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Italia-Egitto: il cinico traffico di armi contro i diritti umani

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La recente morte in Egitto del ricercatore friulano Giulio Regeni, le cui circostanze sono ancora poco chiare, ha lasciato l’opinione pubblica italiana senza parole. E’ necessario scoprire la verità (lo stesso Ministro Gentiloni ha ribadito: “Non ci accontenteremo di verità presunte”) e, come affermato in un recente appello del presidente della Repubblica Mattarella, bisogna consegnare i responsabili alla giustizia “attraverso la piena collaborazione delle autorità egiziane”. Per raggiungere tale obiettivo è necessario far luce su quali siano i rapporti tra il nostro paese e l’Egitto. Secondo Rete Disarmo, le relazioni che legano l’Italia all’Egitto vanno contro la sospensione delle licenze di esportazione verso il paese nordafricano di armi e materiali utilizzabili a fini di repressione interna decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione Europea. Infatti, secondo le dichiarazioni di Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia, nonostante le restrizioni, mai revocate, stabilite dall’Unione Europea, l’Italia ha continuato imperterrita a fornire armi all’Egitto: nel 2014 ha venduto 30mila pistole alle forze di polizia egiziane e, ancora, nel 2015, ha inviato in Egitto 1236 fucili a canna liscia. Secondo Amnesty International da quando il generale Al Sisi è salito al potere, le organizzazioni per i diritti umani hanno registrato centinaia di casi di sparizioni e oltre 1700 condanne a morte, quasi tutte ancora non eseguite, senza contare che la tortura è un’arma abitualmente praticata in Egitto, sopratutto nelle carceri, nelle stazioni di polizia e nei centri di detenzione. “In questo contesto – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo – appare ancor più grave il continuo invio dall’Italia di armi verso l’Egitto: significa, infatti, sostenere direttamente l’operato delle forze di polizia e di sicurezza e fornire strumenti per poter compiere le loro brutali azioni di repressione”. Dulcis in fundo, Martina Pignatti Morano, presidente dell’associazione “Un ponte per…” , aggiunge che l’Italia, in cambio di un accordo sulla vendita e trasporto del gas naturale trovato dall’ENI a largo delle coste egiziane, ha scelto di attuare “una riabilitazione politica del regime militare” di Al-Sisi, il quale, dalla propria nascita, non ha mai rispettato diritti umani e libertà d’espressione. I giornalisti, in Egitto, subiscono persecuzioni e processi irregolari. Vi sono migliaia di attivisti laici e musulmani nelle carceri della tortura e dell’ingiustizia e in questi luoghi l’apprendimento della logica del terrore potrebbe indurre chiunque a diventare un jihadista. Distruggere queste realtà è di fondamentale importanza per la lotta contro il terrorismo e ora, sta all’Italia, decidere da che parte stare.

di Francesco Lazzaro (studente Scuola di Giornalismo per Ragazzi di Campobasso)

