Droni, il futuro della difesa

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Creato Giovedì, 30 Gennaio 2014 13:04
Ultima modifica il Martedì, 10 Marzo 2015 14:10
Pubblicato Giovedì, 30 Gennaio 2014 13:04
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Il drone è un aeromobile a pilotaggio remotocaratterizzato dall'assenza di piloti umani a bordo. Il  volo viene controllato dal computer a bordo del velivolo,  attraverso il controllo remoto di un navigatore, dal terreno o da un altro veicolo. Tali velivoli si stanno moltiplicando alla velocità della luce. Dieci anni fa i droni a disposizione del Pentagono erano in totale una cinquantina. Oggi sono circa 7000. Nel 2012 il mercato valeva complessivamente sette miliardi di dollari, entro il 2021 studi di settore prevedono che il mercato crescerà vertiginosamente fino a raggiungere la quota di 130 miliardi. Uno sviluppo per certi versi simile a quello degli aerei da  combattimento, usati nella Prima guerra mondiale soprattutto come ricognitori, poi diventati cacciabombardieri. Oggi sono circa 70 i Paesi, alcuni dei quali insospettabili, che producono o progettano di costruire droni, oltre ai quali ci sono quelli che li acquistano dall'estero. Per costruire un drone militare bastano $5 milioni, un caccia ne costa 60 o più. Decine di milioni si risparmiano poi smantellando la categoria dei piloti. Rispetto agli F35 la differenza dei costi è enorme: i contestati jet costeranno probabilmente centotrenta/centoquaranta milioni di dollari.  Per cui i droni,  hanno tutte le carte in regola per diventare i nuovi padroni dei cieli. Anche e soprattutto nel settore civile. Rispetto ai velivoli senza pilota per uso militare, quelli civili risultano pure più economici: per realizzarne uno bastano poche centinaia di migliaia di euro.

Stati Uniti. Il colosso americano Northrop Grumman, produttore degli Uav per il Pentagono, è in testa alla produzione mondiale di droni. Dietro la Northrop c'è la Lockheed Martin. L'Mq1 Predator e i più moderni Mq9 Reaper  della General Atomics sono i prodotti più conosciuti del settore. Il Predator è in produzione dal 1995, ed è stato usato come ricognitore. L'MQ-9 Reaper è un velivolo più grande e ha più capacità di carico del Predator. Può usare gli stessi sistemi di terra del MQ-1.  Nel 2008 la New York Air National Guard 174th Fighter Wing iniziò la transizione dall'aereo pilotato F-16 all'aeromobile a pilotaggio remoto MQ-9 diventando così il primo squadrone d'attacco pienamente automatizzato. La Northrop  sta anche sviluppando l'X B 47. Si tratta di un drone delle dimensioni di un caccia che è decollato il 14 maggio 2013 per la prima volta dal ponte di una portaerei americana, un test che potrebbe spianare la strada per gli Stati Uniti al lancio di aerei senza pilota da qualunque parte del mondo. L'X-47B è il primo drone progettato per il decollo e l'atterraggio su una portaerei, il che significa che Washington non avrebbe bisogno delle autorizzazioni degli altri Paesi per utilizzare le loro basi.

UE. L'UE spera di colmare il gap con gli USA. Attualmente ci sono all'incirca 400  progetti in ballo nel Vecchio Continente per la realizzazione dei velivoli a pilotaggio remoto. La tedesca Eads Cassidian, la francese Dassault Aviation e Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica hanno sottoscritto un'intesa in cui affermano di avere una visione comune della situazione degli aerei senza pilota e chiedono il lancio di un programma europeo per lo sviluppo di droni della categoria a media altitudine e lunga autonomia (in gergo Male). Affermano che un programma comune nella Ue sosterrebbe le esigenze delle forze armate europee e consentirebbe di mettere insieme i fondi pubblici di vari Paesi per la ricerca e lo sviluppo, per alleviare i problemi di ristrettezza dei bilanci. Nel novembre 2011 è stato firmato un memorandum tra i ministeri della Difesa di Italia e Germania sui droni. Tuttavia un anno fa i tedeschi hanno spiazzato gli italiani siglando un'intesa con la Francia, che già nel novembre 2010 aveva concluso due intese con la Gran Bretagna ponendo le basi per l'unione militare. All'accordo anglo-francese era seguita un'intesa industriale tra Dassault e Bae Systems per sviluppare un drone da ricognizione, il Talamos.

