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Storia militare

Fosse Ardeatine: Calvisi, onorare la memoria

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“A 76 anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine ricordiamo le vittime della strage perpetrata dai nazisti a Roma e il carico di orrore che quel momento oscuro della storia ha portato con sé.  Mai come in questo momento, in cui tutto il Paese è chiamato ad affrontare una delle più grandi emergenze del Secondo dopoguerra, è necessario ripensare al coraggio, alla forza, allo spirito unitario con cui gli italiani risposero a quei tragici eventi”. – Lo scrive il Sottosegretario alla Difesa, Giulio Calvisi.
“Anche oggi onoriamo la memoria di quei martiri e, insieme a loro, di tutte le vittime della follia totalitaria. Che il loro sacrificio sia sempre monito per tutti noi, soprattutto per le giovani generazioni, per continuare a difendere i valori di libertà, democrazia, solidarietà che pure sono nate da quei momenti bui e che sono base fondante della nostra Costituzione e della costruzione europea” – ha concluso Calvisi.
 

La ginnastica militare tra passato e presente (seconda parte)

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A seguito della Legge Casati (Regio Decreto 13 novembre 1859, n. 3725 del Regno di Sardegna, entrato in vigore nel 1861 e successivamente esteso, con l’unificazione, a tutta l’Italia), vennero introdotti negli istituti secondari maschili gli esercizi militari come: marce ed evoluzioni; esercizi di corsa; salto in lungo e in alto; a corpo libero e agli attrezzi; agli allievi delle classi maggiori era impartita anche un’istruzione militare, propedeutica all’uso delle armi. Tali esercizi e istruzioni erano impartite da docenti appositamente formati e talora provenienti dall’Esercito. Negli anni successivi l’attenzione alle condizioni fisiche e alle capacità militari della nazione si era imposta come una necessità inderogabile nel momento in cui, conseguita l’unità politica, si delineò sulla scena internazionale un contesto fortemente competitivo in cui l’Italia rischiava di non trovare un adeguato posizionamento. La scuola e l’esercito, che erano le due istituzioni privilegiate attraverso cui far transitare i principi ispiratori della nuova politica nazionale, rivestirono dunque in questo passaggio storico un ruolo fondamentale. Per le ragioni appena descritte, divenne di particolare importanza quindi, l’insegnamento della ginnastica, divenuta educativa e obbligatoria, in grado di garantire e di accrescere non solo la capacità muscolare degli individui, ma il loro temperamento, la loro moralità e la loro fede negli ideali della Patria. La definitiva consacrazione del positivismo militaresco e razionale si ebbe nel 1909 con la Legge Rava-Daneo (Legge n. 805 del 26 dicembre 1909), in cui erano contenute le disposizioni che riconfermavano l’insegnamento dell’educazione fisica, tra cui: mezz’ora al giorno nella scuola primaria e, per complessive tre ore, nella scuola media; l’obbligatorietà alla frequenza di corsi magistrali di educazione fisica per quei docenti che aspiravano all’insegnamento nelle scuole medie. Oramai la ginnastica era considerata uno dei più importanti tasselli per la costruzione dell’identità nazionale, educare il corpo per educare l’anima del paese. Nel 1923, a cavallo tra le due guerre mondiali, vennero elaborati una serie di atti normativi che diedero vita a una organica riforma scolastica, la cosiddetta riforma