1861, l'esercito italiano a Campobasso

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Creato Mercoledì, 22 Aprile 2020 07:49
Ultima modifica il Mercoledì, 22 Aprile 2020 07:52
Pubblicato Mercoledì, 22 Aprile 2020 07:49
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La presenza di reparti dell’Esercito Italiano a Campobasso ed in Molise risale, ovviamente, a partire dal 1861, anno della proclamazione dell’Unità d’Italia (17 Marzo 1861), allorquando, diversi contingenti militari vennero inviati nelle regioni meridionali d’Italia per combattere quel fenomeno che verrà definito “brigantaggio post unitario”, fenomeno che, ancora oggi, risulta essere una ferita non del tutto sanata o forse non del tutto pacatamente analizzata e studiata. Nato dalla fusione della “Armata Sarda” con gli altri eserciti operativi degli altri Stati preunitari, il Regio Esercito Italiano vide compiuta la sua denominazione il 4 Maggio 1861 con la nota n. 76 in cui il Ministro Manfredi Fanti: «rende noto a tutte le Autorità, Corpi ed uffici Militari che d’ora in poi il Regio Esercito dovrà prendere il nome di Esercito Italiano, rimanendo abolita l’antica denominazione di “Armata Sarda”». La presenza militare nel Meridione, all’indomani della proclamazione dell’Unità d’Italia, era di circa 20.000 uomini, costituenti il VI Corpo d’Armata che, al comando del Generale Giovanni Durando, erano per lo più schierati nella città di Napoli e nei capoluoghi di provincia. La delicata situazione politica internazionale suggeriva una forte presenza armata lungo il fiume Mincio, confine naturale con l’Impero Austro-Ungarico e, pertanto, questa situazione si rifletteva in una debole presenza dell’esercito nelle altre regioni italiane e soprattutto in quelle meridionali, la cui difesa era affidata principalmente alla Guardia Nazionale, che spesso risultava ancora male organizzata. La situazione nel Meridione però, era tutt’altro che tranquilla, infatti, ai problemi di natura economica, politica, sociale e non di meno militare, legato al non controllo di migliaia di soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, si aggiunse l’introduzione da parte del Governo di nuove leggi e soprattutto nuove tasse molto gravose per le fasce più deboli della popolazione, rendendola così ancor più insofferente. Così, alle già operative formazioni armate nate come “reazione” nel 1860 si aggiungono, nel 1861, numerose bande, che non riconoscendo la legittimità e l’autorità del nuovo Governo Italiano, si scontrano ripetutamente con le truppe regolare e a cui seguì una risposta politico militare fortemente repressiva. Il fenomeno porterà ad una escalation di violenza che culminerà con la promulgazione di provvedimenti legislativi eccezionali e la proclamazione ovunque dello stato d’assedio. Nel 1863 per la “guerra” al brigantaggio saranno impiegati circa 120.000 uomini dell’Esercito Italiano di cui: 52 reggimenti di fanteria, 6 reggimenti granatieri, 5 reggimenti di cavalleria, 19 battaglioni di Bersaglieri, verrà rinforzata la Guardia Nazionale e aumentati i reparti di Carabinieri. Ovviamente, anche il Molise, tra le provincie meridionali fortemente filo borboniche, così come riportato dalla prima pagina di uno dei più importanti giornali dell’epoca: «Campobasso capoluogo della provincia di Molise, centro della reazione borbonica», sarà  teatro di violenze e scontri armati tra briganti e truppe regolari e dove non di rado si avvicenderanno “occupazioni” e “liberazioni” di borghi e paesi. La città di Campobasso, in qualità di capoluogo della Provincia di Molise e soprattutto come sede delle Carceri Giudiziarie, sarà testimone del passaggio di numerosi reparti militari che nella stessa città insedieranno la loro base logistica e di comando. Di particolare interesse sono le memorie di un giovane ed erudito ufficiale del 36° Reggimento Fanteria. Angiolo De Witt, a cui il 17 Luglio 1862 venne dato l’ordine di condurre a Campobasso circa 600 sbandati, come abbiamo visto così erano chiamati i soldati del disciolto Esercito Borbonico. Il De Witt così commenta: Cammina, cammina eravamo presso al termine della seconda ed ultima tappa, e   Campobasso, luogo della nostra nuova destinazione, si preannunziava a noi coi suoi vigneti e con i radi casini di campagna, che ci appari,vano e sparivano con tarda vicenda. Avvertimmo in lontananza un attruppamento di persone che ci veniva incontro, le vedette mi mandarono a dire per mezzo di un soldato, che venne a noi a passo di corsa, essere alle viste un distaccamento di truppa regolare, io supponi che cosa poteva essere, e fatto fare alto all'avanguardia, mandai un altro soldato al capitano per informarlo dell'incontro; infatti il grosso del battaglione in pochi minuti ci raggiunse per formare con noi una sola colonna su quattro righe. Dopo brevi istanti giunse al nostro orecchio il suono di una fanfara militare che si partiva da quel drappello, il quale pervenuto ad incontrarsi con noi riconoscemmo essere un mezzo battaglione del 36° nostro reggimento in testa al quale erano lo stesso colonnello e molti ufficiali. In mezzo degli evviva all'Italia ed al Re fu fatto delle due colonne una schiera sola, ed al suono della bella gi gu gi entrammo in Campobasso alle ore 7 di sera.[…] Pochi curiosi di quella città erano a vederci arrivare, e quei pochi ci dimostravano la più fredda indifferenza, eppure eravamo andati colaggiù per difendere le loro persone ed i loro averi molto pericolanti […]. Queste memorie ci restituiscono anche uno spaccato di come si presentava la città di Campobasso in quegli anni. Del resto, Campobasso è una città di circa diecimila anime, a sufficienza commerciale, e però provveduta di comodi alberghi, di caffè, e di vari fondachi, cose tutte, che rendono quel soggiorno preferibile a molte altre località del napoletano. Eranvi, in quell'epoca, un tribunale, una prefettura, una collegiata, molti conventi, un avanzo di fortilizio, ed un capace nonché ben costruito stabilimento penitenziario, munito di ponte levatojo, e di profondi fossi all'intorno, e diviso in quattro sezioni bastionate, dalle alte vette delle quali, con poche sentinelle potevansi sorvegliare tutte le aree esterne, dove allora si ammucchiava una folla di circa millecinquecento detenuti, fra briganti, manutengoli e reazionari. Dallo scritto di Angiolo De Witt infine, è rintracciabile anche l’aspetto sociologico, quasi “classista” degli Ufficiali dell’epoca infatti, nel raccontare un episodio accaduto a Colletorto tra una Compagnia di Fanteria e la popolazione locale, è interessante notare come l’autore epiteti con la parola “cafoni” gli abitanti del paese e utilizzi l’aggettivo “italiani” esclusivamente per i soldati.  Il colto Ufficiale però, non poteva immaginare che duemila anni prima, proprio gli avi di quei “cafoni” avevano dato vita e significato alla parola “Italia”. Con la breccia di Porta Pia e quindi la presa di Roma da parte dell’Esercito Italiano, il 21 settembre 1870, venne considerato ufficialmente concluso il fenomeno del brigantaggio.
 
di Antonio Salvatore