Francia.  Oltre ai programmi citati, sta negoziando con gli americani l'acquisto di 12 Reaper. Le forze francesi hanno utilizzato droni Harfang senza armi (basati sull'Heron israeliano) in Afghanistan, Libia e Mali.

Germania.Il gruppo paneuropeo Eads si è impegnato nella costruzione del drone tedesco Euro Hawk, clone dello statunitense Global Hawk.  Tale progetto tedesco si è bloccato dopo lo scandalo dei costi gonfiati che prima delle elezioni è quasi costato la testa al ministro della Difesa teutonico.  La Germania, col polverone sugli Euro Hawk, aveva cancellato il contratto con Northrop Grumman  rimandando tutto al post-elezioni.  Ma difficilmente Berlino potrà ritirare l'impegno preso. Le forze tedesche in Afghanistan hanno utilizzato droni Luna e Heron israeliani.

Regno Unito. Il Regno Unito è un vecchio partner degli Stati Uniti nell'uso dei droni armati. Finora nessun altro paese europeo ha utilizzato droni armati. Le forze militari britanniche hanno utilizzato i Predator statunitensi in Iraq dal 2004, prima di acquisire i propri droni Reaper per usarli in Afghanistan nel 2007. Da allora, il Regno Unito ha lanciato oltre 400 missili e bombe dai suoi droni in Afghanistan, un dato destinato ad aumentare quando il Regno Unito raddoppierà la sua flotta di droni armati nel prossimo anno, operando con droni sia dal proprio territorio che dal suolo statunitense. I  britannici di Bae Systems sono grandi produttori di droni. Taranis è un prototipo di tale azienda, semiautomatizzato e stealth.