Gentile, dal nome del filosofo e Ministro della Pubblica Istruzione (1923) Giovanni Gentile, in cui l’insegnamento dell’educazione fisica, in virtù della sua concezione spirituale, dovesse avere un compito morale, igienico ed educativo. Gentile riteneva, in primo luogo, che il fine della ginnastica non fosse la trasformazione dell’uomo in una macchina atletica, ma piuttosto quello di formarlo nella sua totalità spirituale, in secondo luogo, la ginnastica doveva essere presente nella scuola primaria nella sua forma collettiva, ricreativa e ludica, poiché, la scuola primaria era la scuola di tutti e per tutti, nel grado medio, invece, essa doveva cedere il passo ai saperi speculativi e pratici. Una scuola, per il filosofo siciliano, che avesse al suo centro il merito e l’eccellenza, una scuola in cui la sana competizione e il desiderio di affermazione avessero fatto da traino al rinnovamento della stessa istituzione scolastica. In ambito puramente militare, il Ministero della Guerra, l’1 gennaio 1928, pubblicava, per la successiva e scrupolosa osservanza dello stesso, il manuale Istruzione per la ginnastica militare, nella cui Premessa, si ricorda che la ginnastica militare, per mezzo dell’educazione dell’individuo, ha per fine ultimo l’elevazione della massa: «le particolari attitudini fisiche dei singoli, vanno quindi coltivate e sfruttate non a loro beneficio, ma per essere poste a profitto della collettività». All’indomani del secondo conflitto mondiale, allorquando è totale nella popolazione italiana il comune senso di ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà dei altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, anche la ginnastica, che da sempre era stata intesa come una fondamentale e propedeutica attività finalizzata alla formazione del futuro “cittadino-soldato”, intraprende un costante e progressivo avvicinamento a posizioni in chiave esclusivamente sportiva infatti, numerose saranno le società e le istituzioni sportive che nasceranno in ambiti extra-scolastici le quali, in seguito, risulteranno determinanti per la diffusione dello sport in Italia. Negli anni a seguire anche le Forze Armate, unitamente all’ordinario mantenimento dei quotidiani periodi dedicati all’espletamento dell’educazione fisica, come mezzo teso a ottenere il mantenimento dell’efficienza fisica del proprio personale, hanno organizzato, sviluppato e regolato al proprio interno, veri e propri  “gruppi sportivi militari”, formati da atleti detti “atleti militari”. Atleti che facevano parte dell’Esercito Italiano, della Marina Militare e della Guardia di Finanza, partecipano a competizioni sportive agonistiche fin dalla fine dell’Ottocento, inizialmente organizzati in squadre speciali o in reparti che si dedicavano principalmente all’attività sportiva; già nelle prime edizioni delle Olimpiadi dell’era moderna si registra le presenza di atleti militari. Con il tempo questo impegno sportivo è stato formalizzato con leggi e regolamenti, che hanno riconosciuto la possibilità, per corpi armati e forze di polizia, di arruolare atleti con risultati di livello nazionale, riconoscendo di fatto una situazione che aveva una lunghissima tradizione. L’Esercito, per mezzo di una sua articolazione, il Centro Sportivo dell’Esercito (creato nel 1960), gestisce l’insieme dei sei centri sportivi ubicati sul territorio nazionale, all’interno dei quali, da molti anni, eccellenti Istruttori Militari si occupano di allenare e selezionare giovani e promettenti atleti.

