Lo “strano” caso del maresciallo Marco Diana

Creato Mercoledì, 25 Maggio 2016 21:48
Ultima modifica il Mercoledì, 18 Aprile 2018 10:17
Pubblicato Mercoledì, 25 Maggio 2016 21:48
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“I militari banditi dall’Italia non si trovano solo in India”, è il titolo di un articolo di qualche anno fa che tentava di riportare sotto la luce dei riflettori mediatici i casi, purtroppo non sporadici, di quei militari italiani che hanno pagato caro il prezzo della loro esperienza professionale ed in aggiunta, oltre al danno, hanno ricevuto e ricevono tutt’ora, l’amara e crudele beffa delle stesse Istituzioni che hanno con orgoglio rappresentato. Il mio personale passato militare, vestito della storica e gloriosa divisa dei Granatieri di Sardegna, mi porta spesso a rileggere quell’articolo e a ricordare la drammatica quanto “strana” vicenda di Marco Diana, giovane Maresciallo dei Granatieri, sul quale la tempra del Granatiere si è aggiunta a quella già innata di autentico uomo sardo. Dalle missioni nella assolata Somalia devastata dalla guerra civile e nei Balcani sconvolti dall’odio etnico il maresciallo Marco Diana è tornato con un male che gli corrode la carne. Un cancro terribile che però non è riuscito a piegare la sua tempra. Marco Diana è così diventato il simbolo di quell’umanità sofferente in divisa che paga un conto troppo alto non tanto al proprio destino di soldato, ma per la responsabilità di chi l’ha esposta all’uranio impoverito e ad altri micidiali cocktail chimici. Marco Diana vive da 18 anni sospeso tra la vita e la morte. Lo sostengono nella sua battaglia le terapie che vengono testate su di lui e certificate dall'Istituto Europeo dei tumori diretto da Umberto Veronesi. Ma il Granatiere di Sardegna ha un secondo fronte sul quale combattere. Ed è quello contro una burocrazia ottusa e senz’anima, contro l’insensibilità di strutture che non percepiscono il doloroso senso della sua tragedia di uomo. Così, periodicamente, il suo protocollo terapeutico si inceppa. E lui è costretto all’odiosa umiliazione di chiedere aiuto, di chiedere giustizia. L’ultimo più avvilente episodio è stato qualche tempo fa, quando, nella sua pagina Facebook Diana ha annunciato della necessità di vendere la sua casa e il suo oliveto per poter pagare le medicine che lo tengono in vita. Nell’agosto del 2008 provocarono enorme impressione le sue parole disperate: «Se il governo non mi darà quello che mi ha promesso quattro anni fa, mi incatenerò all’Altare della Patria e morirò davanti a tutti». Ma la situazione si ripete periodicamente: qualcosa nell’assistenza, nel rimborso di farmaci costosissimi, va in corto circuito e Marco Diana è costretto a lanciare i suoi appelli per non morire. E che il tumore che si porta dentro sia legato alle sue missioni, alle c.d. cause di servizio, è fuori da ogni dubbio. Quando partecipò all’operazione Restore Hope, in Somalia, nel 1992-1993, gli americani usarono una grossa quantità di proiettili all’uranio impoverito. «I missili sparati dai loro elicotteri - racconta Diana – sollevavano enormi nuvole di polvere bianca. Quella polvere ci avvolgeva e noi la respiravamo. E ridevamo degli americani che poi scendevano sul campo avviluppati in tute che li facevano sembrare dei marziani. Ridevamo e non sapevamo che stavamo respirando un veleno che ci uccideva. Loro non avevano un lembo di pelle scoperta, noi eravamo in pantaloncini corti e a petto nudo. I nostri comandanti, quando andavamo a chiedere spiegazioni, definivano il loro abbigliamento “americanate”. “Dopo l’attentato al check-point Pasta, ci fu impedito di entrare a Mogadiscio. Noi, prima, per andare al porto e all’aeroporto, passavamo per la via imperiale, fatta dai nostri connazionali ai tempi del fascismo. Dopo Pasta hanno aperto una bretella che ci permetteva di arrivare a una strada periferica esterna, fuori Mogadiscio, affinché non avessimo più contatti con la città. La bretella passava proprio dentro un’area utilizzata dagli Americani. Quindi non si poteva usare se non con preavviso. Mi spiego meglio: io ero anche capo nucleo scorte di sicurezza della Somalia. Dovevo, in sintesi, scortare i convogli che entravano e uscivano da Mogadiscio. Dopo l’attentato al check-point di Pasta, con la proibizione di passare per la via imperiale, dovevamo transitare per questa bretella in Apgoi, che era il poligono di tiro degli USA. Quando arrivavo con il convoglio, avvisavo, loro si fermavano e ci facevano passare. Transitata la colonna, ripartivano a sparare. Ogni volta che passavamo per di là, la pelle si ricopriva di polverina bianca. Bruciava come se avessimo il corpo colpito da migliaia di punture di spilli. Non passava nemmeno dopo aver fatto la doccia”.

Avv. Giuseppe Frate