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Storia militare

Il mistero delle spie naziste (2a parte)

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La Sicilia era al centro del Mediterraneo, un posto strategico se si considera la sfera d’influenza che gli americani avevano intenzione di raggiungere sui paesi del Nord Africa, dei Balcani e sul Medio Oriente, con la vicenda israeliana già abbondantemente pianificata nella stanza dei bottoni in attesa di essere attuata. Qualcuno sentenziò alla Casa Bianca -La Sicilia deve essere nostra.  E “cosa nostra” fu. Dopo la fine della guerra un fiume di sindaci, funzionari, amministratori in odor di mafia fu posta ai vertici delle città, delle organizzazioni, della vita politica, fu creato anche un partito idoneo al contenimento di tali soggetti, con tanto di “covert operation” , una bella croce stampata sul simbolo ed il coinvolgimento di onestissimi uomini di chiesa che partecipando attivamente alla lotta al comunismo avrebbero protetto i beni ecclesiastici tanto cari alla chiesa cattolica. Niente assoggettava i siciliani di più della religione e della mafia, per questo la Democrazia Cristiana piantò le proprie radici sull’isola estendendo i propri artigli in tutta la penisola, ma il cuore ed il cervello di essa si trovavano oltreoceano. Questo connubio politica, religione, mafia andò avanti coinvolgendo uomini e generazioni, da Don Luigi Sturzo a Wojtyla, da Don Calogero Vizzini a Totò Riina, da Giulio Andreotti ai protagonisti del “nuovo miracolo italiano”, in un certo senso si interruppe con la caduta del muro di Berlino quando il mutato scenario internazionale non rendeva più indispensabile questo patto scellerato. Troppo tardi, la mafia aveva piantato radici, si era innestata così a fondo nella vita civile italiana da divenirne un cancro vero e proprio dotato di una autonomia ed una forza economica, militare e sociale tale da influenzare la politica, anzi di divenirne una parte importante. La mafia si era evoluta nel tempo, non più associazione a delinquere ma organismo parapolitico, paramilitare, al servizio di un progetto politico (la lotta al comunismo nell’ambito della guerra fredda) riconosciuta, seppur segretamente, dal più potente paese della terra. La neonata C.I.A. di cui la mafia fu il braccio armato fino all’arrivo di Gorbaciov,  coinvolse gli uomini d’onore in altre scabrose vicende che questo articolo non tratta, lo studio di questi fatti ci svela una realtà inquietante, un paese moderno ed industrializzato come l’Italia teatro di tecniche di infiltrazioni militari e politiche da parte di un paese dominante che ne determina e ne influenza pesantemente la storia condizionandone il futuro. Un’isola sacrificata sull’altare di interessi ed equilibri internazionali delicatissimi, data in pasto alla mafia da uomini senza scrupoli che dalla stanza dei bottoni ne hanno deciso il futuro. E’ quello che accade a molti paesi sulla faccia della terra, luoghi scelti da qualcuno per perpetrare i più efferati crimini perseguendo logiche di interesse nazionali o legate a qualche lobby con grave danno per le popolazioni locali. Quello che accadde tanti anni fa al largo di New York va attentamente valutato poiché è la chiave di lettura di tante altre vicende accadute nel corso degli anni passati e fino ai giorni nostri, dalla strage di Portella della Ginestra ai falliti Golpe in Italia, dall’uccisione degli uomini che volevano cambiare, Kennedy, Moro, Falcone eccetera, all’invasione dell’Iraq per finire al caso del M.U.O.S. di Niscemi. Non fu