Italia.  E’ diventata una piattaforma privilegiata per testarli ed è stata anche il primo Paese dell'Ue a usarli, sia pure solo a scopo ricognitivo e di intelligence, dopo la Gran Bretagna, invece l'unico Stato nel club dei 27 ad averli armati.  La flotta italiana, acquistata tra il 2001 e il 2008 per un importo complessivo di almeno 380 milioni di dollari, consiste oggi di 12 aerei teleguidati (sei Predator e sei Reaper).  Sono in forze al 32esimo stormo della base militare Amendola (FG).
I 6 Predator, progettati per perlustrare territori e scattare immagini, verranno dismessi nel 2020. Dalla base di Amendola gli UAV decollano per le missioni di ricognizione e protezione dei militari italiani in Afghanistan. Nel 2011, i Predator italiani sono partiti per la Libia, contribuendo in modo rilevante, per gli analisti statunitensi, all'identificazione di target sensibili da abbattere. Nel gennaio 2013, l'Italia ha concesso il suo supporto logistico ai francesi per l'intervento militare in Mali, mettendo a disposizione anche i propri droni per un contributo aereo non militare, cioè rifornimenti e osservazione in volo.  Il ruolo dell’Italia è destinato a diventare nel prossimo futuro anche più strategico con la trasformazione di Sigonella, in Sicilia, nell'hub più importante al mondo per i droni.  Qui si svilupperà infatti il sistema AGS – Alliance Ground Surveillance che fornirà ai paesi dell’Alleanza Atlantica capacità di intelligence, sorveglianza e riconoscimento a supporto  dell’intero spettro delle operazioni NATO nel Mediterraneo, nei Balcani, in Africa e in Medio Oriente . Nella base aeronavale siciliana, dove arriveranno 800 militari membri dell’Alleanza, opererà il centro di coordinamento e controllo. La costruzione di stazioni fisse e mobili sarà appaltata a industrie europee dalla capocommessa Usa Northrop Grumman. Da Sigonella partono oggi anche i droni utilizzati nell’operazione di pattugliamento “Mare Nostrum”, che dovrebbe evitare il ripetersi di tragedie di  migranti come recente di Lampedusa. Presto si passerà al loro uso sulla Terra dei Fuochi per individuare i suoli inquinati. Droni che erano stati utilizzati per tenere sotto controllo le colate e le emissioni gassose dell'Etna sono stati usati per controllare la Costa Concordia e per campagne di monitoraggio ambientale.  Utilizzi militari e civili si intrecciano, nella sicurezza come nell’ordine pubblico. I confini fra usi leciti e illeciti diventano labili. Nel mercato dominato da aziende Usa e isrealiane  l’unico drone italiano finora operativo sul mercato è il Falco, aereo teleguidato progettato dalla Selex ES (già Selex Galileo), gruppo Finmeccanica. Più piccolo dei Predator americani, ha ottime prestazioni. E’ lungo 5 metri, apertura alare di 7 metri, può restare in volo per 12 ore e trasmettere dati a 200 km di distanza ed è stato concepito  per la ricognizione, con visori all’infrarosso e radar.  E’ il drone che è stato mandato in missione in Congo per conto dell’ONU. Tale UAV pare sia stato usato dal Pakistan in operazioni sul proprio territorio, modificato per l'attacco. Questo paese ne ha acquistati addirittura 25. I primi sono arrivati dall’Italia, gli altri sono stati assemblati lì. E sono in servizio dal 2009. ( Il contratto era stato firmato quando il paese era in mano al generale Musharraf, poi le cose sono cambiate e la diffusione dei droni made in Italy ha creato problemi fra la nostra industria bellica e la diplomazia Usa). L’azienda italiana controllata dallo Stato ha venduto il suo drone anche ad Arabia  Saudita e Giordania. A febbraio al salone di Abu Dhabi, Piaggio Aeroha presentato il nuovo P.1HH Hammerhed, prototipo senza pilota del bimotore a turboelica P180 Avanti II.  Alenia sta anche collaborando coi francesi Dassault e con Eads per realizzare il drone d’attacco Neuron, da produrre in un numero limitato di esemplari.  

Israele. Gli israeliani di Elbit Systems e Israel Aerospace Industries (Iai), sono attivissimi nel rifornire Stati europei come la Svizzera e la Gran Bretagna e nel discutere contratti futuri con Germania e Francia. Da Tel Aviv, sin dal 2005, sono partite le maggiori esportazioni del comparto: il 50% verso l'Europa e il 34% verso l'Asia, per un totale di circa $4,6 miliardi in otto anni.  

Svizzera. La neutrale Svizzera ha chiesto agli israeliani altri 6 UAV, per rinnovare la sua flotta di 25 mini droni, di tecnologia superata. 

Marocco 21.01.2014 L'Aeronautica militare del Marocco ha intenzione di acquistare dalla Francia gli Harfang (IAI Heron I) . Il contratto potrà essere sottoscritto dopo l'accordo per la consegna dei droni della compagnia israeliana Israel Aerospace Industries, produttore di Heron I . In caso di conclusione dell'accordo, al Marocco andranno gli Harfang in sovrannumero rispetto alle necessità dell'Aeronautica militare francese. Oggi in dotazione al Marocco ci sono già 3 Harfang, comprati dalla Francia con il permesso di IAI. I rapporti diplomatici tra Marocco e Israele sono stati interrotti nel 2000, ma ora i Paesi pian piano stanno sviluppando la cooperazione tecnica militare.

Altri importanti utilizzatori di droni sono Brasile, Iran, Cina, India e Russia

 

di Antonio Frate