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Storia militare

1861, l'esercito italiano a Campobasso

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La presenza di reparti dell’Esercito Italiano a Campobasso ed in Molise risale, ovviamente, a partire dal 1861, anno della proclamazione dell’Unità d’Italia (17 Marzo 1861), allorquando, diversi contingenti militari vennero inviati nelle regioni meridionali d’Italia per combattere quel fenomeno che verrà definito “brigantaggio post unitario”, fenomeno che, ancora oggi, risulta essere una ferita non del tutto sanata o forse non del tutto pacatamente analizzata e studiata. Nato dalla fusione della “Armata Sarda” con gli altri eserciti operativi degli altri Stati preunitari, il Regio Esercito Italiano vide compiuta la sua denominazione il 4 Maggio 1861 con la nota n. 76 in cui il Ministro Manfredi Fanti: «rende noto a tutte le Autorità, Corpi ed uffici Militari che d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di “Armata Sarda”». La presenza militare nel Meridione, all’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia, era di circa 20.000 uomini, costituenti il VI Corpo d’Armata che, al comando del Generale Giovanni Durando, erano per lo più schierati nella città di Napoli e nei capoluoghi di provincia. La delicata situazione politica internazionale suggeriva una forte presenza armata lungo il fiume Mincio, confine naturale con l’Impero Austro-Ungarico e, pertanto, questa situazione si rifletteva in una debole presenza dell’esercito nelle altre regioni italiane e soprattutto in quelle meridionali, la cui difesa era affidata principalmente alla Guardia Nazionale, che spesso risultava ancora male organizzata. La situazione nel Meridione però, era tutt’altro che tranquilla, infatti, ai problemi di natura economica, politica, sociale e non di meno militare, legato al non controllo di migliaia di soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, si aggiunse l’introduzione da parte del Governo di nuove leggi e soprattutto nuove tasse molto gravose per le fasce più deboli della popolazione, rendendola così ancor più insofferente. Così, alle già operative formazioni armate nate come “reazione” nel 1860 si aggiungono, nel 1861, numerose bande, che non riconoscendo la legittimità e l’autorità del nuovo Governo Italiano, si scontrano ripetutamente con le truppe regolare e a cui seguì una risposta politico militare fortemente repressiva. Il fenomeno porterà ad una escalation di violenza che culminerà con la promulgazione di provvedimenti legislativi eccezionali e la proclamazione ovunque dello stato d’assedio. Nel 1863 per la “guerra” al brigantaggio saranno impiegati circa 120.000 uomini dell’Esercito Italiano di cui: 52 reggimenti di fanteria, 6 reggimenti granatieri, 5 reggimenti di cavalleria, 19 battaglioni di Bersaglieri, verrà rinforzata la Guardia Nazionale e aumentati i reparti di Carabinieri. Ovviamente, anche il Molise, tra le provincie meridionali fortemente filo borboniche, così come riportato dalla prima pagina di uno dei più importanti giornali dell’epoca: «Campobasso capoluogo della provincia di Molise, centro della reazione borbonica», sarà  teatro di violenze e scontri armati tra briganti e truppe regolari e dove non di rado si avvicenderanno “occupazioni” e “liberazioni” di borghi e paesi. La città di Campobasso, in qualità di capoluogo della Provincia di Molise e soprattutto come sede delle