casuale l’incontro tra i servizi segreti americani e la mafia, tutto fu pianificato nei minimi dettagli, il patto segreto che avrebbe affossato la Sicilia negli anni a venire fu deciso in una stanza dei bottoni da qualche parte a Washington. La risoluzione dell’enigma sta nella comprensione dei fatti che accaddero subito dopo lo sbarco delle spie naziste sul suolo americano, il filo è sottile, bisogna aguzzare l’ingegno per capire. Per un trentennio la storiella ha funzionato, trent’anni di silenzio e di depistaggi che però non ci impediscono ad arrivare alla soluzione, oggi si sa tutto e tutto può essere reinterpretato. Nessuno può aver chiesto alla mafia di collaborare alla cattura delle spie naziste, quest’incontro casuale ed il premio di buona condotta che il governo americano dette alla mafia e’ un’autentica balla atta a coprire quello che invece fu un preciso e scellerato patto tra organizzazioni, da un lato i servizi segreti americani, dall’altro le famiglie americane e siciliane facenti parte di cosa nostra e sullo sfondo la guerra fredda ed il nemico da combattere: il comunismo. Le prove sono venute fuori in un secondo tempo, le spie naziste del giugno 1942 si autoaccusarono, non fu la mafia ne a catturarle ne a svelarne l’identità; non tutte e otto, due in particolare collaborarono fin da subito con l’F.B.I., si tratta di George John Dasch e Ernst Peter Burger  i quali con loro dichiarazioni instradarono gli uomini di Hoover verso la pista investigativa corretta che portò all’arresto di tutte e due le squadre di sabotatori. I due collaboratori vennero condannati a trenta anni di prigionia poi condonati, gli altri furono condannati a a morte e giustiziati l otto agosto del 43; in un best seller di successo, “The ninth man” scritto da John Lee si narrano le gesta di un ipotetico nono sabotatore che avrebbe nientemeno che attentato alla vita del presidente intrufolandosi alla Casa Bianca sotto le mentite spoglie del giornalista Sheppard ed arrivando ad un passo dal compiere l’azione criminosa. Il romanzo è stato opzionato da Hollywood per ben sette volte, si mormora di un misterioso veto che gli impedisce di divenire un film; sarà vero? Una cosa è certa, indirettamente le gesta di questi otto uomini ci rivelano che la storiella della mafia premiata per il suo collaborazionismo non è vera, l’accordo tra l’O.S.S. e cosa nostra fu un atto deliberato e studiato nei minimi dettagli molti mesi prima, forse già nel febbraio dello stesso anno quando il transatlantico Normandie fu incendiato mentre era alla fonda del porto di New York. Anche allora si parlò di sabotaggio, ma la logica impone un ragionevole dubbio; e se anche in quel caso si fosse trattato di depistaggio? Se si fosse trattato di un’azione eclatante per giustificare agli occhi del mondo negli anni futuri, la precisa scelta del governo degli Stati Uniti di sancire un accordo con la criminalità  organizzata italiana? La risposta a questo quesito è arrivata, tardi ma è arrivata. Il 18 marzo 1991 lo ammise l’ex direttore della C.I.A. E. Colby in una celeberrima intervista ai microfoni del TG2 rilasciata al giornalista Gianni Bisiach. C’è voluto tempo, ma ogni pezzetto del mosaico alla fine è andato al suo posto; il puzzle è completo; furono create ad arte le condizioni affinché nel nostro paese proliferasse una vasta area di illegalità e di crimine i cui effetti nefasti, mi pare, ancora oggi li subiamo. La narrazione di questa vicenda non vuole essere la risposta assoluta, ma un interessante chiave di lettura che ci aiuterà a comprendere.