Guerra per il petrolio dinanzi casa nostra

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Trivellazioni nel Mar Adriatico per l’estrazione di tonnellate di idrocarburi con il sottosuolo marino perforato a pochi chilometri dalle coste di Vasto, Termoli, Ortona e San Vito Chietino. Tutto ciò viene definito come una guerra “silenziosa” in Adriatico dato che un argomento di tale importanza non riceve le dovute attenzioni e le adeguate riflessioni che vedono intersecarsi interessi politici, economici e privati con in testa i colossi del petrolio interessati al nostro mare. Sono tre le società che hanno presentato i propri piani in merito all’argomento: società Petroceltic di natura irlandese, con il progetto ELSA2  che intende effettuare un pozzo esplorativo; Rockhopper, progetto OMBRINA MARE, punta dai 4 fino ad un massimo di 6 pozzi d’estrazione, ed infine la famosa società italiana, Edison, con il progetto ROSPO MARE intende eseguire trivellazioni per 3 pozzi d’estrazione.  Con il nuovo decreto “Sblocca Italia” vengono facilitate le perforazioni alle grosse società petrolifere, dato che quest’ultime non hanno più bisogno di un’ autorizzazione. Il DL è entrato in vigore il 13 settembre 2014 ed è retroattivo dal momento in cui riguarderà non solo le future attività ma anche i vecchi permessi di ricerca che possono essere convertiti in un unico titolo concessorio. In questo modo si dà il via libera ai colossi del petrolio e non viene data la possibilità ai comuni ed alle regioni di opporsi. Il ministro dell’ambiente è favorevole mentre in Abruzzo è nata l’associazione “NO TRIV” contraria al progetto OMBRINA e le trivellazioni che danneggerebbero  la pesca ed il turismo, settori che negli ultimi tempi hanno garantito notevoli introiti ai comuni dei territori interessati. È da tener conto, però, che nel caso vengano installate le piattaforme le compagnie dovranno pagare una tassa sul gas e sul petrolio estratto. Il corrispettivo in denaro corrisponde al 7%, per le estrazioni in mare, del valore di produzione di gas, ed al 4% per quello del petrolio. L’aliquota verrà poi ripartita tra: lo stato a cui spetta il 30%, le regioni interessate che prendono il 55% ed i comuni con il restante 15%. Questo potrebbe rappresentare entrate rilevanti. Guardando invece la situazione dal punto di vista ambientale, non si sa ancora le tecniche che verranno usate per le perforazioni dei fondali ma essendo in mare, sono esentate dalla lista la fatturazione idraulica, metodo con cui si crea una frattura nella roccia mediante la pressione dell’acqua, o l’estrazione del cosiddetto “shale gas” che deriva da giacimenti di argilla non convenzionale. è stato appurato che quest’ultimo costituiva problemi di impatto ambientale e di conseguenza c’è stata pressione da parte dell’Europa affinché si interrompesse la sua produzione. Per consentire l’estrazione è necessario rispettare le norme di sicurezza fondamentali, sia per l’ambiente che per i cittadini.  Gli elementi principali di cui tener conto sono l’atmosfera, l’acqua ed il suolo, questo fa si che prima di installare le piattaforme vengano studiati i medesimi elementi in modo tale da non permettere che fenomeni naturali ed atmosferici interferiscano con le attività e non facciano disperdere nell’aria elementi dannosi come quelli derivanti dall’estrazione di gas e petrolio, come ad esempio CO2 che deve mantenersi sotto la soglia dello 0,5%. Se le norme non vengono rispettate, la società dovrà ripristinare il territorio a proprie spese oltre ad incorrere a sanzioni pecuniarie, ma sembra che, nel nostro caso, i colossi abbiano rispettato a pieno i canoni elencati. A questo punto è giusto porci qualche interrogativo: il Governo Renzi come gestirà questa situazione? Continuerà a renderla una guerra “invisibile” e “silenziosa” oppure farà prendere parte alla vicenda anche l’opinione pubblica facendo l’interesse collettivo? E soprattutto, lasceremo che società straniere ci prendano il petrolio da sotto al naso o ci adopereremo ad estrarlo noi, pur con la consapevolezza che alla fine andrà comunque ai soliti colossi petroliferi?

di Gabriele Calabrese

Ebree “liberal”, protesta a colpi di pannolino

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Pannolini sporchi, bottiglie d’acqua, sedie di plastica: queste le armi con cui hanno lottato le cosiddette “ebree liberal” lo scorso 10 maggio davanti al Muro del Pianto.

Un gruppo di donne emancipate si è radunato nel luogo sacro di Gerusalemme, come già in atto da qualche settimana. Il loro scopo? Quello di pregare, ma a modo loro. Volevano celebrare il giorno sacro del Sivan indossando un mantello rituale e leggendo un brano dai Rotoli della Bibbia. Usanza prerogativa degli uomini, regolata dalla “Tzanua”, il concetto di modestia nei costumi secondo l’ortodossia ebraica.

Da qui, ieri, sono partiti pesanti insulti da circa 15 mila zeloti radunatisi nella Spianata del Muro, sfociati in una vera e propria rissa a mano armata. Sì, armata di pannolini. “Per quanto matte insignificanti, ora veniamo rappresentati dalla stampa come lanciatori di pannolini”, ha dichiarato il rabbino Mordechai Neugerstal, ammettendo una sconfitta tattica, pur screditando le “ebree liberal” come “infedeli”.

