere alla tentazione di scrivervi (dopo tanto tempo!) per congratularmi con voi d'un così bello e vostro libro. Che dico, per congratularmi? Per ringraziarvi con tutto il cuore, e mandarvi un abbraccio con tutta l'anima. Voi avete trovata, o per dir meglio il vostro affetto oculato per Garibaldi ve l'ha fatta trovare, un'intonazione così giusta, così vera, così poetica e così critica insieme, così affettuosa e così libera, così patriottica. Avete scritto con l'entusiasmo del garibaldino, con l'acume assennato dello storico, con la severità rispettosa dell'amico indipendente, col garbo finissimo dell'artista. Molte parti del vostro libro m'han commosso fino alle lagrime. Io ero fanciullo il 1860; avevo dieci anni. Ma ho pianto e gridato e cantato anch'io in questa Napoli il 7 settembre, quando l'Eroe v'è entrato" ». 
 
di Antonio Salvatore