Viaggio tra i campi Rom e i villaggi di rifugiati in Kosovo

Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 
Creato Martedì, 27 Luglio 2010 17:55
Ultima modifica il Mercoledì, 07 Novembre 2012 20:01
Pubblicato Martedì, 27 Luglio 2010 17:55
Scritto da Administrator
Visite: 1912

Pec/Peja per usare la doppia lingua, è una cittadina ospitale, a tratti moderna anche se nasconde nelle periferie scenari davvero inquietanti dove si annidano i campi Rom.

Entrare in un campo Rom è qualcosa di davvero unico. I liquami sono sparsi ovunque, il terreno lutulento è pieno di immondizia e gli scheletri di animali morti fanno da cornice alle abitazioni presenti. I bambini sono riversati tutti per strada. Nel villaggio "7 settembre" di Pec ne vivono 280. Vogliono essere fotografati e qualcuno cerca di attirare la mia attenzione in tutti i modi. Un bambino sta giocando con dei topi morti, è quello il suo giocattolo! Il capo villaggio mi trascina in un’abitazione dove l’odore di pollina è fortissimo e dove a fatica si riesce a respirare. Mi fa vedere l’immagine di una donna morta non ancora quarantenne durante il parto del tredicesimo figlio.

Il suo ritratto è conservato in una stanza con la soffittatura cadente, ricca di crepe poco rassicuranti. Spesso infatti le ragazze vengono date in sposa alla tenera età a uomini adulti. L’interprete mi racconta di un uomo di 70 anni sposato con una ragazza di 16.

Il campo Rom di Pec è sormontato da una discarica abusiva dove bruciano continuamente copertoni e dove gli animali tranquillamente mangiano. Il problema è che quegli stessi animali finiranno sulla tavola della popolazione del villaggio che vive di elemosina. Infatti nessuno di loro lavora ma vivono di aiuti umanitari. Eppure il capo villaggio è proprietario di tre auto e circola con un anello d’oro alla mano nonostante la popolazione soffre di carenza di cibo e acqua.

L’acqua e la corrente elettrica sono le esigenze primarie in tutto il Kosovo. Lo stipendio mensile si aggira intorno ai 300-400 euro con un tasso di disoccupazione del 59%.

Molti bambini kosovari sono vittime di guerra, colpiti dalle mine oppure orfani dei genitori. Poi ci sono anche quelli abbandonati spesso da coppie di ragazzini che non possono permettersi di tenere un figlio. Sono bambini che hanno subito diverse violenze e che spesso continuano a subire maltrattamenti. Mi basta entrare in una abitazione di un villaggio Rom per vedere un bambino cieco legato mani e piedi ad un letto. E’ un immagine agghiacciante ma per i suoi genitori fa parte della routine quotidiana. Loro sono in giro a chiedere l’elemosina e il figlio avendo il problema della cecità non può essere lasciato solo.

Spesso per visitare questi campi e per stare a contatto con la gente e le varie etnie presenti (Ashkali, Rom, Gorani, Egyptians) mi avvalgo dell’appoggio dell’ LMT (Liaison Monitoring Team).

Gli uomini dell’LMT hanno la funzione di percepire sensazioni tramite il contatto con la popolazione e fornire opinioni al Comandante della missione. Ogni team è composto da 7 uomini che svolgono attività di pulse control.

Durante gli spostamenti in territorio kosovaro raggiungo prima l’enclave serba di Goradzevac abitata da 700-900 persone e poi il villaggio di ritornati serbi di Zallq. Questi ultimi vivono in tre tende messe a disposizione dall’UNHCR nell’attesa che loro abitazioni distrutte dalla guerra vengano ricostruite. Nonostante il freddo pungente si vive nelle tende dove c’è di tutto dai letti alla cucina e dove si svolge gran parte delle loro attività. Nessuno di loro lavora. Hanno conservato soltanto quel pezzo di terra e sperano che gli organismi internazionali possano ricostruire le loro case con l’appoggio del governo kosovaro. Ancora una volta la maggior parte sono giovani negli occhi dei quali vedo il futuro del Kosovo e la voglia di invertire l’andamento del paese.

La voglia di ritornare nel loro villaggio li rende tenaci e pronti a scommettere ancora. L’instabilità territoriale resta comunque un’aggravante davvero minacciosa visti anche i recentissimi scontri a Mitrovica.

Il Kosovo sembra avviarsi come tutti gli altri paesi fuoriusciti dal’orbita della Repubblica di Jugoslavia verso una fase di Balcanizzazione. Soltanto quando tutti avranno il proprio capo di stato, il proprio inno e la propria bandiera potranno ritenersi soddisfatti. Soltanto dopo però capiranno che l’economia di una nazione si regge e dipende da tutt’altro.

 

di Roberto Colella

 

tratto da "Quotidiano.net"