di Giuseppe Barcellona

Il mistero delle spie naziste

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Nel giugno del 1942 gli U-Bot nazisti erano giunti fino alla rada di New York, qualunque nave salpasse dal porto della grande mela correva il rischio di essere silurata, in tantissime furono affondate, la maggior parte delle quali erano imbarcazioni militari o comunque utilizzate per il trasporto di uomini e mezzi negli scenari della seconda guerra mondiale. In questo stesso periodo i sommergibili tedeschi compirono un’azione di spionaggio eroica i cui particolari, in parte svelati, sono coperti da un fitto strato di nebbia che ancora settant’anni dopo meritano un approfondimento dato che la piena comprensione di questo evento, è la chiave di volta per comprendere alcuni scenari di guerra riguardanti gli Stati Uniti e tutto il corollario dell’attività segreta svolta dagli impavidi uomini dell’ O.S.S. prima e della C.I.A. dopo, attività che avrebbero pesato enormemente sullo svolgimento del conflitto mondiale e soprattutto sugli equilibri planetari del trentennio successivo, col mondo diviso in due blocchi contrapposti nella guerra fredda. Non è facile seguire il filo logico degli avvenimenti, la verità corre su un filo, eppure vale la pena provare a capire. A quei tempi Il presidente Franklin Delano Roosevelt non riusciva a chiudere occhio, i sommergibili nazisti erano appostati da qualche parte poco fuori le coste americane, ora la guerra il cui teatro principale era l’Europa toccava anche il paese stelle e strisce; questo non doveva accadere. Gli uomini della Casa Bianca lo informarono di una realtà sconvolgente, gli U-Bot non solo erano una minaccia per tutti i convogli della Marina Americana*, ma si erano permessi di sbarcare clandestinamente due diverse squadre di spie sabotatrici per un totale di otto uomini che erano riuscite ad eludere il sistema di sorveglianza della Guardia Costiera e si erano intrufolate nell’entroterra facendo perdere le proprie tracce. Incredibile, delle spie naziste pronte all’azione, quattro dalle parti di New York, altrettante in Florida. La falla nelle difese militari statunitensi mise in imbarazzo il presidente, qualcuno molto vicino al suo staff propose una possibile soluzione. Un ufficiale della marina, tale Haffenden, sostenne che le spie naziste godevano dell’appoggio incondizionato della mafia siciliana che spadroneggiava al porto di New York, da quelle parti non si muoveva foglia senza l’avallo dei mammasantissima; i malavitosi siciliani erano irretiti  dalle misure restrittive esercitate dal governo, per questo motivo decisero di appoggiare per ripicca le forze dell’Asse. Il pool di esperti che affiancò Roosevelt in quei delicati momenti propose un compromesso al presidente, occorreva contattare il capo dei capi Lucky Luciano leader indiscusso della mafia detenuto nel carcere di Dannemora e chiedere la collaborazione delle famiglie; Roosevelt accettò, così anche Luciano. Immediatamente l’esercito della mafia si mise in movimento, pescatori, commercianti, scaricatori e tutto il resto della consorteria siciliana col passaparola coinvolsero le famiglie di New York e furono coinvolte a catena anche i parenti e gli amici degli amici delle altre città con gli italo americani di prima e seconda generazione in prima fila, alcuni di essi, natii d’America, già facenti parte delle forze armate americane. Le spie furono immediatamente scovate, Roosevelt ne fu contento ed ancor di più gli uomini dei servizi segreti; passò alla storia questa versione, quella della mafia collaborazionista che determinò la cattura delle spie dando un contributo determinante al ribaltamento delle sorti della guerra. Questo fu solo l’inizio di una lunga stagione amorosa tra le due parti, si doveva pianificare lo sbarco  in Europa ed agli uomini dell’O.S.S. non parve vero di avere un alleato fresco ed efficiente proprio su uno dei possibili scenari di guerra: la Sicilia. Le famiglie mafiose italoamericane e siciliane bramavano all’idea del riscatto, le prime volevano compiere il salto, agganciare i palazzi del potere alla Casa Bianca e fuoriuscire dall’alone di disprezzo con cui i mangiaspaghetti venivano ghettizzati negli States per ripulirsi ed inserirsi in affari sporchi di più alto livello; le seconde volevano sbarazzarsi dell’ingombrante Mussolini che un po’ di fastidio aveva dato e seguire il vento buono incuneandosi come al solito nei palazzi del potere. I siciliani d’America scrissero ai parenti sull’isola i quali si attivarono preparando il terreno allo sbarco, ma non era gente qualsiasi, erano gli accoliti di Luciano e la sua banda, capimafia e relative famiglie, gente di potere che all’ombra del Duce si era nascosta e che ora tornava all’assalto; i funzionari americani erano stati chiari, quando il regime fascista sarà annientato, a guerra vinta, chi avrà collaborato alla buona riuscita dello sbarco otterrà i posti di governo nei ruoli chiave dell’amministrazione pubblica. Gli analisti della Casa Bianca avevano la vista lunga, sapevano già dall’Intelligence che Stalin mirava con interesse alla Sicilia poiché le condizioni dei lavoratori isolani erano un terreno di coltura ideale per fare della Trinacria una terra rossa. (CONTINUA)

