Il rischio di implosione del Pakistan

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Creato Lunedì, 04 Giugno 2012 11:29
Ultima modifica il Giovedì, 08 Novembre 2012 11:03
Pubblicato Lunedì, 04 Giugno 2012 11:29
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Lo sviluppo in Pakistan di movimenti politici estremisti, di gruppi di guerriglieri armati e le forti contraddizioni che caratterizzano questo Paese sono da ricercarsi probabilmente nelle lotte interne e nella continua ricerca di un'identità nazionale che hanno contraddistinto la sua storia fin dalla nascita. Le contaminazioni straniere hanno fatto del Pakistan un contenitore di culture, dando origine ad un Islam frazionato. Nonostante la maggior parte della popolazione sia sunnita è un Paese fortemente pervaso di ideologia sufi e di una fede popolare con cui la politica ha sempre dovuto fare i conti. Fino al 14 luglio 1947 quella che ora è la Repubblica Islamica del Pakistan faceva parte dell'India britannica, ne costituiva per meglio dire i territori periferici, gli 'stati cuscinetto'. In queste aree, vista la maggior distanza dai centri amministrativi, si vennero a sviluppare i movimenti di rivolta verso l'induismo e qui le invasioni di popolazioni turche, arabe, afghane e persiane ebbero un carattere coloniale, determinando sia la diffusione che la particolarità dell'Islam che tutt'ora caratterizza il Paese, la popolazione preferì identificarsi con i colonizzatori stranieri piuttosto che con l'induismo, che rifiutavano in quanto 'sfruttatore, disumano e razzista'. La teoria delle due nazioni viene formulata per la prima volta dal poeta e filosofo Muhammad Iqbal nel 1930, periodo in cui il mondo arabo è pervaso da un forte fermento nazionalistico, un'ideologia basata sulla tesi che le nazioni arabe sono accomunate da una base linguistica, culturale e dal comune passato storico e che propone la separazione tra lo Stato e la religione e in alcuni casi la creazione di un solo Stato arabo (panarabismo).

Inizialmente il movimento si limita alla richiesta di una maggiore autonomia all'interno dell'Impero Ottomano e ad un uso maggiore della lingua araba in ambito istituzionale ma dopo il crollo dell'autorità ottomana diviene un forte mezzo per contrastare la colonizzazione europea. L'idea della creazione di uno Stato pakistano prende forma solo alcuni anni dopo, quando la Lega Musulmana si rende conto che in un'India a maggioranza indù la minoranza musulmana avrebbe avuto poche possibilità di essere rappresentata e tutelata. L'allora presidente della Lega, Muhammad 'Aly Jinnah spinto anche dalla credenza che solo lo Stato possa esprimere e proteggere l’identità dei popoli' e scontrandosi con la teoria pan-indiana portata avanti da Ghandi, annuncia la volontà di dar vita a uno Stato separato che avrebbe avuto una forma di governo democratica in cui la religione sarebbe stata relegata alla sola sfera privata, come da lui stesso pronunciato durante il discorso ufficiale: "Vedrete che nel corso del tempo gli indù cesseranno di essere indù e i musulmani di essere musulmani, non in senso religioso, perché quella è la sfera personale di ogni individuo, ma in senso politico, in quanto cittadini dello Stato". Queste affermazioni non trovano ovviamente il consenso dell'intera popolazione musulmana. Alla 'partition' si oppongono tutti gli ulama, che vi vedono il disfacimento della umma e considerano inoltre gli esponenti della Lega troppo 'occidentalizzati' per poter dare vita a un sistema che rispetti i precetti islamici. Particolarmente avverso alla divisione dei due Stati è Abu al Maududi, un neo-fondamentalista leader della Jama-at-i islamy (Lega Islamica, JI). Il pensiero neo-fondamentalista, che si rifà alla dottrina Wahhabita saudita, sostiene la teoria dell'unicità di Dio e prevede il totale rispetto della shari'a a cui vengono sottomessi tutti gli aspetti della vita del credente. È necessaria la ricostruzione di una comunità come quella che vigeva ai tempi di Muhammad e dei Califfi 'ben guidati'.

