Italia-Egitto: il cinico traffico di armi contro i diritti umani

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Creato Martedì, 09 Febbraio 2016 18:04
Ultima modifica il Giovedì, 18 Febbraio 2016 21:03
Pubblicato Martedì, 09 Febbraio 2016 18:04
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La recente morte in Egitto del ricercatore friulano Giulio Regeni, le cui circostanze sono ancora poco chiare, ha lasciato l’opinione pubblica italiana senza parole. E’ necessario scoprire la verità (lo stesso Ministro Gentiloni ha ribadito: “Non ci accontenteremo di verità presunte”) e, come affermato in un recente appello del presidente della Repubblica Mattarella, bisogna consegnare i responsabili alla giustizia “attraverso la piena collaborazione delle autorità egiziane”. Per raggiungere tale obiettivo è necessario far luce su quali siano i rapporti tra il nostro paese e l’Egitto. Secondo Rete Disarmo, le relazioni che legano l’Italia all’Egitto vanno contro la sospensione delle licenze di esportazione verso il paese nordafricano di armi e materiali utilizzabili a fini di repressione interna decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione Europea. Infatti, secondo le dichiarazioni di Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia, nonostante le restrizioni, mai revocate, stabilite dall’Unione Europea, l’Italia ha continuato imperterrita a fornire armi all’Egitto: nel 2014 ha venduto 30mila pistole alle forze di polizia egiziane e, ancora, nel 2015, ha inviato in Egitto 1236 fucili a canna liscia. Secondo Amnesty International da quando il generale Al Sisi è salito al potere, le organizzazioni per i diritti umani hanno registrato centinaia di casi di sparizioni e oltre 1700 condanne a morte, quasi tutte ancora non eseguite, senza contare che la tortura è un’arma abitualmente praticata in Egitto, sopratutto nelle carceri, nelle stazioni di polizia e nei centri di detenzione. “In questo contesto – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo – appare ancor più grave il continuo invio dall’Italia di armi verso l’Egitto: significa, infatti, sostenere direttamente l’operato delle forze di polizia e di sicurezza e fornire strumenti per poter compiere le loro brutali azioni di repressione”. Dulcis in fundo, Martina Pignatti Morano, presidente dell’associazione “Un ponte per…” , aggiunge che l’Italia, in cambio di un accordo sulla vendita e trasporto del gas naturale trovato dall’ENI a largo delle coste egiziane, ha scelto di attuare “una riabilitazione politica del regime militare” di Al-Sisi, il quale, dalla propria nascita, non ha mai rispettato diritti umani e libertà d’espressione. I giornalisti, in Egitto, subiscono persecuzioni e processi irregolari. Vi sono migliaia di attivisti laici e musulmani nelle carceri della tortura e dell’ingiustizia e in questi luoghi l’apprendimento della logica del terrore potrebbe indurre chiunque a diventare un jihadista. Distruggere queste realtà è di fondamentale importanza per la lotta contro il terrorismo e ora, sta all’Italia, decidere da che parte stare.

di Francesco Lazzaro (studente Scuola di Giornalismo per Ragazzi di Campobasso)