GEOPOLITICA E RELAZIONI INTERNAZIONALI

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Creato Giovedì, 30 Gennaio 2014 13:09
Ultima modifica il Giovedì, 30 Gennaio 2014 13:09
Pubblicato Giovedì, 30 Gennaio 2014 13:09
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La rinascita della Geopolitica

 

Nel secondo dopoguerra, la Geopolitica accademica subì un bando dalle Istituzioni accademiche, in quanto veniva associata al nazismo; la stessa parola sparì quasi dai vocabolari. Essa si ripresenta a metà degli anni Ottanta, ma sotto una veste molto più scientifica, lontana il più possibile dalla Geopolitica classica d’anteguerra. Essa infatti comincia a studiare i vecchi, ma anche i nuovi attori coinvolti in conflitti territoriali, non soltanto quindi lo Stato-Nazione, le popolazioni locali e indigene, le articolazioni politiche regionali e locali, lo sviluppo ambientale sostenibile, ma anche le multinazionali.

Durante la Guerra Fredda, se il prisma politico portava a una divisione politica del mondo in due parti, l’Est e l’Ovest, la realtà economica, da parte sua, lo frazionava in tre insiemi: l’Occidente, capitalista, le economie socialiste pianificate, e infine il Sud, povero e sottosviluppato, spesso chiamato Terzo Mondo. L’emergere di nuove potenze economiche nell’emisfero Sud non segna soltanto la fine del concetto di Terzo Mondo, ma porta soprattutto all’inasprirsi delle rivalità commerciali tra gli occidentali alla continua ricerca di nuovi mercati. Dagli inizi degli anni Novanta possiamo osservare una singolare evoluzione, cioè che l’economia diventa un sostituto della politica e dell’ideologia come fattore di coesione nazionale davanti allo straniero. Sono le questioni economiche e finanziarie ad essere poste in primo piano grazie all’interdipendenza delle economie. Non tutti i conflitti sono economici, ma alla base di molti di essi c’è spesso un movente economico, che a volte è stato la semplice necessità di sopravvivenza, e in altri casi la preoccupazione di assicurarsi degli sbocchi, il desiderio di impadronirsi di un territorio, di un mercato, un fattore di produzione, di un elemento di vendita, che permetta di aumentare il potere o la ricchezza di una collettività. Si parla oggi di “guerra economica” quando si assiste a pratiche di dominazioni economiche sistematiche da parte di uno o più Paesi in su un altro. Le varie azioni possono essere di diverso tipo: non vendere al Paese aggredito le materie prime, l’energia, le forniture tecnologiche di cui ha bisogno, creare “cartelli offensivi” destinati a far lievitare i prezzi di determinati prodotti, come fu attuato dall’OPEC nel 1973; proporre la vendita di determinati prodotti in regime di concorrenza sleale; utilizzare in modo discriminatorio il contingentamento fisico dei diritti doganali o degli ostacoli non tariffari (regolamenti tecnici o sanitari); favorire la creazione di mercati pubblici riservati a imprese nazionali e a certe attività dei monopoli, che favoriscono gli Stati più

forti nei confronti del Paese più debole, che vedrà nello stesso tempo compromessa la sua capacità di formulare una politica di potenza, la sua stabilità e la sua coesione interna (Jean, 2012, cit.).

Stato, territorio e ricchezza: sistema-paese e competitività

In passato, in economia dominava una politica difensiva, che era propria del mercantilismo, del protezionismo e dell’autarchia. Il territorio dello Stato e le dimensioni del mercato erano per lo più coincidenti. Adesso, gli Stati sono rimasti territoriali, mentre il segmento più ricco della popolazione, quello che un tempo aveva costituito l’ossatura degli Stati nazione moderni, è diventato nomade. La competitività, cioè la produttività relativa del sistema Paese, sta diventando una componente strutturale del nuovo contratto politico e sociale fra ogni Stato e i suoi cittadini. L’ossatura della competitività del sistema Paese è basata sulle “dotazioni di ambiente”, che costituiscono economie esterne alle imprese, in grado di renderle più attraenti. Basti pensare alle infrastrutture e ai servizi, alla formazione professionale alla ricerca e allo sviluppo, alla correttezza e trasparenza della pubblica amministrazione all’efficienza anche in termini temporali della giustizia civile; all’intelligence economica, al basso costo dell’energia ed altro (Jean, 2012, cit.).

