Il Gen. Gabriele Pepe (seconda parte)

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Creato Sabato, 07 Novembre 2020 13:25
Ultima modifica il Sabato, 07 Novembre 2020 13:27
Pubblicato Sabato, 07 Novembre 2020 13:25
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L’affronto non poteva avere altro epilogo se non un duello, che si svolse il 19 Febbraio del 1826 fuori porta San Frediano a Firenze. Così, dalla lettera scritta da Gabriele Pepe al fratello il 21 Marzo 1826: 
Forse ti è noto che un tale Lamartine pubblicò l’anno scorso una sua poesia,  in cui versava vituperi a piene mani sull’Italia. […] il Governo Granducale,  per i riguardi debiti a un diplomatico francese, non concedea il permesso della stampa. In questo stato di cosa uscissi il mio Cenno, ed uscì sol perché la zampata data  al poeta dell’Ultimo Canto di Childe Harold passò inosservata dalla Censura. […] Alcuni giorni dopo della pubblicazione, Lamartine mi scrive chiedendo se  il verso di Omero, da me citato sul suo conto, era stato vibrato alla sua poesia o alla sua persona […]. A questa prima lettera successe un’altra, in cui rinnovava la richiesta, ed io rinnovai la negativa. Finalmente in una terza mi domandò un abboccamento. Non potendomi rifiutare gli feci sapere che io ero reperibile in mia casa ogni giorno fino all’una pomeridiana. Venne gli infatti il dì 13 febbraio: lo ricevei con la tutta possibile cortesia; […] Tratta vasi con un francese, il quale aveva dipinto come assassini, buoni a dar solo pugnalate di notte a tradimento. Bisognava dunque fargli vedere col fatto che gli italiani sono più cavalieri dei francesi […]. Venne dunque Lamartine, e mi chiese a voce quella spiegazione. Gli dissi che avendola due volte rifiutata per iscritto, gli inspirerei poca buona idea dandola oralmente. Allora mi aggiunse che si vedeva costretto a richiedermela con le armi in  mano. A questa proposizione risposi che io ero sempre ai suoi ordini. Voleva egli battersi in quel giorno stesso, mi rifiutai, poiché andava esso al quanto zoppo per essere caduto da cavallo giorni innanzi. Io non mi misurerò con voi, aggiunsi, se non quando sarete perfettamente sano e padrone del completo esercizio di tutte le vostre membra […]e  risolvemmo di misurarci la mattina del 19 prima delle 11. Gli dissi l’imbarazzo del padrino e che a me non conveniva compromettere chicchessia. Il vostro, soggiunsi, sarà anche il mio. […] Lamartine volle assolutamente un quarto. Sceglietemelo voi stesso dunque, ed io l’avrò come se fosse scelto da me medesimo.  Mi nominò allora e fece chiamare un tale Villemill che io non punto   conosceva e che  vidi per la prima volta. Eccomi dunque un po’ troppo azzardosamente solo fra tre incogniti; fra tre non italiani, […] solo e senza aver neppure la spilla della camicia per arme. Ti dico questa circostanza perché è stata quella che ha fatto gran senso a tutti,  a italiani e forestieri.I due secondi armati con pistola, ed avevano due spade. Queste non si travavan uguali; e perciò volevasi estrarre a sorte a chi spettasse la  più lunga. Ma il tuo fratello, nel presentargli le sorti, le strappa ambedue dalle mani di  Villemille; chiede la più corta, la prende e si mette in guardia. Dopo secondi di dibattimento, l’avversario aveva stoccata al braccio destro. Chiestogli se fosse pago e risposto che lo era, buttai la spada e gli fasciai la ferita col mio fazzoletto. Ciò fatto rientrammo in città […].  Ma già la Polizia sapeva tutto: […] mi intimò gli arresti nella mia stessa abitazione […]. In un momento si sparse la nuova per Firenze con tutti i particolari; e tutta Firenze  prese caldissima parte per me. Molti signori toscani, quasi tutti i Ministri Esteri, tutta la Legazione francese, e molti forestieri di distinzione s’impegnarono in mio favore pregando il Governo onde non mi facesse la menoma molestia. Le circostanze del non aver voluto compromettere alcuno dei miei compatriotti, dell’essermi affidato solo fra tre incogniti e della scelta della spada più corta, stordivano tutti. Lo stesso ambasciatore di Francia, il Marchese La Maisonfort, mi mandò la sua carrozza facendomi sapere che era essa a mia disposizione per condurmi in casa sua come luogo di sicurezza, qualora mi si volesse imprigionare o cacciare […]. Siamo risultati amici con Lamartine. […] che egli in seguito dell’affare ha pubblicato un foglietto di nobilissimo disinganno sul conto dell’Italia.
L’aver difeso con tanta fierezza l’onore dell’Italia e l’aver dibattuto in duello fulgida lealtà cavalleresca sarà considerato tra i primi bagliori di quella nuova aurora risorgimentale che si staglierà scintillante nei cieli d’Italia. Nel 1836 rientrò a Napoli, in seguito gli fu conferito il grado di Generale con l’incarico di Comandante della Guardia Nazionale. Il soldato, scrittore, politico e soprattutto patriota Gabriele Pepe morì nella sua Civitacampomarano il 26 Luglio 1849.
 
di Antonio Salvatore