Il neo-fondamentalismo si discosta dalla dottrina classica per la riapertura all'uso dell'ijtihad, sostenendo che nel messaggio di Dio, una volta ripulito di tutti i 'cavilli medievali', si possono trovare le risposte di cui ha bisogno l'uomo moderno, senza cercarle quindi al di fuori della propria religione. È una via radicale di opposizione alla modernizzazione della vita sociale e politica che si adegui al modello occidentale, estraneo alla tradizione. Al Maududi accetta inoltre parzialmente il sistema democratico: Dio delega la propria sovranità al popolo, che a sua volta la delega a un capo supremo. Il modello di Stato voluto da al Maududi si può definire quindi come una 'teodemocrazia', cioè una 'limitata sovranità popolare sotto la sovranità di Dio' Il suo programma avrebbe potuto essere di forte contrasto ai nazionalisti, questi però non ha il tempo di presentarlo e di riscuotere abbastanza consensi a causa della repentina decisione della Gran Bretagna di concedere l'indipendenza all'India, viste le sempre maggiori tensioni all'interno del Paese e tra la Lega Musulmana e il Congresso Nazionale Indiano. La divisione dell'India porta così alla nascita del nuovo Stato ma non mette fine ai contrasti tra i due Paesi. Il Pakistan si trova diviso in una parte occidentale ed una orientale, separate dal Bengala indiano; ad aggravare ulteriormente la situazione c'è il problema del Kashmir, una regione a maggioranza musulmana il cui sovrano è però indù. La 'questione del Kashmir' sarà il motivo principale che determinerà la profonda inimicizia tra i due Stati e che li porterà in guerra già nel 1947.

Dopo la spartizione dell'India la Jama-at-i islamy sposta la sua sede in Pakistan e al Maududi si professa come uno dei massimi sostenitori della nascita del nuovo Stato, sostenendo che questo: 'è stato ottenuto esclusivamente con l'obbiettivo di diventare la patria dell'Islam'. Il suo programma comincia a realizzarsi dal 1956, anno in cui viene adottata la Costituzione e il Pakistan diventa una 'repubblica islamica'; da questo momento in poi i golpe militari e le dittature che segneranno i suoi governi porteranno il Paese sulla strada del fondamentalismo. La legge marziale viene proclamata già nel 1958 dal primo presidente Mirza Iskandar con l'intento di introdurre poi una nuova Costituzione che fosse più 'adeguata' al popolo pakistano, secondo lui inadatto alla democrazia. Il presidente viene però deposto con un colpo di stato dall'allora Capo di Stato Maggiore Muhammad Ayub Han, che cerca sia di reintrodurre la Costituzione sia di limitare l'influenza degli esponenti conservatori e fondamentalisti ma la pressione degli 'ulama è troppo forte. Il settore religioso prende sempre più piede, la Jama-at-i islamy appoggia e giustifica il jihad in Kashmir. La religione sta acquistando nuovamente un ruolo centrale nella politica pakistana. È per contrastare il regime di Ayub Han che nel 1968 'Ali Bhuttu fonda il Partito Popolare Pakistano (PPP), un partito laico dichiaratamente ‘socialista e islamico'. Bhuttu vince le elezioni nel 1971 e durante il suo governo introduce nel Paese notevoli innovazioni e una nuova Costituzione; è anche il primo presidente ad appoggiare la religione ‘popolare' tenendo conto della situazione della maggior parte della popolazione. L'esito però non sempre positivo delle sue riforme e la forte opposizione dei conservatori lo spingono a ridimensionare il proprio programma politico nella seconda metà degli anni '70, concedendo sempre maggiori favori al settore religioso.

La politica estera è segnata dall'inizio della storica amicizia con la Cina. Da tempo Bhuttu mira all'avvicinamento all'Impero e l'occasione gli si presenta in seguito allo scoppio del conflitto tra la Cina e l'India riguardante la definizione dei confini: approfittando di questa situazione stipula con la Cina un accordo in cui il Pakistan cede ai cinesi parte dei territori del Kashmir confinanti con l'Aksay Chin in cambio di una porzione di terreno sul Karakorum, infliggendo un nuovo colpo all'India. Il governo Bhuttu significa per il Pakistan anche l'inizio del programma nucleare militare. La decisione di dotarsi dell'atomica, la cui motivazione principale è la radicata rivalità nei confronti dell'India, viene presa in seguito della guerra indo-pakistana del '72. Il Presidente fonda la Pakistan Atomic Energy e dà ai sui scienziati tre anni di tempo per consegnargli la Bomba, sapendo di poter contare sugli aiuti di Cina, Corea del Nord, Arabia Saudita e Libia. La proliferazione nucleare si svilupperà negli anni seguenti, appoggiata da tutti i suoi successori e dalle potenze straniere. Nel 1977 un nuovo colpo di stato porta definitivamente il Pakistan ‘all'islamizzazione'.