Una tappa decisiva di questa emancipazione femminile è stata raggiunta una settimana fa, grazie al riconoscimento alle “Donne del Muro” da parte di una corte di Gerusalemme del pieno diritto di pregare nel proprio modo. Sentenza che ha provocato la collera di molti rabbini, i quali propongono per le “matte ribelli” “un recinto separato, a distanza di sicurezza dagli ortodossi” nel luogo sacro.

Ma le “liberal” non sembrano intimidite né disposte a cedere a queste minacce. Gli ultimi scontri  ne sono una prova.

 

di Giovanna Del Corso

 

 

Siria, quando un gioco si trasforma in una strage

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Un calcio ad un pallone. Poi uno scoppio, tanto fumo e confusione. E’ successo sabato 24 novembre a Dajr al Asafir, a sud di Damasco. Alcuni bambini che stavano giocando in uno spiazzo sono stati uccisi da una bomba a grappolo (cluster bomb), sganciata dagli aerei governativi. La denuncia è scattata dai residenti del sobborgo, i quali hanno messo in rete un video che evidenzia gli effetti del bombardamento. Nel filmato si mostrano lo spiazzo dove i ragazzini stavano giocando, alcune submunizioni dell’ordigno, una delle abitazioni colpite, due bambini morti ed alcuni adulti feriti. Secondo le ricostruzioni dei residenti di Dajr al Asafir, le vittime sono dieci: nove bambini ed il padre di uno di questi. Anche nella zona nord-occidentale del Paese, tra Harem e Atm, i caccia governativi hanno preso di mira il campo profughi di Quah, in cui da mesi sono ospitati circa 10 mila siriani. Molti di loro sono fuggiti nei campi, ma – secondo i comitati di coordinamento dei residenti della zona ­- il bilancio provvisorio corrisponderebbe a 76 vittime, senza contare i militari uccisi. Ma i media ufficiali hanno smesso di attestare tutte queste stragi. L’unica informazione è che degli “eroici soldati” governativi hanno ucciso “un alto numero di terroristi di al Qaida” nella regione di Damasco. Intanto, l’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa di profughi palestinesi in Medio Oriente, afferma che sono tra i 300 e i 500 mila i rifugiati in Siria coinvolti nelle violenze.

 

di Giovanna Del Corso  

 

 

L'Iran fa davvero paura?

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Il nucleare è un'arma politica. Specialmente in Iran. Da sempre nel paese di Ahmadinejad sono presenti delle contraddizioni interne che stanno pian piano logorando la già precaria situazione politico-sociale di un Paese isolato dal resto della comunità internazionale. Per evitare il panico mondiale causato dal continuo proclamare guerre nuclearI e l'esplosione di bombe atomiche potrebbe essere necessario affrontare la situazione Iraniana con maggiore rigore scientifico. Per fare maggiore chiarezza sui fatti. La proliferazione del materiale atomico nasce in realtà in Europa, più precisamente in Francia e Germania ovvero i maggiori produttori europei di energia nucleare. I due paesi in questione hanno fornito per primi le centrifughe che hanno permesso e stanno permettendo al paese islamico di produrre materiale bombabile e, quindi, di mantenere vivo il terrore in tutto il mondo. Queste centrifughe vennero fornite in realtà al Pakistan che le smistò nell'area mediorientale. Le centrifughe sono molto complesse e difficili da assemblare in quanto sono l'elemento centrale per l'estrazione dell' Uranio Arricchito ( U-235) utile alla costruzione poi di testate nucleari. Nei primi anni '70 infatti le centrifughe che vennero fornite al Pakistan erano in acciaio; queste avevano però un basso livello di efficienza e per produrre 1 Gigawatt di materiale bombabile ne servivano almeno 50.000 e per produrre 100 kg. di U-235 ne servivano 3.000 che lavorassero ininterrottamente per un anno intero. La tecnologia però avanza e ora le centrifughe utilizzate dall'Iran sono in fibra di carbonio, un materiale più efficiente, più resistente, più sicuro. Invece di intervenire con particolari sanzioni sull'Iran basterebbe bloccare semplicemente l'esportazione di fibra di carbonio per la produzione di centrifughe, ovvero i macchinari base per l'estrazione dell'U-235. D'altro canto dovrebbe essere guardato anche il doppio potere della tecnologia nucleare che può essere utilizzata sìa a scopo militare ma anche a scopo civile ed è per questo detta una tecnologia “duale” che sarebbe molto utile al mondo se non presentasse il problema dello smaltimento dei rifiuti tossici e il recupero dei materiali combustibili esausti come il Plutonio e l'Uranio (uniche sostanze presenti in natura bombabili a scopo nucleare). Dopo questo focus sulla precaria situazione politica iraniana non ci resta che porci una domanda: Ahmadinejad proclama il possesso di armi nucleari a scopo veramente militare o cerca di creare quella tensione e quel clima che gli permetterebbe, con l'aiuto del suo partito, di controllare in maniera più solida il Paese?