di Antonio Salvatore

La ginnastica militare tra passato e presente (prima parte)

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La ginnastica (dal greco gymnastiké - tekné) è l’arte degli esercizi per rendere il corpo forte e sano, sviluppando robustezza e agilità. Fu largamente praticata nel mondo ellenistico già a partire dal V sec. a.C. infatti, i Greci basavano la loro educazione e la loro cultura sullo sviluppo e la vigoria fisica, ritenuta fondamentale anche per lo sviluppo mentale. Nella sua consuetudine vedevano la cura del corpo per trarne armonia, ritmo, movimento e bellezza; la perfezione del corpo portava alla perfezione dell’uomo, una costante, questa, di tutta la cultura greca la quale, così come testimoniato dall’arte, si identificava con i più alti canoni della bellezza fisica. Non così fu per i Romani, che la utilizzarono soprattutto in funzione militare, trasformandola in un quotidiano e severo allenamento fisico, attraverso l’uso delle armi per la preparazione alla guerra. Così scriveva Flavio Giuseppe nel I sec. d.C.: «Per essi infatti non è la guerra l’inizio d’esercitarsi alle armi, né soltanto quando c’è bisogno muovono essi mani tenute inoperose in tempo di pace... bensì, come se fossero nati con le armi addosso, non concedono giammai tregua al tirocinio né ad aspettare le occasioni propizie. Presso di loro le esercitazioni non differiscono in nulla da vere mostre di valore ché anzi, ogni soldato giorno per giorno, si allena con tutto l’ardore come in tempo di guerra...». L’addestramento divenne talmente fondamentale e determinante per la superiorità bellica romana che, in inverno, venivano costruiti dei capannoni (a volte disseminati di cumuli di rocce per simulare terreni dissestati, palizzate, cavalli di legno e diversi altri ostacoli) nel cui interno legionarii ed equites si potessero esercitare; una vera e propria primogenitura del concetto di palestra. Tale “tekné”, fece si che, un solo soldato romano, benché non dotato di un fisico particolarmente prestante, valesse, così come si diceva all’epoca, almeno quanto dieci  guerrieri barbari. Con la progressiva decadenza dell’Impero Romano e il costante sviluppo del Cristianesimo che, esaltando lo spirito e demonizzando la bellezza corporea come uno dei simboli della degradazione dell’anima, si portò l’attività fisica, quale esercizio di preparazione alla difesa e alla guerra, a esclusivo privilegio delle classi agiate. Solo con l’introduzione della figura del Cavaliere medioevale, la quale esaltava le qualità fisiche al pari di quelle morali e intellettive, l’esercizio fisico torna di nuovo un aspetto rilevante. Il Rinascimento, con il suo crescente gusto per la riscoperta della cultura e l’arte classica, portò un nuovo interesse per l’attività fisica infatti, a partire da questo periodo, non solo vennero codificate diverse regole di molti giochi, ma anche le scuole cattoliche, dopo il Concilio di Trento, inserirono l’educazione fisica tra le materie d’insegnamento.  In questo periodo vengono anche pubblicati degli scritti sulla ginnastica, tra cui: la traduzione in volgare del Trattato dei Governi di Aristotele, da parte di Bernardo Segni, il quale scrive: «Quattro son quasi le cose che sogliono essere insegnate, la grammatica, la ginnastica, la musica, e la quarta è la dipintura. Ma la grammatica e la dipintura sono insegnate per utili alla vita in molti casi; e la ginnastica come quella che indirizzi gli uomini alla fortezza. Per fortezza allora si intendeva la forza, cioè quella robustezza del corpo, che era lo scopo soprattutto della preparazione militare. Un soldato doveva sopportare le marce, le privazioni delle comodità, il peso della corazza e delle armi, e naturalmente doveva combattere con un altro soldato e vincerlo nella lotta o nella precisione … o all’occorrenza esser pronto a saltare e a fuggire»; e nel 1573 la seconda edizione di De arte Gymnastica. Libri sex (Arte ginnastica. Libri sei), di Girolamo Mercuriale, nella quale l'autore parla di storia, filosofia, dermatologia, pediatria, patologia etc. e dell’importanza nella medicina degli esercizi fisici, i quali, benché visti in un’ottica di preparazione militare, avevano come obiettivo la sanità e la robustezza del corpo. Una riflessione che continua ancora alla fine del 1700 con lo scritto del giurista e filosofo napoletano, Gaetano Filangieri, Scienza della legislazione (1780), nel quale si poneva una relazione quasi di dipendenza necessaria tra lo sviluppo morale e lo sviluppo fisico. Ma è solo durante l’800 che la ginnastica verrà considerata come materia scolastica, dall’iniziale intento disciplinare al sapere plurale dell’Educazione fisica. Tra i padri di questa “nuova materia” troviamo: Friedrich Ludwig Jahn, il quale viene considerato “il padre della ginnastica”, per il pedagogista tedesco l’Educazione fisica non era solo importante per la formazione del singolo individuo ma anche per la costruzione di una identità nazionale forte e sicura; Franz Nachtegall fondò nel 1799 una palestra privata a Copenhagen, fu grazie a lui che nel 1814 divenne materia obbligatoria nelle scuole pubbliche maschili danesi, tanto che, il Principe Reale di Danimarca, comprese che la ginnastica sarebbe stata utile per formare dei militari allenati, creando così il primo Istituto di Ginnastica Militare; Francisco de Amorós y Ondeano, che a Parigi fondò la Palestra Normale Militare. In Italia, nella fattispecie nel Regno di Sardegna, fondamentale fu la figura dello svizzero R. Obermann, il quale, chiamato a Torino, nel 1833, da Carlo Alberto di Savoia per l’istruzione ginnica degli allievi dell’Accademia Militare, influenzò in seguito, in maniera decisiva, anche la cosiddetta ginnastica educativa, la quale, concepita come metodo volto alla formazione del carattere, allo sviluppo del senso della disciplina e alla salute del corpo, era intesa soprattutto come propedeutica al servizio militare. Nel Regno delle Due Sicilie invece, ebbe particolare importanza l’opera scritta nel 1846 da Niccolò Abbondati, Istituzione di arte ginnastica per le truppe di fanteria di S. M. Siciliana, e dall’opera svolta come insegnante presso il Collegio Militare della “Nunziatella” di Napoli (1841-1848), dal filosofo, Francesco De Sanctis, che fece dell’insegnamento della ginnastica uno strumento fondamentale per la formazione dei cadetti (che sostenne anche durante il suo incarico di Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia (1878, 1878-81). 
 