di Giuseppe Barcellona

Mike Colalillo eroe di guerra bojanese

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Bandiere a mezz'asta e onori militari nel giorno del funerale svoltosi nella chiesa di St James Catholic Church in Duluth nel Minnesota. Figlio di immigrati italiani, Mike aveva 16 anni quando morì sua madre, qualche anno dopo si era arruolato e a soli 19 anni aveva incitato i suoi soldati a seguirlo in una difficile operazione militare il 7 aprile 1945 nei pressi di Untergriesheim Germania. Aveva combattuto ferocemente contro il nemico al solo scopo, diceva, di salvare la vita dei suoi soldati e la sua, dopo aver abbattuto militari tedeschi aveva dovuto portare a spalla un suo compagno soldato ferito. Appena dopo la difficile impresa, era stato raggiunto da graduati americani che dovevano scortarlo al quartier generale. Durante il percorso aveva avuto il timore che aveva fatto qualcosa "di grosso" da dover essere arrestato, ma al suo arrivo gli fu immediatamente comunicato di essere stato nominato per la "Medal of Honor". Aver combattuto, vinto, difeso e salvato tanti uomini, anche se ne aveva dovuto abbattere più di 25, non gli era mai sembrata una impresa, aveva solo fatto il suo lavoro, osava ripetere, aveva salvato la sua vita e quella di molti altri. Non amava ricordare quella esperienza, perché troppo dolorosa e traumatica, ricordava la sua paura, la paura di un ragazzo giovanissimo inconsapevole del suo destino, ma forte e deciso, costretto a reagire mentre vedeva cadere ai suoi piedi i compagni più cari. Era un uomo semplice e modesto Mike, formato e forgiato sicuramente dal padre Carlo e da quella cultura tipica dei nostri connazionali trasferitisi altrove in cerca di fortuna. La sua vera fama arrivò nel dicembre del 1945, quando insieme ad alcuni componenti della sua numerosa famiglia, entrò nella Sala Ovale della Casa Bianca, per essere insignito dell'alta onorificenza. Gli fu consegnata il 18 dicembre dal presidente Harry S. Truman: "Sono orgoglioso di te", gli disse "Vorrei aver meritato la stessa medaglia, più della nomina di Presidente''. Truman era salito al potere in un momento critico, nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale: la Germania era ormai quasi vinta ma rimaneva ancora aperto il conflitto nel Pacifico. È vero che il Giappone si stava avviando verso la sconfitta, ma si riteneva che non avrebbe mai chiesto la resa e la guerra avrebbe rischiato di prolungarsi, con gravi danni per i soldati statunitensi. E Truman si trovò così ad affrontare subito il grave problema se utilizzare la bomba atomica nella guerra. Durante l'amministrazione Roosevelt, i preparativi per quest'arma, a Los Alamos, erano stati estremamente segreti e lo stesso Truman li ignorava completamente finché non salì al potere. Spettò a lui quindi la grave responsabilità di sganciare la prima bomba atomica su Hiroshima, il 6 agosto 1945, e il 9 la seconda su Nagasaki. Queste le parole del presidente americano: “ Il mondo sappia che la prima bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima, una base militare. Abbiamo vinto la gara per la scoperta dell'atomica contro i tedeschi. L'abbiamo usata per abbreviare l'agonia della guerra, per risparmiare la vita di migliaia e migliaia di giovani americani, e continueremo a usarla sino alla completa distruzione del potenziale bellico giapponese”. Nel 1946 Mike Colalillo fu onorato di una manifestazione celebrativa cui partecipò l'intera città di Duluth, lo stesso anno tornò a scuola e nella sua squadra di calcio. La città di Duluth ricorda l'eroe Colalillo attraverso i racconti degli amici e conoscenti. Al nostro eroe gli è stato intitolato un parco e un busto in municipio. In onore dell’eroe Mike Colalillo sono previsti in Molise, sua terra di origine, significative iniziative socio culturali destinate soprattutto alle giovani generazioni. Oltre alla cerimonia celebrativa del Premio Ambassad’Or (uno dei passaporti d'oro di quest'anno, sarà alla memoria, mentre gli altri passaporti del 2012 saranno conferiti a personalità i cui curricula sono in corso di verifica) che sarà conferito proprio alla memoria di Mike Colalillo, si stanno gettando le basi per un programma culturale che l’associazione Ring (Recognising Italian National Globally), organismo internazionale propone di portare avanti. Ring riconosce le origini italiane ovunque e aggrega grazie ai suoi progetti, nuove comunità di italiani nel Mondo, interessate alla loro terra di origine apportando al nostro territorio significative opportunità di apertura e sviluppo. A tal proposito Ring intende indire un concorso sulla ricerca storica corroborato da scambi culturali con la città di Duluth nel Minnesota e con gli studenti delle scuole molisane, un programma di studio dedicato proprio al nostro eroe di guerra.