Il comandante Zya-ul-Haq, braccio destro di Bhuttu, prende il comando servendosi dell'appoggio e della collaborazione della Jama-at-i islamy (di cui è un simpatizzante). Il programma di islamizzazione di Zya ha inizio da subito con l'epurazione degli organi statali, soprattutto dell'esercito e dei Servizi Segreti (ISI) e l'estensione della legge marziale; sostituisce i governatori delle province con uomini a lui fedeli in modo da avere il pieno controllo di tutte le aree pakistane, anche delle zone di confine e poter facilmente reprimere le insurrezioni derivate dallo scarso consenso delle masse al suo governo, dovute soprattutto alla durezza delle pene adottate. Questo risentimento popolare, unito alla convinzione che Zya se ne serva solo per accrescere e incentrare il suo potere, gli oppone la dirigenza della Jama-at, principalmente del ramo che era venuto a formarsi in Arabia Saudita, convinto che Zya screditi in questo modo il partito. Inoltre i tentativi del governo di trovare maggiori consensi nella popolazione lo spingono ad appoggiare anche l'islam ‘popolare', a cui la Jama-at è ovviamente avversa per timore di una contaminazione della sua purezza ideologica. Deve invece appoggiare i tentativi di opposizione di Zya al PPP (culminati con l'impiccagione di Bhuttu nel 1979), messi in atto attraverso dei tentativi di riunificazione della Lega Musulmana e la stretta di alleanze con i vari partiti islamici e con la Jama-at stessa.

La legge sharaitica entra in vigore ufficialmente il 10 febbraio 1979. Per evitare una rivolta della popolazione, che aveva accolto con gioia la Costituzione introdotta da Bhuttu e considerata come definitiva, Zya non la sostituisce ma la amplia continuamente di nuove clausole 'islamiche'. Porta inoltre avanti la riforma che tocca i settori dell'istruzione, con l'obbligo dello studio dell'islamistica almeno fino alla maturità; della giustizia, con la creazione di un ‘tribunale federale sharaitico' e il settore della finanza, dove Zya reintroduce la zakat e l'ushr. Il governo cerca nell'Islam un fattore di coesione nazionale ma la centralizzazione del potere, che non rispecchia tutti i gruppi etnici presenti, e la durezza con cui lo legittima aumenta le tensioni etniche e regionali nel Paese. La volontà poi di fare del Pakistan un centro di 'protezione dell'ideologia islamica' e di aumentarne l'importanza strategica e il prestigio mondiale ha influito anche sulle scelte di Zya in politica estera, soprattutto per quanto riguarda il ruolo che il Paese avrà nella campagna anti-sovietica in Afghanistan negli anni '80. Dopo l'invasione dell'U.R.S.S. gli U.S.A. firmano degli accordi per garantire ai mujahiddyn sostegno economico e militare, finanziato principalmente con il commercio di oppio proveniente dall'Afghanistan. Il Pakistan sarà la base di queste operazioni, dove vengono costruiti campi di addestramento e di reclutamento, l'ISI (i servizi segreti pakistani) il mediatore. Anche l'Arabia Saudita, interessata da sempre a espandere il proprio potere ideologico e politico, si schiera con i guerriglieri, il MAK di Osama bin Laden ne è il principale finanziatore, invia ai mujahiddyn armi, denaro e uomini.