Carceri Giudiziarie, sarà testimone del passaggio di numerosi reparti militari che nella stessa città insedieranno la loro base logistica e di comando. Di particolare interesse sono le memorie di un giovane ed erudito ufficiale del 36° Reggimento Fanteria. Angiolo De Witt, a cui il 17 Luglio 1862 venne dato l’ordine di condurre a Campobasso circa 600 sbandati, come abbiamo visto così erano chiamati i soldati del disciolto Esercito Borbonico. Il De Witt così commenta: Cammina, cammina eravamo presso al termine della seconda ed ultima tappa, e   Campobasso, luogo della nostra nuova destinazione, si preannunziava a noi coi suoi vigneti e con i radi casini di campagna, che ci appari,vano e sparivano con tarda vicenda. Avvertimmo in lontananza un attruppamento di persone che ci veniva incontro, le vedette mi mandarono a dire per mezzo di un soldato, che venne a noi a passo di corsa, essere alle viste un distaccamento di truppa regolare, io supponi che cosa poteva essere, e fatto fare alto all'avanguardia, mandai un altro soldato al capitano per informarlo dell'incontro; infatti il grosso del battaglione in pochi minuti ci raggiunse per formare con noi una sola colonna su quattro righe. Dopo brevi istanti giunse al nostro orecchio il suono di una fanfara militare che si partiva da quel drappello, il quale pervenuto ad incontrarsi con noi riconoscemmo essere un mezzo battaglione del 36° nostro reggimento in testa al quale erano lo stesso colonnello e molti ufficiali. In mezzo degli evviva all'Italia ed al Re fu fatto delle due colonne una schiera sola, ed al suono della bella gi gu gi entrammo in Campobasso alle ore 7 di sera.[…] Pochi curiosi di quella città erano a vederci arrivare, e quei pochi ci dimostravano la più fredda indifferenza, eppure eravamo andati colaggiù per difendere le loro persone ed i loro averi molto pericolanti […]. Queste memorie ci restituiscono anche uno spaccato di come si presentava la città di Campobasso in quegli anni. Del resto, Campobasso è una città di circa diecimila anime, a sufficienza commerciale, e però provveduta di comodi alberghi, di caffè, e di vari fondachi, cose tutte, che rendono quel soggiorno preferibile a molte altre località del napoletano. Eranvi, in quell'epoca, un tribunale, una prefettura, una collegiata, molti conventi, un avanzo di fortilizio, ed un capace nonché ben costruito stabilimento penitenziario, munito di ponte levatojo, e di profondi fossi all'intorno, e diviso in quattro sezioni bastionate, dalle alte vette delle quali, con poche sentinelle potevansi sorvegliare tutte le aree esterne, dove allora si ammucchiava una folla di circa millecinquecento detenuti, fra briganti, manutengoli e reazionari. Dallo scritto di Angiolo De Witt infine, è rintracciabile anche l’aspetto sociologico, quasi “classista” degli Ufficiali dell’epoca infatti, nel raccontare un episodio accaduto a Colletorto tra una Compagnia di Fanteria e la popolazione locale, è interessante notare come l’autore epiteti con la parola “cafoni” gli abitanti del paese e utilizzi l’aggettivo “italiani” esclusivamente per i soldati.  Il colto Ufficiale però, non poteva immaginare che duemila anni prima, proprio gli avi di quei “cafoni” avevano dato vita e significato alla parola “Italia”. Con la breccia di Porta Pia e quindi la presa di Roma da parte dell’Esercito Italiano, il 21 settembre 1870, venne considerato ufficialmente concluso il fenomeno del brigantaggio.
 