(Francesco Luciani, 16 anni, allievo della Scuola di Giornalismo “T. Terzani” di Campobasso diretta da R. Colella)

 

 

Bombe pulite

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Come può un termine dal sapore così ecologista poter indicare l’ordigno ad esplosivo convenzionale più micidiale che esista? Diretta è la risposta dei militari: la bomba cosiddetta “pulita” è un’arma ad altissimo potenziale distruttivo in grado di sostituire nell’impiego testate nucleari tattiche, senza tuttavia inquinare, a differenza di queste ultime, l’ambiente circostante attraverso le radiazioni. Sono in pochi a parlarne, eppure queste bombe “ecologiche” sono state usate e vengono tuttora usate nei teatri operativi dagli eserciti che ne sono dotati. Cerchiamo dunque di fare chiarezza sulla storia e sul funzionamento di tali ordigni: durante le ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista investiva disperatamente le ultime risorse disponibili nello sviluppo di armi che fossero in grado di stravolgere le sorti del conflitto, il quale si prospettava alquanto sfavorevole per le potenze dell’Asse. Oltre a ricerche e test effettuati nel campo degli ordigni nucleari, furono collaudate alcune bombe molto particolari: una miscela di ossigeno liquido e polvere di lignite, fatta detonare con particolari accorgimenti, era in grado di generare un’immensa palla di fuoco in grado di incenerire la materia a distanze dell’ordine anche di centinaia di metri, rendendo difatti tale bomba l’antenato della bomba “pulita” o, in termini tecnici, bomba termobarica, il cui principio di funzionamento è stato ripreso e perfezionato nel tempo dall’Unione Sovietica prima e dalla Russia poi. I dettagli sulle varie fasi dello sviluppo sono effettivamente scarsi, eppure è ben noto l’effetto distruttivo di queste armi: nel 2007 i telegiornali russi hanno trasmesso le immagini del più grande test di una bomba termobarica nella storia, mostrando al mondo intero la potenza di questi ordigni. Come è possibile notare, la detonazione, al contrario di altri esplosivi convenzionali, è relativamente molto più lenta, in quanto la miscela contenuta nella bomba contiene pochissimo ossigeno per poter bruciare, rendendo quindi più lenta la combustione. Non essendo sufficiente per completare il processo di detonazione, l’ossigeno mancante viene rapidamente e violentemente sottratto all’aria circostante, accrescendo ancor di più la sfera di fuoco. Terminato il processo di combustione, resta un’area di vuoto, in quanto l’aria è stata “bruciata” in tempi brevissimi. Ciò provoca un’elevata variazione di pressione tra l’area dell’esplosione e quella circostante che può anche essere dell’ordine delle trecento atmosfere, facendo sì che si crei un violentissimo afflusso d’aria verso il centro per un periodo di tempo relativamente lungo. Questo “risucchio” risulta devastante soprattutto per gli esseri viventi: infatti, se l’elevata temperatura e l’onda d’urto iniziali non fossero stati sufficienti ad annientare strutture e personale, poiché quest’ultimo aveva trovato riparo, la violenta variazione di pressione avrebbe ucciso qualsiasi essere vivente, facendo letteralmente collassare i suoi organi interni. Per tali particolari caratteristiche, si spiega il motivo per cui le bombe termobariche sono usate principalmente con scopi anti bunker o comunque per eliminare obiettivi all’interno di edifici, in quanto i luoghi chiusi, se non adeguatamente protetti da sistemi a tenuta stagna, consentono a questi micidiali ordigni di amplificare i propri effetti in maniera esponenziale, rendendo le temperature delle esplosioni e le variazioni di pressione dell’aria ancora più elevate e letali. Visto quindi l’ampio raggio d’azione e i devastanti effetti soprattutto sugli esseri viventi, risulta chiara ed evidente l’intenzione di trovare un perfetto sostituto delle armi nucleari, con le quali condivida gli stessi scopi operativi. Di conseguenza, la bomba termobarica è pur sempre uno strumento nato con l’intenzione di creare quanto più danno possibile alla vita e, se può essere definita pulita chimicamente, non può esserlo altrettanto umanamente.