I profughi afghani che attraversano il confine pakistano vengono accolti nelle madrasa, le scuole coraniche, che si sono moltiplicate durante il governo Zya: nel 1947 erano 137, nel 1988 sono diventate ormai 3.000. I cambi della guardia alla guida del Pakistan non cambiano le cose. Zya è morto in un misterioso incidente aereo nell'88, le elezioni successive vengono vinte, per la prima volta in modo democratico, da Benazir Bhuttu che aveva preso la guida del PPP dopo la morte del padre. Sposata ad Asif Zardary copre la carica di Primo Ministro da 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996, alternando il proprio governo a quello di Nawaz Sharyf (fino al 1999). I continui cambi della guardia sono dovuti al fatto che puntualmente il Presidente della Repubblica dimette i ministri accusandoli di corruzione, opinione peraltro condivisa dalla maggior parte della popolazione visto che Zardari usa ormai il suo nome per ottenere favori e tangenti, trasformando il PPP in 'una macchina per far soldi'.

Dopo la caduta della Repubblica Democratica Afghana le lotte tra le fazioni di mujahiddyn hanno fatto piombare il Paese in una guerra civile alimentata dal narcotraffico e dalla mafia dei trasporti. Il Pakistan, gli U.S.A. e l'Arabia Saudita sono interessati a ripristinare l'ordine perché la precarietà che ora caratterizza l'Afghanistan intralcia i programmi di sfruttamento delle risorse di gas naturali e petrolio del Mar Caspio, che devono arrivare nel Golfo Persico attraversando l'Afghanistan. Il Pakistan inoltre vuole creare un governo afghano sottomesso a Islamabad, cerca profondità strategica e protezione in caso di un attacco indiano. Bisogna trovare un modo per ristabilire l'ordine. L'ISI pensa allora di ‘utilizzare' tutti quei profughi che sono rifugiati nelle madrasa lungo il confine pakistano. Con il sostegno economico di Washington e dei sauditi all'insegnamento religioso dei mullah si affianca l'addestramento militare. Nascono così i taliban, gli ‘studenti'. Più legati alle antiche ideologie pashtun che ai principi coranici, viene fatto loro credere di essere il fondamento per la creazione di una vera società musulmana. La loro ascesa è rapida, in un Paese spossato dalla guerra i taliban si presentano come i portatori dell'ordine, i combattenti in nome di Dio.

Fondamentali sono il sostegno economico garantito dall'ISI che, oltre a essere il tramite per i finanziamenti provenienti dagli stati alleati, offre loro denaro per transitare attraverso i territori che controllano e accordi sui guadagni derivanti dal mercato nero e dal futuro gasdotto; e il sostegno delle tribù pashtun, componente principale dei taliban, che essendo stanziate lungo il confine favoriscono i passaggi e le comunicazioni tra l'Afghanistan e il Pakistan. Quando nel 1893 si stabilì la linea Durand, i 2640 km di confine che separano i due Stati, non si tenne conto delle tribù che abitavano quell'area, che vennero in questo modo separate tra Pakistan e Afghanistan. Molto più legati a vincoli di appartenenza etnici che nazionali i pashtun non si sentono appartenenti a nessuno dei due Stati ma al Pashtunistan, tanto da non riconoscere la legittimità del confine. La presa di potere dei taliban restituirebbe poi all'etnia un ruolo di primo piano nella politica nazionale, dopo anni di governo tagiki.

Nel 1996 i guerriglieri, guidati dal mullah 'Omar, danno vita all'Emirato Islamico Afghano avendo ormai il pieno controllo sulla quasi totalità del Paese, ad eccezione dei territori settentrionali nelle mani dell'Alleanza del Nord. Questa, alla cui guida c'è Ahmad Shah Massud, si era formata dopo l'unione di diversi partiti coalizzati per opporsi al regime taliban e si era ritirata, dopo la presa di Khabul, nella valle del Panjshir. Nonostante controlli solo il 10% del Paese la coalizione è riconosciuta dalla maggior parte dell'opinione pubblica mondiale come il vero governo afghano. I taliban impongono un regime di stretta osservanza della legge sharaitica, istituiscono la polizia religiosa e mettono al bando tutte le forme di spettacolo e di gioco, compreso il volo degli aquiloni. Prescrivono leggi sul codice di abbigliamento e assolute restrizioni alla vita delle donne e in seguito alle pressioni dell'agenzia antidroga dell'ONU dichiarano illegale la coltivazione dei papaveri da oppio, facendo schizzare alle stelle il prezzo della droga. Due anni dopo l'insediamento del regime salta l'accordo con gli Stati Uniti per la costruzione del gasdotto; ora il progetto, gestito da una compagnia petrolifera saudita, riguarda Afghanistan, Pakistan e Turkmenistan. In questo periodo la situazione del Pakistan è disastrosa, l'appoggio al regime e le offensive in Kashmir gli sono costate l'isolamento sulla scena politica oltre che un notevole impegno economico; l'interno è segnato da conflitti e lotte per il potere, le istituzioni corrotte, l'economia in crisi.