Geofinanza

Prima degli anni Settanta, con l’esplosione del processo di liberalizzazione e di deregolamentazione, iniziato nel Regno Unito con la Tatcher e negli Usa con Reagan, esisteva un forte collegamento fra la finanza e l’economia reale. La moneta era uno strumento di scambio e di riserva al servizio dell’economia. Adesso, le cose sono cambiate tenendo conto dei derivati e dei features e assimilabili, le attività finanziarie complessive sono diventate pari a 12-15 volte il Pil mondiale. Gli Stati, pertanto, non sono in grado di resistere a massicci attacchi se non con iniziative concordate a livello globale; la finanza si è dissociata dall’economia, permettendo massicci fenomeni speculativi anche sui debiti sovrani. La de-materializzazione e la virtualità dei features hanno contribuito alla deterritorializzazione della ricchezza e, quindi, all’erosione della centralità degli Stati e del primato della politica; inoltre, hanno anche determinato l’idea che la finanza sia più importante e remunerativa delle attività produttive. Tutti sono consapevoli della centralità che gli accordi di Bretton Woods avevano attribuito al dollaro e ai vantaggi che tale privilegio determinava (e tuttora determina) a favore degli Usa; tale vantaggi si accentuarono dopo il 1971, quando fu abolita la convertibilità del dollaro in oro, e gli Usa ebbero la possibilità di finanziare i loro debiti commerciali e di bilancio stampando moneta e titoli di Stato. Non ci si poneva praticamente l’interrogativo sulla possibilità che una grande potenza come gli Usa, potesse continuare a essere in deficit. La liberalizzazione delle economie propria del Washington Consensus, a cui si ispirano gli

interventi del FMI e della Banca Mondiale, nonché l’informatizzazione, hanno contribuito ad erodere il potere degli Stati sulla gestione della finanza e sull’economia. Si è spezzata la catena tra Stato, territorio e ricchezza che esisteva non solo nelle società agrarie, ma anche in quelle della prima rivoluzione industriale. La Geofinanza sta caratterizzando la politica del XXI secolo; attraverso la guerra delle monete, l’impiego aggressivo dei fondi sovrani, le speculazioni sui debiti pubblici, il controllo delle agenzie di rating, la manipolazione dell’informazione, e così via, essa determina potenza e ricchezza delle Nazioni o, viceversa, ne decreta il declino. Gli interventi sono difficili e molto contestati, perché esiste un risentimento diffuso nei confronti dei responsabili del sistema finanziario, cui viene attribuita la colpa della crisi. Risentimento accresciuto dal fatto che le banche sono riuscite a far socializzare le loro perdite, mantenendo utili elevati e ingiustificati livelli retributivi per i loro dirigenti, oltre a opporsi a ogni forma di regolamentazione, anche con ritorsioni quali la contrazione del credito alle imprese e alle famiglie, che i Governi centrali non riescono a neutralizzare.