 

 

di Mauro Fanelli

(studente, età 18 anni)

 

 

 

Come la Cina intende accecare i falchi dello spazio

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“Solcare il mare all’insaputa del cielo”. Così recita il primo dei trentasei stratagemmi  elucubrati dagli esperti strateghi cinesi  circa mezzo millennio fa. Essi ritenevano infatti che fosse fondamentale per vincere una guerra coprire i propri spostamenti agli occhi del nemico. Pechino sembra apprezzare molto il lascito dei suoi avi tanto poetico quanto estremamente attuale. Il Dipartimento Generale degli Armamenti, infatti, non ha celato la sua intenzione a sviluppare sistemi antisatellitari.

Fino meno di un decennio fa gli esperti ritenevano che gli unici paesi in possesso di armi antisatellite (Asat ) fossero Stati Uniti e Russia. Entrambe le super-potenze si accordarono, in piena Guerra Fredda, a rinunciare spontaneamente alla sperimentazione di tali armamenti poiché avrebbe significato  «esporsi al rischio di attacchi che potrebbero provocare un aumento costante di detriti nell’etere», la seconda minaccia per l’incolumità dei  sistemi spaziali geostazionari dopo gli attacchi diretti. La situazione però è mutata negli ultimi tempi poiché numerosi paesi, in primis Cina, Iran, Corea del Nord e India  potrebbero eventualmente essere capaci di colpire satelliti e impianti spaziali senza rilevanti problematiche.

I satelliti rivestono un ruolo fondamentale per quanto concerne servizi civili e militari. Non sarebbe possibile fornire, in loro assenza, servizi commerciali come la televisione, trasmissione generica  di segnali radio, GPS; allo stesso modo sarebbe impensabile coordinare efficacemente manovre militari e sarebbero precluse essenziali operazioni di intelligence. E’facile dunque immaginare quanto sia  politicamente e militarmente determinante per i paesi più influenti sulla scena internazionale possedere una fitta rete di apparati satellitari per tenere costantemente sotto controllo la situazione globale. Neanche il più piccolo dettaglio sfugge a questi falchi dello spazio ed è veramente difficile se non addirittura impossibile muovere truppe, lanciare missili o eseguire test senza che non venga immediatamente notato e comunicato in pochissimi secondi. Allo stesso modo, privare temporaneamente o permanentemente l’avversario di questa preziosa capacità risulterebbe un enorme vantaggio strategico in un eventuale conflitto.

Per questo motivo sono stati concepiti e sviluppati numerosi dispositivi antisatellite. L’arsenale a disposizione in questo caso è veramente ampio. Esplosioni nucleari d’alta quota, raggi X e raggi laser, impulsi elettromagnetici (EMP), sono tutte opzioni valide per rendere inutilizzabile un satellite spia. Inoltre è possibile sfruttare l’energia cinetica di apparati satellitari ormai obsoleti per intercettare obiettivi geostazionari e distruggerli fisicamente. Non è da escludere anche l’opportunità di utilizzare missili balistici intercontinentali (Icbm) per assolvere allo stesso compito.