Il generale Musharraf, convinto che solo la forza militare possa salvare il Paese, il 12 ottobre 1999 prende il potere in seguito ad un colpo di Stato dichiarando le sue intenzioni di riformare e depurare le istituzioni, sviluppare l'economia, migliorare l'istruzione. I militari ora al potere sono però gli stessi che gli anni prima avevano condotto le operazioni in Kashmir e Afghanistan, rinnegare questa politica porterebbe notevoli rotture interne, soprattutto a livello della Jama-at, oltre che la perdita di potere politico. E questo è un freno alle riforme previste dal generale. Il mancato accordo per il gasdotto ha incrinato i rapporti con gli Stati Uniti che tra il 1999 e il 2000 si schierano contro il regime taliban accusandolo di terrorismo. L'alternativa al pagamento delle sanzioni è, per l'Afghanistan, la consegna di Osama bin Laden. Richiesta che non viene accettata.

Bin Laden nel 1996 aveva pubblicamente lanciato il jihad contro gli Stati Uniti, rei di aver occupato il territorio sacro saudita. Durante la Guerra del Golfo, infatti, la dinastia regnante, preoccupata di un possibile attacco di Saddam Husseyn che aveva già invaso il Kuwait, aveva concesso agli U.S.A. di costruire delle basi militari sul proprio territorio. Questa decisione venne fortemente criticata da Bin Laden e gli costò l'espulsione dal Paese. Si rifugiò allora prima in Sudan e successivamente di nuovo in Afghanistan, dove si strinsero i rapporti tra al-Qaeda e il mullah 'Omar. Negli anni precedenti al-Qaeda aveva colpito diversi obbiettivi americani in tutto il mondo ma gli attacchi terroristici che l'11 settembre 2001 sconvolgeranno l'America modificheranno le alleanze e i rapporti tra gli Stati coinvolti. L'11 settembre 2001 al-Qaeda attacca gli Stati Uniti colpendo obbiettivi civili e militari. Tre voli vengono dirottati contro le Torri Gemelle e il Pentagono, l'aereo diretto contro la Casa Bianca precipita invece in Pennsylvania. Il presidente George W. Bush dichiara allora di voler impedire lo sviluppo di altre cellule jihadiste e per questo tutti gli Stati che ospiteranno terroristi saranno puniti con sanzioni o con invasioni militari.

Gli attentati vennero condannati da tutti gli Stati ad accezione dell'Iraq, a detta del ‘Dr. Fadl' (guida del jihad egiziano) anche i taliban sarebbero stati contrari agli attacchi per il modo in cui questi vennero eseguiti. Lo jihad è prima di tutto uno 'sforzo' interiore sul sentiero di Dio. La lotta armata serve solo come autodifesa e in ogni caso implica delle regole: le ostilità devono essere precedute da un chiaro invito alla conversione, non va attaccato o ucciso chi non ti ha nuociuto, non bisogna infliggere al nemico più danni di quanti non siano necessari, non si uccidono donne, bambini e anziani, vanno evitate tutte le forme di crudeltà (torture, sequestri, maltrattamenti) e di danneggiamento. Dopo l'11 settembre Bush firma il Patriot Act e lancia un ultimatum ai taliban, avrebbero dovuto consegnare agli Stati Uniti Bin Laden e i membri di al-Qaeda, chiudere i campi di addestramento e liberare tutti i prigionieri stranieri oltre alla richiesta fatta all'ONU di imporre delle sanzioni all'Afghanistan, sanzioni che avranno il risultato di mettere in ginocchio una popolazione già stremata che viveva ormai solo di aiuti esteri. All'ennesimo rifiuto, il 7 ottobre 2001, gli U.S.A. e la Gran Bretagna danno inizio a quella che viene denominata 'operazione Enduring Freedom', attaccano l'Afghanistan con l'intenzione di rovesciare il regime.