Geonergia

Nonostante gli investimenti nelle energie alternative, che coprono poco meno del 3% del fabbisogno energetico mondiale, le fonti fossili, come petrolio, carbone e gas, almeno per un altro secolo abbondante rimarranno fondamentali sia per l’uso industriale sia per gli usi civili, grazie anche ai nuovi processi di urbanizzazione, che vedono vasti segmenti di popolazione spostarsi dalle campagne alle città. L’energia nucleare può essere applicata per scopi industriali, così come l’idroelettrica, la più pulita in termine di produzione; ma esse non potranno mai sostituirsi al petrolio, se non altro indispensabile per i trasporti. Se l’energia nucleare è quella che crea meno conflitti dal punto di vista Geopolitico, tra Paesi produttori e Paesi importatori, in quanto non esiste un cartello di produttori, è sicuramente la più pericolosa per potenziali incidenti. I casi di Cernobyl (1986) e di Fukuscima (2011) ne sono un esempio. Il petrolio ed il gas continueranno invece ad esser motivo di tensione tra gli Stati: il primo, per quanto riguarda il suo consumo e le sue riserve ancora disponibili, che spesso, per le sue cifre talvolta gonfiate, sono motivo di battaglia sia per gli ambientalisti che per i produttori; il secondo, perché si potrebbero creare tensioni tra Paesi produttori, Paesi di transito degli oleodotti e Paesi importatori. L’Europa ne è un classico esempio: la sua dipendenza sia dalla Russia che dall’Algeria potrebbe creare tensioni anche all’interno degli stessi Stati europei; la stessa Cina importa notevoli quantità di gas dalla Russia, per cui è auspicabile che i rapporti tra questi due paesi, insieme a quelli con l’Iran, ma anche col Canada e col Venezuela, grandi produttori sia di petrolio che di gas, siano più che buoni. Anche i problemi legati all’alimentazione sono strettamente legati a quelli energetici, poiché, nelle società industriali,

il consumo di carne in continuo aumento, nonostante che da più parti se ne condanna il consumo, necessita di una crescente disponibilità di energia, così come per la produzione agricola. Da questo punto di vista, paesi come la Cina o l’Arabia Saudita, che hanno grossi deficit di produzione agricola legati alla numerosità della popolazione o all’asperità del territorio desertico, prendono in affitto terreni agricoli dagli Stati che ne hanno invece grandi disponibilità, come ad esempio il Brasile o l’Ucraina. Se nel caso economico e finanziario la Geopolitica ha diminuito la sua influenza, nel caso delle risorse energetiche e alimentari disponibili, con i relativi problemi ambientali collegati (cambiamenti climatici, disastri idrogeologici), si assiste, al contrario, ad una sua rivincita, ma pertanto anche della geografia determinista, che vede i disagi delle popolazioni influenzati prevalentemente dai fenomeni geografici più che dall’avidità politica.

Geopolitica e ambiente

Il caso più studiato dalla Geopolitica rivolta alla questione ambientale è quello dell’effetto serra, relativo ai cambiamenti climatici e dell’atmosfera. Le Nazioni Unite, tramite Organismi politici ad essa associati, presentano annualmente Rapporti sull’ambiente. Da alcuni studi pubblicati, sembra che la temperatura media del globo, potrà subire un futuro aumento tra gli 1,4 e 5,8 gradi centigradi rispetto ad oggi. Gli esperti dell’ Intergovermental Panel on Climate Change sottolineano come c’è una chiara correlazione tra l’attività umana di produzione, i consumi energetici, l’ incremento della concentrazione di anidride carbonica, e l’ aumento della temperatura media. Anche gli ossidi di azoto e l’ozono sono cresciuti, rispettivamente, del 15% e del 145%, anche se rispetto all’anidride carbonica hanno un tempo minore persistenza in atmosfera. I danni associati ai cambiamenti climatici sono valutati tra l’1 e l’1,5 % del PIL nei Paesi sviluppati e tra il 2 e il 9% nei Paesi in via di sviluppo. E’ importante quindi progettare politiche economiche ed ambientali che tengano conto delle caratteristiche di ogni Paese. Un secondo tema di rilevante importanza è quello relativo alla deforestazione e alla perdita della diversità biologica. Lo sfruttamento eccessivo delle foreste, oltre a danni alla capacità di riproduzione, provoca la riduzione di vaste aree del verde, che costituiscono uno dei principali “serbatoi di anidride carbonica”, in quanto la assorbono. L’altro fenomeno interessa soprattutto i Paesi in via di sviluppo (continuando con questa velocità, spariscono circa 250000 km2 l’anno di foreste, superficie pari quasi a quella superficie dell’Italia). Note sono le cause della deforestazione: l’ampliamento delle terre coltivabili, per far fronte alla crescita demografica e quindi alle necessità alimentari; una domanda sempre maggiore di legname da parte dei Paesi industrializzati e non , che interessano oltre un miliardo di popolazione, in cui il legno per il 90% copre il loro fabbisogno energetico. Questo comporta di conseguenza la perdita della biodiversità, aspetto fondamentale dell’ambiente, soprattutto perché la deforestazione interessa le