Opportunità che  si è rivelata quanto mai reale l’ 11 Gennaio 2007, quando la Cina ha colpito con successo un satellite per rilevazioni meteorologiche (Fengyun-1C) mal funzionante, probabilmente tramite un missile balistico a medio raggio. Questo è stato, a tutti gli effetti , il primo test di un’arma antisatellite effettuato dalla Cina.

Il governo cinese non hai mai dichiarato pubblicamente il suo sforzo nello sviluppo di armi antisatellite per non compromettere “lo spirito di cooperazione a cui tutti i paesi aspirano nello spazio”. In realtà però già due test erano stati compiuti, senza successo, ufficialmente a scopi commerciali, per verificare  il funzionamento dei mezzi compatibili con armi antisatellite. Durante gli anni Ottanta la Cina condusse le prime ricerche mirate allo sviluppo di armi Asat, nell’ambito del progetto spaziale “830 Program”. Le tecnologie fondamentali erano già disponibili da quando l’industria spaziale e missilistica cinese Second Academy, tradizionalmente legata a dispositivi SAM, aveva sviluppato un sistema antimissile d’avanguardia intorno agli anni Settanta.

Dopo la caduta dell’URSS  la Cina ottenne, dagli ex stati socialisti, avanzati studi balistici e supporto tecnico, entrambi elementi importantissimi per gli sviluppi successivi delle armi antisatellite.

Pechino attualmente concentra la sua attenzione su evoluti apparati offensivi antisatellite basati su tecnologia laser. Non ci sono dichiarazioni ufficiali e programmi specifici del governo a riguardo, ma esperti del settore ritengono che entro il 2020 la Cina diventerà il paese più avanzato nel campo dei laser. A tale proposito è possibile ricordare il test effettuato da una base cinese con obiettivo un satellite spia statunitense che sorvolava i cieli cinesi durante l’agosto del 2006. Il satellite statunitense è stato colpito da laser ad altissima potenza che ne ha pregiudicato il corretto funzionamento per un periodo limitato di tempo. Alcuni hanno visto il test come una prova della capacità cinese di accecare satelliti spia ostili, altri hanno ipotizzato si trattasse di un sistema di puntamento per attacchi antisatellite cinetici ascendenti diretti.

Beijing ha intenzione di investire ingenti quantitativi di denaro nell’ambito della tecnologia spaziale e sicuramente, una politica aggressiva in un settore tanto strategico, comporterà reazioni forti da parte degli altri paesi in concorrenza per la supremazia nei cieli.

 

di Roberto Faleh (studente, 17 anni)

 

 

 

Risorse, sviluppo e fame nel Mondo

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Si parla di "Terzo Mondo" in quell'area geografica che non fa parte né dell'occidente industrializzato, né di quell'area che fa parte del cosiddetto "Socialismo Reale".

Che cos'è la fame? Quand'è che si può parlare di alimentazione insufficiente o di denutrizione?

Ebbene, si calcola oggi che nel mondo più di 1 miliardo e 300 milioni di persone (circa 1/3 della popolazione mondiale) ha un'alimentazione insufficiente. Per non parlare del problema della sete. Le ultime ricerche fatte nel Terzo mondo indicano che in Africa circa il 75% della popolazione rurale non ha acqua potabile; in America Latina sono il 77%; in Estremo Oriente circa il 70%. In valori assoluti, sono più di 600 milioni le persone al mondo prive di acqua potabile.

Queste condizioni si manifestano soprattutto nei bambini, la cui mortalità nel Terzo mondo è altissima: ventre gonfio, magrezza, avvizzimento della pelle, apatia, ecc. Le malattie parassitarie e infettive colpiscono soprattutto i bambini non solo a causa della denutrizione, ma anche per le precarie condizioni igieniche (acqua inquinata, mancanza di fogne, ecc.). L'Unicef ha calcolato che la causa principale di morte dei bambini fino a 5 anni è dovuta alla disidratazione conseguente alle diarree provocate da infezioni intestinali.