di Antonio Salvatore
 

La Leva, la Reazione ed il miracolo di San Basso

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All'indomani della proclamazione dell'Unità d'Italia (17 marzo 1861), diverse fasce della popolazione dell'Italia meridionale iniziarono ad esprimere il proprio malcontento verso il processo di unificazione. La situazione nel Meridione era tutt'altro che tranquilla, ai problemi di natura  militare legati al non controllo di migliaia di soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, si aggiungeva il costante peggioramento economico dei braccianti agricoli, parte consistente della popolazione meridionale, che, causa anche la privatizzazione delle terre demaniali a favore dei vecchi e nuovi proprietari terrieri, si trovarono a fronteggiare una situazione economica, se possibile, ancora peggiore rispetto al passato. Al quadro già esplosivo si aggiunse da parte del neonato Governo italiano l'introduzione della leva obbligatoria di massa, che depauperava di fatto la forza lavoro della classi meno abbienti. Così, alle già operative formazioni armate nate come “reazione” nel 1860, nacquero nel 1861  numerose altre bande, che non riconoscendo la legittimità e l'autorità costituita, si scontrarono ripetutamente con le truppe regolari e a cui seguì una risposta politico-militare fortemente repressiva. Il fenomeno porterà ad una escalation di violenza che culminerà con la promulgazione di provvedimenti legislativi eccezionali e la proclamazione dovunque dello stato d'assedio. Nel 1863 per la “guerra” al brigantaggio saranno impiegati circa 120.00 uomini dell'Esercito Italiano, di cui: 52 reggimenti di fanteria, 6 reggimenti granatieri, 5 reggimenti di cavalleria, 19 battaglioni bersaglieri, rinforzata la Guardia Nazionale, aumentati i reparti di Carabinieri. Ovviamente, anche il Molise, tra le provincie meridionali più fortemente filo borboniche, sarà teatro di violenze e scontri armati tra briganti e truppe regolari e dove non di rado si avvicenderanno “occupazioni” e “liberazioni” di borghi e paesi. L'organizzazione militare del territorio meridionale era articolata in 5 comandi di divisione territoriale e 38 comandi provinciali e di distretto, per la direzione e la responsabilità dell'ordine e della sicurezza pubblica, tramite le quali le autorità amministrative e giudiziarie si servirono per eseguire sentenza di tribunali, riscuotere tributi e ripristinare l'osservanza della legge. Tale articolazione però non risultava sufficiente, tanto da far costituire nelle province più turbolente una apposita organizzazione operativa, articolata in Zone Militari, indipendente e sovrapposta a quella territoriale, con il compito della distruzione della bande brigantesche. In ciascuna delle suddette Zone Militari fu realizzata una rete di presidi fissi nei centri maggiori, con colonne mobili per il controllo delle campagne, inoltre un'aliquota delle forze fu destinata a servizi di presidio e di scorta a diligenze, corrieri postali, autorità civili e militari, la parte rimanente, ripartita in distaccamenti e colonne mobili, provvedeva quotidianamente alla perlustrazione del territorio. Nella provincia di Molise fu istituita la Zona Militare di Campobasso, a Termoli, luogo di svolgimento del nostro "miracolo" era operativa la colonna mobile del 26° Battaglione del 4° Reggimento Bersaglieri. È in questo drammatico quadro tinteggiato dai colori della violenza, della ribellione e soprattutto della povertà, che si staglia il teatrale episodio perpetrato da alcuni marinai di Termoli il giorno 24 settembre 1862, allorquando, facendo credere che S. Basso (Protettore di Termoli) avesse fatto un miracolo, volendo con ciò spiegare che i colpiti nella Leva Militare di Marina non dovessero obbedire alla chiamata di leva, richiamarono al suono delle campane il popolo termolese all'interno della Cattedrale, aizzandoli, aiutati anche da "spontanei" sermoni declamati da alcuni chierici compiacenti, contro la forza pubblica in una improvvisata e mal riuscita forma di Reazione.

di Antonio Salvatore

1925, Campobasso e l'inedita palestra portatile Magnini