 

 

 

Gabrielli un ingegnere sui generis

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Nato a Caltanissetta nel 1903, all’etá di sette anni si trasferisce con le famiglia a Torino. Si laurea brillantemente al Politecnico in Ingegneria Industriale Meccanica all’etá di 22 anni. Consegue un dottorato in Germania all’Univerisitá di Aquisgrana e dopo vari impieghi nell’industria aeronautica viene assunto in Fiat, apprezzato da Giovanni Agnelli. Gli aeromobili progettati da lui vengono contraddistinti da una “G”, nel marchio. Nel 1943 é il Fiat G 55 Centauro che viene dichiarato, da una squadra di collaudatori della Luftwaffe, agli ordini del Tenente Colonnello Oberst Petersen, “il miglior caccia dell’asse”, in un telegramma inviato dall’Italia al Maresciallo del Reich Göering. Il velívolo fu dichiarato superiore sia al Bf 109 G-4, sia al Fw 190 A, sia agli italiani Re 2005 e Mc 205. Nel 1970 una nuova creazione di Gabrielli é destinata a stupire, questa volta per le sue capacitá di decollo corto: é nato l’Aeritalia G. 222. Tale velívolo presenta numerose qualitá rispetto alla concorrenza. Tuttavia col tempo gli vengono riscontrati costi operativi pari a ¾ rispetto ad un C 130, che peró trasporta il doppio del carico. Il G. 222 viene sperimentato dalle forze armate americane col nome di Lookhead C 27 A. Nella sua seconda evoluzione, il velivolo viene modificato in maniera tale da utilizzare il piú alto numero possibile di componenti del suo fratello maggiore americano. L’aereo utiliza due dei quattro motori del moderno C 130 J, i rotori esagonali dotati del caratteristico profilo “a scimitarra” l’avionica in comune. In questa versione, ben il 65% dei componenti del mezzo é in comune col C 130 J. Puó trasportare 60 soldati o 46 paracadutisti; si caratterizza per un portellone di coda ampio, che unito al pavimento resistente consente l’imbarco anche di mezzi cingolati; il carrello é ad assetto variabile per facilitare le operazioni di carico. Il successo commerciale del velívolo é enorme, essendo adottato da ben nove paesi. Bulgaria, Ghana, Grecia, Italia,Lituania, Marocco, Messico, Romania, Slovacchia. L’aereo é destinato a costituire il fulcro della línea di trasporto militare di tanti paesi; l’Afghanistan utilizzerá i G222 acquistati usati dagli Usa (originari italiani) col compito di distribuirli al paese asiático. Anche gli Usa hanno ordinato un numero consistente di tali velivoli: 55, con possibilitá di espansione a 78, da distribuirsi all’Aeronautica e all’Esercito. Per fare un paragone, l’Italia ne ha finora acquistati dodici. Tra le versioni del velívolo, non é certo se verrá riproposta la versione Radiomisure (utilizzata col G. 222, ancora in servicio nell’Ami), mentre si discute sulla possibilitá di adottare la versione Pretorian, la cannoniera volante, che potrebbe avere una capacitá operativa migliore dell’A C 130 Spectre, grazie alla dispiegabilitá e all’agilitá del mezzo, che puó effettuare in volo spettacolari tunneau. A seguito della crisi económica, l’amministrazione Obama decide di tagliare l’ordine a 38 esemplari. E’ recentissima la notizia che é toccato ad un ministro italo-americano, Leon Panetta, annunciare il ritiro del Paese dal programma di acquisto dell’aereo italiano. Secondo i piani del Pentagono, le operazioni di trasporto da destinare ai C 27 J possono essere svolte dai C 130 J, peraltro anch’essi in via di riduzione. Ma probabilmente il C 27 é considerato un mezzo che puó creare sovrapposizioni operative anche col V 22 Osprey. E’ ancora in forse la destinazione dei 13 mezzi giá adottati dalle Forze Armate statunitensi. Ultimamente l’Australia sembrava interessata a tali macchine, ma nulla é sicuro per ora. Anche il Canada puó essere un probabile cliente. Sta di fatto che la notizia della cancellazione del programa americano rappresenta un freno per l’industria nazionale; giá con la cancellazione del programma dell’elicottero presidenziale US 101 le azioni della Finmeccanica erano calate. Nonostante l’abbandono di tale programma i vertici italiani non arretrano dagli impegni presi col programma JSF (F 35). Ora l’unico mezzo italiano da valutarsi oltre oceano rimane l’Iveco SuperAV, a seguito della cancellazione del programma americano Expeditionary Fighting Vehicle, che presentava una serie di inconvenienti operativi.