di Antonio Salvatore
 

Il ruolo dei militari nella Resistenza dell'Italia meridionale

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Alla luce di quanto emerge dalla nuova documentazione prodotta dal Prof. Giovanni Cerchia, docente di Storia Contemporanea presso l’università degli Studi del Molise, nel suo nuovo ed interessantissimo libro “La Seconda Guerra Mondiale nel Mezzogiorno”, pubblicato nell’autunno scorso, si evince un nuovo e fin’ora sconosciuto contributo dei militari, nella Resistenza meridionale contro il nemico nazista «La sua stessa Resistenza fu a dir poco originale, ma non assente: con il prevalere dell’impegno dei soldati e di una caratterizzazione patriottica che comunque rappresenta una delle componenti fondamentali del movimento di liberazione nazionale». Un ruolo, quello interpretato dagli uomini in divisa, ancor più delicato, vista la catastrofica situazione militare (e non solo), dalle emergenze dell’8-9 settembre, con l’invasione alleata e l’esercito italiano allo sbando, ma non sempre disponibile a lasciarsi catturare e disarmare senza combattere. E’ all’interno di questo quadro di assoluta incertezza politico-militare, che si materializzò una prima e spontanea forma di Resistenza contro le truppe naziste. Diversi, furono infatti, gli episodi dove la provvidenziale azione dei militari riempì il vuoto di potere a protezione e salvaguardia della popolazione, tra questi si ricordano: Salerno - 9 settembre, salvataggio del porto e scontri a fuoco a protezione della popolazione, tra carabinieri e tedeschi; Castellammare di Stabia (NA) – 9 settembre, combattimenti per il controllo del porto e degli stabilimenti navali, tra le truppe italiane e unità della 16a Divisione Divisione corazzata “Göring”; San Severo (FG) – 9 settembre, combattimenti a protezione della popolazione, tra i militari del Presidio (4a Compagnia del CVII Battaglione) e soverchianti truppe tedesche; Barletta – 9 settembre, combattimenti tra i militari del 15° Reggimento costiero e unità della 16a Divisione Divisione corazzata “Göring”; Nola (NA) – 10 settembre, combattimenti tra i militari del 48° Reggimento d’artiglieria “Taro” e truppe tedesche; Piedimonte d’Alife (CE) – 9-11 settembre, combattimenti tra i militari del 306° Nucleo Anti Paracadutisti e truppe tedesche; infine le centinaia di episodi della resistenza da parte dei militari per la difesa di Napoli. L’inaspettata e massiccia reazione presidi militari e delle forze dell’ordine italiane, male armati e senza oramai alcuna catena di comando, non solo suscitò nei tedeschi un nuovo e sconosciuto sentimento di timore verso gli italiani, ma pose le basi per l’esercizio di una scelta di libertà.
 
di Antonio Salvatore
 

Militari e antifascismo. Giugno 1943, nella caserma “G.Pepe” di Campobasso i primi dissensi contro il regime