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Nel 1931 il Comando Generale della M. V. S. N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) - Ispettorato Generale Premilitari, pubblicava un libretto, da diramarsi su tutto il territorio nazionale, circa le Norme per l’impiego della Palestra Portatile “Magnini” in dotazione ai corsi premilitari. Tramite questa pubblicazione di carattere divulgativo e dimostrativo, comprensivo delle norme per il più pratico impiego della Palestra “Magnini”, nonché delle figure tendenti a ottenere il più razionale impiego di essa, il sopracitato Comando Generale, intese dare a tutti gli Istruttori e Sottoistruttori della Premilitare la possibilità di usare convenientemente il materiale a loro disposizione. L’opuscolo, inerente l’utilizzo della Palestra Portatile “Magnini”, venne diramato in tutte le sedi della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale esistenti in Italia, affinché il suo utilizzo diventasse il prioritario mezzo per l’allenamento dei Premilitari, alla buona preparazione dei quali, dovevano essere rivolte le cure e gli sforzi di tutti i Direttori e gli Istruttori. Ma qual’é il filo rosso che unisce indissolubilmente la Palestra Portatile e il suo inventore, Cap. Magno Magnini, con la Caserma “Gen. Gabriele Pepe” di Campobasso? Per scoprirlo bisogna necessariamente seguire le vicende militaresche della “Brigata Arezzo”, riavvolgendo il nastro della “Storia” al termine del primo conflitto mondiale, allorquando, essendo stati entrambi i suoi reggimenti insigniti della massima ricompensa al valor militare, la “Brigata Arezzo” non venne soppressa, e così il 5 luglio del 1921 (fino al 1926), il 226° reggimento dalla sede di Brescia fu trasferito a quella di Campobasso, finalmente, dal compimento del processo unitario, la città di Campobasso e la sua Caserma “Gen. Gabriele Pepe”, tra gli edifici militari più belli e funzionali di tutte le province meridionali, divennero sede di un reggimento del Regio Esercito. Reggimento di assegnazione anche del neopromosso Capitano Magno Magnini il quale, per la promozione al grado superiore, venne trasferito in data 23 ottobre 1921 nella sede di Campobasso. Nato a Pistoia l’11 novembre 1889,  il giovane Magno si arruola il 15 novembre 1907, all’età di 18 anni, come volontario nel Rgt. Cavalleggieri di Lucca (16°), dando inizio a una vita militare che si rivelerà, negli anni, molto vivace e a dir poco non comune, con le sue continue progressioni di carriera e la partecipazione ai diversi conflitti bellici: Prima Guerra Mondiale (con prigionia in Austria), Africa Orientale Italiana, Seconda Guerra Mondiale (e internamento in Germania). Lungo il percorso di questa dinamica vita, il Tenente Magnini, nel corso del 1921, accompagnato dalla moglie, la Sig.ra Rosa Bianchini, e dal figlio Antonio, si trasferisce in Molise. Fu proprio durante la permanenza molisana, in cui verrà alla luce la secondogenita Maria, che il nostro Uff.le di Fanteria, all’interno della Caserma “G. Pepe” e lungo le polverose strade di Campobasso, ideò, elaborò e sperimentò la sua “invenzione”, una palestra portatile. Un “sistema”, che il Cap. Magno Magnini non solo certificò con relativo brevetto, ma che documentò anche graficamente nel 1925, con la pubblicazione di una Guida della Palestra Portatile. La Palestra Portatile era composta da un numero di travicelli di legno, di eguale spessore e di diversa lunghezza, di costo limitatissimo, e che rispondevano in maniera funzionale alla composizione di diversi tipi di ostacoli, atti a soddisfare molti esercizi della ginnastica regolamentare del periodo. Una delle qualità maggiormente apprezzate di detta Palestra, era quella di poter eseguire, grazie  alla sua estrema maneggiabilità e immediata operatività, la ginnastica in ogni luogo, anche in quei piccoli distaccamenti militari, o piazze di piccoli paesi, dove non era possibile trovare l’immediata disponibilità di campi sportivi. Così, scriveva il Cap. Magnini sulla sua Guida «E’ evidente l’utilità della Palestra Portatile, sia nell’educazione delle reclute, sia nella preparazione fisica della massa».