La maggior parte dei paesi poveri si erano indebitati per colpa delle superpotenze che durante la Guerra fredda li avevano usati come pedine, e anche perché il mondo sviluppato continuava a concedere prestiti a dittature e a regimi corrotti, nonostante fossero le popolazioni di quei paesi a doverne pagare il costo. L’Occidente continuava a prestare denaro ai paesi in via di sviluppo a condizione che questi li utilizzassero per acquistare armi o attrezzature militari. Per gli affaristi di Wall Street e gli avvoltoi che volteggiavano sopra i paesi indebitati, il debito è solo una merce come tante, da comprare e da vendere, senza preoccuparsi dei danni che provoca. Anche gli Stati Uniti hanno un debito che ammonta a tremila miliardi di dollari, dieci volte quello dell’Africa. Gli Stati Uniti potranno essere anche il Paese più indebitato del mondo, ma sono riusciti a onorare il loro debito, almeno fino a oggi.

Di cosa hanno bisogno i bambini del terzo mondo? Sicuramente di cibo, prodotti per l’igiene personale, vestiti, di medicinali e vaccini e tanto altro ancora. Tutte cose indispensabili per la sopravvivenza e purtroppo carenti in alcune zone povere del mondo, ma non solo: una recente indagine dell’Onu, pubblicata sulla rivista “The Lancet”, ha sottolineato il ruolo fondamentale che l’istruzione delle mamme svolge nella lotta contro la mortalità infantile. Dati sono stati raccolti da Emmanuela Gakidou dell’ Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) della Washington University di Seattle e hanno riguardato 175 Paesi con gravi difficoltà economiche. Statisticamente il numero di anni in cui le donne di queste aree frequentano la scuola è quasi triplicato negli ultimi quaranta anni: nello stesso arco di tempo il numero di bambini morti prima del compimento del quinto anno di età si è ridotto quasi del 50%, passando da 16 a 7,8 milioni l’anno. Ovviamente causa e effetto non sono collegabili in maniera univoca e sono diversi i fattori concomitanti che hanno contribuito a questo risultato che lascia ben sperare. Tuttavia, secondo le stime dei ricercatori Onu impegnati in questa ricerca, circa 4 milioni di bambini sono stati salvati proprio grazie all’istruzione della donna e quindi all’educazione delle mamme. E’ innegabile infatti che una mamma istruita è anche più consapevole sui rischi di salute per il bambino e riesce a crescerlo con maggiore attenzione. Non sempre i bambini del terzo mondo muoiono di fame, a volte muoiono per ignoranza e l’istruzione delle mamme potrebbe salvarli. Con il crescere dell’età si passa poi alla necessità di istruire anche i bambini e offrire loro una formazione scolastica. Questo articolo vuole essere un consiglio per tutte le persone sensibili al tema della solidarietà: contribuiamo ai progetti che favoriscono l’istruzione nei Paesi del terzo mondo, non consideriamola un bene secondario.

 

 

di Lucia Montagano

(studentessa, età 18 anni)