foreste tropicali; il rischio idroegeologico, poiché la mancanza di coperture forestali modifica la capacità di scorrimento delle acque superficiali, incrementando l’erosione e squilibrando i bacini idrici; l’aumento dell’anidride carbonica. Purtroppo, il tavolo di discussione sulla deforestazione, instaurato in seno alle Nazioni Unite dal 1995, rimane ancora in una situazione di stallo. Su un altro problema molto importante, anch’esso di natura globale, dell’assottigliamento dello strato di ozono presente nell’atmosfera, di cui sono responsabili Clorofluorocarburi, processo che espone maggiormente alla aggressività dai raggi solari, e che comporta un aumento dei tumori della pelle, anche se questo si sottolinea non è sempre collegato ai problemi dell’ozono. Nel 1987 è stato firmato il Protocollo di Montreal, per la riduzioni di Cfc. Nonostante esistano Problemi legati ai comportamenti dei paesi non firmatari del protocollo, possiamo dire che la riduzione si sta attuando, se pur lentamente. Un altro punto interessante, di carattere non propriamente globale, bensì transnazionale, è quello delle piogge acide, dovute al rilascio di agenti inquinanti di biossido di zolfo e ossidi di azoto, successive alla fase di combustione delle centrali termoelettriche a carbone. L’ex Federazione russa costituisce il principale gruppo di Paesi responsabile delle piogge acide; gli inquinanti acidi, per la loro duttilità, si spostano poi velocemente verso altri Paesi, come quelli europei ad Ovest, più responsabili, che ne subiscono purtroppo le conseguenze.

Dagli anni Settanta ad oggi, sono stati firmati oltre 200 trattati relativi all’ambiente. La più nota conferenza internazionale sui temi ambientali si è svolta a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992. L’obiettivo, purtroppo non raggiunto dalla Conferenza, era quello di stipulare una Carta della terra, che venne sostituita alla Dichiarazione di Rio, un documento purtroppo dai contenuti più politici che ambientali. Un ruolo in negativo, per la mancata applicazione delle clausole, è dovuto all’atteggiamento degli Stati Uniti. Alla Convenzione sui Cambiamenti Climatici si è aggiunto il Protocollo di Kyoto del 1997, per il controllo dei gas serra. Il tema del cambiamento climatico sta diventando e resterà il tema ambientale più importante dalla cui soluzione dipenderà la sopravvivenza della vita sulla superficie terrestre (Jean, 2012, cit.).

Alcune teorie della Geopolitica contemporanea

Fra le principali teorie affermatisi nel dopo guerra fredda che potremo considerare “geopolitiche” merita ricordare quelle della “Fine della storia” di Francis Fukuyama (1992), e dello “Scontro di civiltà” di Samuel Huntington (2000). Il saggio più conosciuto di Fukuyama, La fine della storia, è del 1992, dopo il collasso degli Stati a regime comunista. Secondo Fukuyama, la vittoria del