di Antonio Salvatore

Fosse Ardeatine: Calvisi, onorare la memoria

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“A 76 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine ricordiamo le vittime della strage perpetrata dai nazisti a Roma e il carico di orrore che quel momento oscuro della storia ha portato con sé.  Mai come in questo momento, in cui tutto il Paese è chiamato ad affrontare una delle più grandi emergenze del Secondo dopoguerra, è necessario ripensare al coraggio, alla forza, allo spirito unitario con cui gli italiani risposero a quei tragici eventi”. – Lo scrive il Sottosegretario alla Difesa, Giulio Calvisi.
“Anche oggi onoriamo la memoria di quei martiri e, insieme a loro, di tutte le vittime della follia totalitaria. Che il loro sacrificio sia sempre monito per tutti noi, soprattutto per le giovani generazioni, per continuare a difendere i valori di libertà, democrazia, solidarietà che pure sono nate da quei momenti bui e che sono base fondante della nostra Costituzione e della costruzione europea” – ha concluso Calvisi.
 

La ginnastica militare tra passato e presente (seconda parte)

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A seguito della Legge Casati (Regio Decreto 13 novembre 1859, n. 3725 del Regno di Sardegna, entrato in vigore nel 1861 e successivamente esteso, con l’unificazione, a tutta l’Italia), vennero introdotti negli istituti secondari maschili gli esercizi militari come: marce ed evoluzioni; esercizi di corsa; salto in lungo e in alto; a corpo libero e agli attrezzi; agli allievi delle classi maggiori era impartita anche un’istruzione militare, propedeutica all’uso delle armi. Tali esercizi e istruzioni erano impartite da docenti appositamente formati e talora provenienti dall’Esercito. Negli anni successivi l’attenzione alle condizioni fisiche e alle capacità militari della nazione si era imposta come una necessità inderogabile nel momento in cui, conseguita l’unità politica, si delineò sulla scena internazionale un contesto fortemente competitivo in cui l’Italia rischiava di non trovare un adeguato posizionamento. La scuola e l’esercito, che erano le due istituzioni privilegiate attraverso cui far transitare i principi ispiratori della nuova politica nazionale, rivestirono dunque in questo passaggio storico un ruolo fondamentale. Per le ragioni appena descritte, divenne di particolare importanza quindi, l’insegnamento della ginnastica, divenuta educativa e obbligatoria, in grado di garantire e di accrescere non solo la capacità muscolare degli individui, ma il loro temperamento, la loro moralità e la loro fede negli ideali della Patria. La definitiva consacrazione del positivismo militaresco e razionale si ebbe nel 1909 con la Legge Rava-Daneo (Legge n. 805 del 26 dicembre 1909), in cui erano contenute le disposizioni che riconfermavano l’insegnamento dell’educazione fisica, tra cui: mezz’ora al giorno nella scuola primaria e, per complessive tre ore, nella scuola media; l’obbligatorietà alla frequenza di corsi magistrali di educazione fisica per quei docenti che aspiravano all’insegnamento nelle scuole medie. Oramai la ginnastica era considerata uno dei più importanti tasselli per la costruzione dell’identità nazionale, educare il corpo per educare l’anima del paese. Nel 1923, a cavallo tra le due guerre mondiali, vennero elaborati una serie di atti normativi che diedero vita a una organica riforma scolastica, la cosiddetta riforma Gentile, dal nome del filosofo e Ministro della Pubblica Istruzione (1923) Giovanni Gentile, in cui l’insegnamento dell’educazione fisica, in virtù della sua concezione spirituale, dovesse avere un compito morale, igienico ed educativo. Gentile riteneva, in primo luogo, che il fine della ginnastica non fosse la trasformazione dell’uomo in una macchina atletica, ma piuttosto quello di formarlo nella sua totalità spirituale, in secondo luogo, la ginnastica doveva essere presente nella scuola primaria nella sua forma collettiva, ricreativa e ludica, poiché, la scuola primaria era la scuola di tutti e per tutti, nel grado medio, invece, essa doveva cedere il passo ai saperi speculativi e pratici. Una scuola, per il filosofo siciliano, che avesse al suo centro il merito e l’eccellenza, una scuola in cui la sana competizione e il desiderio di affermazione avessero fatto da traino al rinnovamento della stessa istituzione scolastica. In ambito puramente militare, il Ministero della Guerra, l’1 gennaio 1928, pubblicava, per la successiva e scrupolosa osservanza dello stesso, il manuale Istruzione per la ginnastica militare, nella cui Premessa, si ricorda che la ginnastica militare, per mezzo dell’educazione dell’individuo, ha per fine ultimo l’elevazione della massa: «le particolari attitudini fisiche dei singoli, vanno quindi coltivate e sfruttate non a loro beneficio, ma per essere poste a profitto della collettività». All’indomani del secondo conflitto mondiale, allorquando è totale nella popolazione italiana il comune senso di ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà dei altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, anche la ginnastica, che da sempre era stata intesa come una fondamentale e propedeutica attività finalizzata alla formazione del futuro “cittadino-soldato”, intraprende un costante e progressivo avvicinamento a posizioni in chiave esclusivamente sportiva infatti, numerose saranno le società e le istituzioni sportive che nasceranno in ambiti extra-scolastici le quali, in seguito, risulteranno determinanti per la diffusione dello sport in Italia. Negli anni a seguire anche le Forze Armate, unitamente all’ordinario mantenimento dei quotidiani periodi dedicati all’espletamento dell’educazione fisica, come mezzo teso a ottenere il mantenimento dell’efficienza fisica del proprio personale, hanno organizzato, sviluppato e regolato al proprio interno, veri e propri  “gruppi sportivi militari”, formati da atleti detti “atleti militari”. Atleti che facevano parte dell’Esercito Italiano, della Marina Militare e della Guardia di Finanza, partecipano a competizioni sportive agonistiche fin dalla fine dell’Ottocento, inizialmente organizzati in squadre speciali o in reparti che si dedicavano principalmente all’attività sportiva; già nelle prime edizioni delle Olimpiadi dell’era moderna si registra le presenza di atleti militari. Con il tempo questo impegno sportivo è stato formalizzato con leggi e regolamenti, che hanno riconosciuto la possibilità, per corpi armati e forze di polizia, di arruolare atleti con risultati di livello nazionale, riconoscendo di fatto una situazione che aveva una lunghissima tradizione. L’Esercito, per mezzo di una sua articolazione, il Centro Sportivo dell’Esercito (creato nel 1960), gestisce l’insieme dei sei centri sportivi ubicati sul territorio nazionale, all’interno dei quali, da molti anni, eccellenti Istruttori Militari si occupano di allenare e selezionare giovani e promettenti atleti.

di Antonio Salvatore