Un proiettile, una menzogna

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5,56 x 45 mm NATO. Questa è la denominazione ufficiale che identifica il proiettile standard per fucili d’assalto più frequentemente utilizzato oggigiorno dalle nazioni del Patto Atlantico. Esso ha riscosso un successo tale che non solo è ormai impiegato in ambito bellico anche presso Paesi non occidentali, ma è divenuto anche il tipo di cartuccia preferito dai tiratori, commercializzato sul mercato civile con il nome di 223 Remington. Qual è quindi il motivo dello straordinario successo riscosso da questo proiettile? Essenzialmente trattasi di un bell’inganno, verrebbe da pensare osservando un po’ la storia e le caratteristiche di questa cartuccia. Siamo in piena Guerra Fredda: le due superpotenze mondiali, Stati Uniti ed Unione Sovietica, si vedono coinvolte in quella che viene comunemente definita corsa agli armamenti, dato che, in vista di un potenziale conflitto futuro, nessuna delle due vuole ovviamente farsi trovare impreparata. Esistono tuttavia varie convenzioni internazionali che limitano la produzione nonché l’utilizzo di determinati armamenti, al fine di rendere la guerra più “umana”: con ciò si intende l’impiego di mezzi che non provochino eccessivi morti tra i belligeranti, eppure in una guerra, sostanzialmente, si tende proprio a causare quante più perdite possibili, da considerare alla stregua non soltanto di morti, ma anche di feriti e prigionieri. Se risulta pertanto “inumano” uccidere per causare perdite, è ovvio che bisogna invalidare i soldati avversari: ecco cos’hanno pensato coloro i quali hanno ideato il calibro 5,56 mm: siccome le convenzioni proibiscono l’uso di proiettili a punta espansiva, ovvero di ogive che impattando sul bersaglio si aprono e si frammentano causando grosse ferite da lacerazione, allora si produca un proiettile in grado di riprodurre effetti altrettanto invalidanti. Tale ragionamento risulta pertanto impeccabile. In quel periodo, infatti, la cartuccia maggiormente usata dalla NATO era la 7,62 x 51 mm , la quale risultava avere un potere di penetrazione sicuramente notevole e una gittata molto elevata, ma si trattava di un calibro molto più adatto ad uccidere, peraltro anche da lunghe distanze, che a ferire, e ciò senza dubbio non sarebbe risultato utile in un futuro conflitto combattuto per le strade delle grandi città europee, teatro in cui, secondo i vertici militari occidentali, questo calibro sarebbe risultato non conveniente, vista anche l’eccessiva letalità. Ideando quindi la 5,56 x 45 mm , lo scopo era quello di creare una munizione più piccola che creasse non soltanto meno ingombro, peso e rinculo al momento dello sparo, fattori che si traducevano nella possibilità da parte del soldato di portare con sé una quantità di proiettili quasi doppia e di avere un controllo maggiore dell’arma, soprattutto durante le raffiche, ma che avesse soprattutto una caratteristica balistica particolare: la punta blanda. Infatti questa ogiva, velocissima e leggera, ha il proprio baricentro spostato all’indietro, caratteristica che, in caso di scontro con una superficie dura, come ad esempio le ossa, tende a far ribaltare la palla e a farla girare come una trottola, creando all’interno del corpo imponenti danni da lacerazione e successive copiose perdite di sangue. Nel caso questo proiettile trapassi il proprio bersaglio, può anche presentare un foro di uscita largo fino a dieci volte di più rispetto a quello di entrata, a testimonianza del grande danno che è capace di arrecare. Questo è l’inganno che i militari occidentali sono riusciti a rendere reale per aggirare i limiti imposti dalle convenzioni, ritenendo, e a ragione, che per il nemico sia molto più dispendioso avere morti che feriti, dato che questi ultimi, soprattutto se sono in condizioni particolarmente gravi, non solo non possono combattere, ma necessitano pure di ingenti risorse per essere curati. Questa logica alquanto crudele è stata applicata anche per verificare il nuovo fiammante calibro: nella Guerra del Vietnam, infatti, è stato fatto largo utilizzo di questa munizione sparata dall’altrettanto nuovo (e per nulla privo di difetti) fucile M16. Così, usata in un ambiente non favorevole e con un fucile ancora in fase di sperimentazione, ha causato tantissimi problemi ai soldati americani che ne facevano uso a tal punto che molti di essi perirono proprio perché le loro armi si inceppavano a causa dell’eccessiva umidità oppure i loro proiettili non colpivano il nemico poiché venivano facilmente deviati dalla fitta e folta vegetazione della giungla vietnamita. Eppure, per un governo, testare sul campo l’arma per ovviarne ai difetti non è mai un male, nemmeno se è necessario sacrificare le vite dei propri uomini, i quali magari non sono per nulla consci del crudele esperimento di cui essi stessi sono cavie. E di episodi come questo ne avvengono ancora oggi, in quanto qualsiasi guerra porta con sé un’arma da testare freddamente, senza il rispetto delle vite dei propri uomini o di un principio etico.

di Mauro Fanelli

(studente età 17 anni)