sistema capitalista avrebbe fornito un paradigma ideologico di riferimento, - la prevalenza dell’economia sulla politica - , ma non sarebbe mai riuscito ad eliminare tensioni, dispute territoriali o conflitti locali per l’egemonia regionale. Dopo gli attentati alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, Fukuyama divenne uno degli Studiosi di riferimento dei Neoconservatori americani. Nel suo pensiero, elabora la tesi che vede la contrapposizione delle forze razionali della tolleranza, del secolarismo e della separazione tra la religione e la politica da un lato, e quella dell’irrazionalismo, rappresentata dai vari fondamentalismi. Huntington invece sostiene, nel suo Scontro di civiltà, del 1993, che la fine della guerra fredda ha riaperto quei conflitti, latenti da tempo, ma rimasti in disparte per la eccessiva polarizzazione legata alla guerra fredda, che se aveva bloccato la conflittualità tra le grandi civiltà e le principali religioni, la sua fine l’avrebbe fatta riemergere. Secondo lo studioso , le principali civiltà da lui chiamate sono: il cristianesimo (cattolicesimo e protestantesimo), l’ortodossia, l’ebraismo, l’Islam, il confucianesimo (che non è una religione ma una regola di vita), il buddismo, l’induismo, la civiltà latino-americana, una non meglio precisata civiltà africana. Tutte le faglie presentano delle considerazioni in parte giuste ed in parte meno legittime. Ad esempio, il modello di economia liberale, che si dava per vincente, insieme al diffondersi della libertà e della democrazia, come sostenuto da Fukuyama e che aveva ispirato in parte la politica di Bush, viene messo in discussione per la crisi economica che, partita dagli Stati Uniti, è andata caratterizzando quasi tutti i principali paesi industrializzati. Le tesi di Huntigton, possono viceversa valere per la crisi, come nel caso dell’ ex Jugoslavia e altre realtà locali, dovute a scontri etnico-identitari. Se purtroppo il conflitto etnico ha influito, come l’instabilità politica, nel caso della guerra al terrorismo islamico, la storia ha dimostrato e dimostra che le civiltà e le religioni, seppur influenzando la Geopolitica e il senso di solidarietà dei popoli e degli Stati, non sono i veri e propri elementi giustamente sulla scena internazionale; la politica e i conflitti continuano ad avere nella ricerca del potere e del prestigio, e nella difesa di interessi economici e materiali la causa più determinante.

Altri due autori di notevole importanza, che seguono una linea geopolitica più tradizionale, sono Zbigniew Brzezinski ed Henry Kissinger. Questi non si concentrano sui fondamenti ideologici quali possano essere la difesa della libertà e della democrazia, o dei valori religiosi e culturali; utilizzano i parametri più classici come le condizioni geografiche, legate al possedimento di risorse economiche, come probabili fattori di tensioni geopolitiche. Brzezinski individua gli “archi di crisi”, che sono il Medio oriente, l’Africa settentrionale e l’Asia centrale, realtà nelle quali possono avvenire forti competizioni per il controllo delle risorse emergenti. Egli, come anche Kissinger, auspica una collaborazione tra le grandi potenze, perché una iper-competizione non gioverebbe a nessuno; né agli Usa, che pur essendo i garanti della sicurezza mondiale per la loro superiorità

strategica, sono una potenza a debito, né alle altre grandi potenze, Russia e Cina, esclusa l’Europa (legata ancora agli Stati Uniti). La Geopolitica moderna non deve infatti prevedere postulati di partenza legati a schemi fissi, come poteva essere durante la guerra fredda, ma deve adattarsi, di volta in volta, alle situazioni contingenti con alleanze a geometria variabile (Jean, 2012, cit.).