 

 

di Antonio Frate

 

 

I sorci verdi

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Prendendo spunto da questo pittoresco modo di dire, gli aviatori del 12mo stormo verso la metà degli anni trenta, adottarono come distintivo i tre sorci destinati ad entrare nella storia dell’aviazione.

In particolare i tre sorcetti verdi ornavano uno dei più celebri velivoli della Regia Aeronautica: il Savoia Marchetti S79, temuto bombardiere trimotore durante il conflitto ma eccellente ed elegantissima macchina da primato quando impegnato in competizioni internazionali.

Progettato dall’Ing. Marchetti per concorrere alla coppa McRobetson sul percorso Londra –Melbourne, il SM79 si aggiudicò vari primati tra il 1935 ed il 1938 imponendosi all’attenzione globale con due imprese che suscitarono moltissima ammirazione; nell’estate del 1937, l’Aero Club francese indisse una competizione velocistica senza scalo  sul percorso Istres-Damasco-Parigi, competizione che andava a sostituire la precedente gara di velocità Parigi-NewYork organizzata per commemorare la trasvolata di Lindbergh del 1927.

Le poche nazioni partecipanti curarono ogni dettaglio, compresa l’Italia, presentatasi ai nastri di partenza con otto velivoli, sei SM79 e due Fiat BR20; I SM79 furono adattati in particolare nella versione “C” (corsa) privati delle installazioni da combattimento presenti sulle versioni militari, comprese la famosa gobba e la gondola ventrale.

Le partenze ebbero luogo il 20 agosto del 1937, nell’ordine partirono gli equipaggi francesi, inglesi, italiani.

Al termine della prima tappa, gli italiani erano in vantaggio con una media di 400 km/h; il mattino seguente la partenza della seconda tappa: Damasco-Parigi; all’aeroporto parigino di Burget, giunsero per primi tre SM79: l’I-11 dell’equipaggio Cupini-Paradisi, seguito dall’I-13 di Fiori-Lucchini e dall’I-5 di Biseo-Mussolini.

La bella prestazione franco/siriana era, nei progetti della Regia Aeronautica, solo una tappa verso la realizzazione di un’impresa ben più importante: il collegamento Roma-Rio de Janeiro, per dimostrare come l’industria italiana fosse all’avanguardia nella realizzazione di velivoli commerciali in grado di dominare le nuove rotte atlantiche, aperte in modo leggendario da Lindbergh e spettacolarizzate dalle imprese di Balbo e i suoi eccezionali equipaggi.

Tre dei velivoli impiegati per il trofeo dell’anno precedente vennero aggiornati e reimmatricolati con le sigle I-BISE (Biseo Paradini) I-MONI (Moscatelli-Castellani) e I-BRUN (Mussolini-Mancinelli).

La partenza si ebbe alle 07,28 del 24 gennaio 1938 da Guidonia; gli equipaggi incontrarono forti turbolenze sul percorso che li fecero dirottare verso occidente ( Dakar), tappa raggiunta comunque con una media di 420km/h.

La trasvolata atlantica ebbe inizio il mattino seguente alle 09,10 e dopo otto ore e mezza gli equipaggi I-BISE e I-BRUN avvistavano la costa brasiliana giungendo a Rio de janeiro alle 22,45 del 25 gennaio 1938, coprendo i 5350 Km del percorso ad una velocità media di 393km/h.

L’ I-MONI ebbe durante la trasvolata problemi ad un’elica ma riuscì ad attraversare l’Atlantico con i due motori rimanenti atterrando a Natal, dimostrando l’affidabilità eccezionale dei Savoia Marchetti.

Le tre macchine rimasero in Brasile,una regalata, le altre due acquistate dal governo brasiliano.

Moscatelli rimase come istruttore. L’impresa suscitò una grande eco e fu abilmente strumentalizzata per finalità politiche e propagandistiche anche se in realtà l’obiettivo primario era quello ben più concreto di mettere a punto obiettivi industriali e tecnologici.

I tre sorcetti verdi rimasero l’emblema del 12mo stormo fino all’inizio del secondo conflitto mondiale.

L’antagonismo che questo stormo creava negli altri reparti della Regia Aeronautica, diede vita ad un simpatico episodio: sembra che dopo uno scambio di battute tra equipaggi del  12mo e 51mo stormo, nacque in questi ultimi l’idea di fregiare i propri velivoli con un nuovo stemma: il famoso gatto nero intento a lavorarsi tre sorcetti verdi.

 

 

di Umberto Zezza