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Nel 1943, Campobasso, capoluogo dell’allora provincia di Molise, era una tranquilla e graziosa cittadina centro-meridionale, che contava circa 23.000 abitanti. Tra i suoi edifici più belli, sicuramente c’era la caserma militare “Generale Gabriele Pepe”, la cui elegante struttura, considerata un vero e proprio gioiello per l’epoca, fu ben rappresentata da Giocondo Guerriero nell’articolo pubblicato nel supplemento Mensile illustrato del Secolo, del 25 Settembre 1895: «E’ un vasto e bel quartiere, recentemente costruito nel concorso dello Stato, del   Municipio e della Provincia. Credo sia uno dei più bei Distretti Militari delle provincie meridionali. È ricco di camerate, di sale, di cortili e di uffici». Inaugurata nel 1881, a seguito del Regio Decreto del 13 Novembre 1870, che prevedeva il riordinamento della Organizzazione Territoriale del Regno nei 62 Comandi del Distretto Militare, la struttura, sarà solo alla data del 7 Dicembre 1899, con una delibera approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale di Campobasso, intitolata ad una tra le figure più importanti della storia molisana, e del periodo pre-risorgimentale italiano, il Generale Gabriele Pepe. La caserma, nata come sede del Distretto Militare (46°), ospitò al suo interno dal 1927 al 1943 anche la Scuola Reclutamento Ufficiali di Complemento del IX Corpo d’Armata, un vero e proprio vanto non solo per la città di Campobasso ma per l’intero Molise. Fu proprio con l’ultimo corso di addestramento degli Allievi Ufficiali di Complemento del 1943, che si registrano, forse tra i primi in Italia, e ben prima della caduta del Fascismo, gli iniziali ed interessanti segnali antifascisti da parte dei militari italiani. Trattasi di tre documenti, due cartoline ed un racconto di memorie, scritti e riguardanti tre allievi del corso del 1943. Nelle due cartoline è chiaramente riscontrabile come, già prima della caduta del Fascismo, quella incrollabile “voglia di vittoria” e ferrea disciplina erano venute meno, anzi, si denotano latenti insofferenze, che sfociano chiaramente in dimostrazioni di scherno nei riguardi delle Autorità. La prima cartolina, datata 9 aprile 1943: «Faccio progressi. Sono stato consegnato per altri 10 giorni. Motivo: mangiava durante l’istruzione. Sto molto bene. Baci a tutti Raffaele». La seconda cartolina, datata 23 maggio 1943: «Io spero che quando riceverai la presente mi avrai di già spedito il vaglia, in caso contrario ti supplico di farlo subito telegrafico, tu non puoi immaginare quanto si soffre quando si sta per intere settimane senza un soldo. Scrivi presto e a lungo. Baci, Arcangelo». Di assoluto interesse storico riveste il terzo documento, uno scritto dell’On.  Enzo Santarelli, dove possiamo rilevare che, proprio all’interno della Caserma “G. Pepe”, si attuarono le prime forme di “resistenza passiva” dei militari italiani nei confronti del Regime Fascista: «All’inizio del’43 partii con altre reclute, per una prima destinazione meridionale. Indossammo la divisa e ci fu ordinato di cucire le mostrine in una caserma di Chieti, proseguimmo quindi per Campobasso, dove era dislocato il XII Battaglione Istruzione. […] Ebbe inizio così la nostra carriera di allievi ufficiali di fanteria. […] La grande caserma di Campobasso, quadrata e su due piani, in cui si sarebbe svolta la nostra vita per qualche mese, era adiacente alla piazza Vittorio Emanuele, al centro della parte moderna della città. Fra i giardini e il corso si svolgeva il passeggio delle ore libere […] Il Molise aveva dato i natali a Gabriele Pepe […] e un monumento lo ricordava. A quella statua un piccolo gruppo di noi soldati, allievi ufficiali dell’ultima leva del regime, avrebbe fatto riferimento poco più avanti nel disegno di un’insurrezione o rivolta militare soltanto immaginata e rimasta senza traccia. L’istruzione non era certo eccellente: marce fuori città, nella zona di Ripalimosani all’incrocio di un tratturo, primitive ed elementari simulazioni di “avvicinamento” al nemico, esercizi di tiro in un rustico poligono immerso nella campagna. La solita disciplina formale non arricchiva e nemmeno attutiva la noia di quel provvisorio soggiorno. Tuttavia, affiorava tra noi la tra trama di incontri fra gruppi di amici e corregionali, che si andava svolgendo nell’ambito dei singoli reparti. […] Il passare del tempo e gli eventi sui fronti di guerra – la ritirata dall’Africa, lo sbarco in Sicilia; il bombardamento di Roma – intensificarono le nostre reazioni. A una di queste notizie (nel reparto c’era polemica fra il nostro disfattismo e la prudenza degli altri) ricordo che alcuni di noi si abbracciarono sull’alto di una collina in una pausa delle esercitazioni, come segno di gioia per la conferma che ci veniva dai fatti…Una Sera innalzammo in camera un improvviso catafalco per celebrare la resa dell’armata italiana in Tunisia. […] Al piano terra della caserma erano comparse scritte allusivamente antifasciste, e inneggianti alla libertà, che suscitarono un vespaio. Quando, per la ricorrenza del 24 maggio, fummo radunati in piazza, con altri pezzi della cittadinanza, ad ascoltare il federale di Campobasso, consistenti grange del nostro battaglione ne seguirono il discorso sdraiandosi provocatoriamente a terra. La prima domenica di giugno fummo convocati nel cortile della caserma per ascoltare un giovane ufficiale (forse tenente Bertolla, un docente universitario di Vicenza) che seppe muoversi sul filo del rasoio parlando dello Statuto del Regno, ma in modo trasparente e senza retorica. […] Il seme che si era formato nella fronda di Campobasso stava dando qualche esile frutto». Il XII Battaglione d’Istruzione si dissolse l’8 settembre, mentre la caserma “G.Pepe” venne date alla fiamme dalle truppe tedesche in ritirata.
 
di Antonio Salvatore