La scomparsa delle costanti della Geopolitica classica

La fine della Prima guerra mondiale ha prodotto cambiamenti Geopolitici sostanziali, come il ridimensionamento alle ambizioni tedesche di dominio imperiale, ma anche delle altre nazioni europee che in qualche modo erano state grandi potenze. A dimostrazione di come la Geopolitica fosse influenzata da fattori tanto geografici, quanto sociali e culturali, lo dimostrano i cambiamenti nei confini politici degli Stati sono stati accompagnati molto spesso a cambiamenti istituzionali. Basti pensare alla Germania che dopo aver visto finire la dinastia imperiale e, seppur molto ridimensionata dal trattato di Versailles, diventò la Repubblica di Weimar; agli Stati Uniti, con l’internazionalismo democratico del presidente Wilson, in controtendenza rispetto alle precedenti visioni Geopolitiche che erano rigorosamente isolazioniste, furono determinanti nella sconfitta degli Imperi centrali. Alla Gran Bretagna e la Francia, potenze alleate in Europa contro la Germania, ma avversarie nei tre secoli precedenti nella conquista delle colonie in tutti i continenti, seppur vincenti, uscirono dal conflitto notevolmente ridimensionate. Non meno significativi furono la fine dei grandi Imperi, come quello Austro- Ungarico, che si trasformò in una miriade di piccole repubbliche indipendenti divise secondo una base non etnica, cosa che poi darà luogo a forti tensioni sociali ed etniche; la riorganizzazione dell’unità Ottomana, divisa tra la componente turca, diventata poi una repubblica laica e secolarista, e quella araba, che ancora oggi non conosce una condizione minima di pace; come anche la fine della Russia zarista, trasformata in Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la “vittoria mutilata” dell’Italia sono esempi di riorganizzazioni Geopolitiche a base non geografica. In Asia invece sicuramente l’emergere del Giappone e la fine dell’Impero Manciù e la nascita della Repubblica Cinese rientrano in un processo di riequilibrio culturale; il fragile equilibrio che ne derivò faceva presagire comunque quei cambiamenti che poi si sarebbero realizzati con l’avvento del fascismo e del nazismo in Europa, con le sue varianti nazionali e dell’imperialismo giapponese in Asia, e che poi portarono alla Seconda guerra mondiale.

Nel secondo dopoguerra, dal 1945 il poi, si cercava di non utilizzare il termine Geopolitica nei rapporti internazionali tra gli Stati, anche se, in realtà, di ciò si trattava. La guerra fredda, sotto la spinta delle ideologie, come quella social-comunista, dovuta alla vittoria dell’Unione Sovietica, nella sua estensione territoriale dei suoi confini sia verso Ovest, sia verso Est, pur pagando un prezzo enorme in termini di vite umane e di perdite economiche notevoli, e gli Stati Uniti, con i

loro ideali di libertà economica, con una economia sempre in crescita ed in espansione, polarizzarono a lungo i rapporti interni ed internazionali dei singoli Stati. L’URSS, in base al protocollo segreto Ribbentrop-Molotov del 1939, per una realtà politica risultò una potenza vincente, annettendosi le Repubbliche baltiche dell’ Estonia, della Lettonia e della Lituania, che entrarono a far parte della Federazione Sovietica. L’Ucraina riuscì a mantenere intatta quella parte della Bessarabia e della Bucovina che precedentemente erano territorio romeno, la Bielorussia si estese invece verso Ovest a danno della Polonia, che a sua volta si espanse nella stessa direzione a danno della Germania. Nella regione del Pacifico, l’URSS conquistò le isole Curili e Sahalin, precedentemente perdute durante la guerra del 1904-05 tra Giappone imperiale e Russia Zarista . In questo quadro gli Stati Uniti si poterono presentare come la potenza vincitrice e come l’unica, grazie alla conservazione delle proprie risorse umane ed industriali, in grado, sempre tutelando i suoi interessi, ad inglobare l’ Europa e parte dell’Asia nella sua sfera di influenza cioè nell’orbita del capitalismo liberale, ad eccezione di Francia ed Italia che mantennero una forte intonazione sociale, mentre i paesi dell’Europa orientale venivano controllati dai vari partiti comunisti locali legati a quello sovietico. Nel 1949 anche la Cina riusciva, dopo una lunga guerra civile, a diventare una Repubblica popolare, ostile a quella sovietica, a dimostrazione che nell’ambito Geopolitico, quando gli interessi nazionali, anziché convergere si scontrano, il collante ideologico e politico passa in secondo piano. Negli stessi anni, la Guerra fredda trovava il suo apice nella guerra di Corea (1950-53), che portò alla divisione tra la Corea del Nord e quella del Sud lungo il 38° parallelo.

Dopo il termine Geopolitica non viene più usato fino alla fine degli anni Settanta, quando, finita la guerra del Vietnam, ne inizierà un’altra a bassa intensità, che coinvolgerà la Cina popolare e lo stesso Vietnam socialista. Due potenze espressione della stessa ideologia, in questo caso quella comunista, arrivarono a risolvere controversie territoriali, in questo caso il controllo del fiume Mekong, tramite una guerra. Lo stesso termine guerra a bassa intensità verrà poi utilizzato per indicare la sanguinosa guerra tra Iraq e Iran (1980-88), per il controllo dello Shal-al-Abbat e il suo delta nel golfo Persico, e tra Iraq e Kuwait (guerra del Golfo del 1991). Nel frattempo, dopo la disfatta dell’Urss in Afghanistan (1979-1989), i maggiori cambiamenti si ebbero con la caduta del muro di Berlino che portò al crollo dei Paesi europei orientali a regime socialista legati al Patto di Varsavia, Paesi che subirono rivolgimenti sia geografici che politici. Tali cambiamenti ebbero il culmine drammatico con la crisi della ex Jugoslavia. A fronte di questi nuovi assetti in Europa, alcuni continenti, come l’Asia, iniziarono a conoscere uno straordinario progresso, mentre altri, come l’Africa, con le dovute eccezioni, registravano in qualche addirittura una regressione. Purtroppo la popolazione dei Paesi in via di sviluppo e sottosviluppati sta aumenta sempre notevolmente, così da tardare l’aumento del benessere e del miglioramento complessivo delle

condizioni di vita, riconfermando il presagio delle idee di Malthus che vedevano nello squilibrio dei beni offerti dalla terra e la crescita della popolazione mondiale una delle cause del non sviluppo.

Comunque le idee della Geopolitica classica, ancorché se importanti, vengono rimesse in discussione dalla nuova configurazione mondiale, dovuta a vari motivi, quali la crescita della democrazia negli Stati, che costringe la politica alla prudenza, cosa che invece nell’anteguerra non era considerata, in quanto veniva data per scontata la sottomissione incondizionata dei popoli; il ridimensionamento del determinismo geografico, dovuto ai progressi della scienza e della tecnica, che hanno in parte permesso la indipendenza del genere di vita e delle nuove culture dalle condizioni geografiche, svincolo che oggi sta portando a dei comportamenti omogenei in quasi tutte le parti del mondo; l’aumento della potenza degli arsenali di guerra (sia delle armi atomiche che razzi balistici), che riducono se non annullano l’influenza della estensione e della configurazione geografica, in funzione strategica e difensiva, di un territorio.

A tutto questo poi si è aggiunta recentemente una maggiore coscienza civica, che ha permesso di capire, come le guerre su larga scala, porterebbero, in virtù della potenza degli armamenti, ad una distruzione reciproca. I conflitti, adesso, sono prevalentemente locali e a bassa intensità; gli eserciti ipertecnologici dei Paesi più avanzati, dopo un iniziale intervento per risolvere i contenziosi politico-territoriali, lasciano poi il controllo delle risorse non più ai militari, che hanno finito il loro ruolo, se non in qualche rara eccezione, bensì a compagnie private pagate che ignorano ogni etica, per cui viene meno il ruolo strategico del territorio, e si ignora come i diritti di sfruttamento di una determinata risorsa in uno spazio definito non si conquistano più con la forza, ma vanno negoziati avendo presenti la necessità delle popolazioni che vivono in queste realtà solo “ipocritamente” democratiche.

 

di Giulio Tiradritti