L'appoggio ai taliban viene a mancare anche da parte dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, solo il Pakistan continua a sostenerli finché gli Stati Uniti impongono un aut aut: o con loro o contro di loro. Musharraf non ha scelta, si schiera dalla parte degli americani soprattutto per motivi di convenienza, avrebbe avuto un supporto militare ed economico da reinvestire nel nucleare e nella lotta all'India. Teme inoltre di inimicarsi Washington che avrebbe a quel punto supportato l'India e teme anche che lo stesso Pakistan diventi oggetto della campagna antiterroristica. Bush punta allora tutto su Islamabad, ritenendo l'alleanza del Pakistan fondamentale nella lotta al terrorismo tanto quanto lo era stata per la repressione sovietica in Afghanistan. Musharraf risponde interrompendo qualsiasi tipo di finanziamento a soggetti sospettati di avere rapporti con al-Qaeda.

L'intervento americano, unito ai primi segni di conflitti all'interno del regime, permettono all'Alleanza del Nord di riconquistare velocemente terreno, a dicembre riprende il controllo di Kabul determinando la ritirata dei taliban. Gli alleati guidano la ricostruzione dello Stato ponendo alla sua guida Hamid Karzay ma la popolazione civile non condivide l'azione americana, lotta contro i fondamentalisti appoggiando altri fondamentalisti, l'alleanza del Nord viene infatti più volte denunciata da diverse associazioni perché non rispetta i fondamentali diritti umani. Dopo l'intervento americano i militanti di al-Qaeda e i taliban si ritirano dai loro villaggi per rifugiarsi nella aree tribali a maggioranza pashtun al confine tra Pakistan e Afghanistan denominate FATA (Federally Administered Tribal Areas) con lo scopo di riorganizzarsi e riarmarsi.

FATA è tra le zone più povere e più 'calde' del Paese, una regione semi-autonoma di fatto amministrata dal Governo Centrale ma praticamente gestita dalle tribù pashtun da quando, nei primi anni '50, il governo ritirò l'esercito; regione dove inoltre vige ancora la legislazione adottata durante il periodo coloniale, codificata in una struttura denominata FCR (Regole dei Crimini di Frontiera) e dove la giurisdizione si rifà al codice tribale pashtun basato sull'onore, sull'ospitalità e sul diritto di vendetta. Nonostante la quasi totalità della popolazione di FATA sia simpatizzante di al-Qaeda Musharraf non si può permettere di rallentare l'operazione antiterrorismo per timore di inimicarsi gli Stati Uniti, dà quindi inizio in quest'area all'operazione ‘al-Mizan' che ha anche lo scopo di riaffermare la presenza dello Stato in zone abbandonate ormai da decenni. La manovra vede il dispiegamento sul territorio di 85.000 truppe, tra le quali anche i Corpi di Frontiera, le forze militari locali, la cui presenza non è però così concreta, sia perché fortemente legate alla popolazione, sia perché poco armate e motivate da Islamabad e Washington che non le considerano capaci. Ulteriori problemi derivano dal fatto che non si tiene conto della complessità geografica del territorio.

Il terreno della zona di FATA infatti è aspro e secco ed è caratterizzato da fratture e avvallamenti, questa conformazione viene sfruttata dai militanti che si insediano nei bacini, dove posso trovare ‘ospitalità' da 12 a centinaia di persone. Sono insediamenti isolati, le vie di comunicazione tra di essi costituite da sentieri e strade percorribili solo a soma o con piccoli veicoli motorizzati, spesso inoltre sono strade scavate nella roccia e conosciute solo dai locali. L'isolamento dei villaggi e la difficoltà delle comunicazioni rende difficile per l'esercito controllare gli spostamenti dei taliban, inoltre i legami di sangue tra i clan impediscono agli stranieri di entrare ed operare in queste zone senza essere scoperti. L'operazione dà si come risultato la cattura di circa 700 esponenti di al-Qaeda consegnati poi agli U.S.A. e la dispersione dei militanti all'interno dell'area, cosa che rende più facile la loro cattura vista la difficoltà di comunicazione tra i membri, ma causa anche il loro ritiro in nord e sud Waziristan, dove la popolazione è fortemente pro-taliban. Nel meeting di Camp David del 2003 Bush dichiara che, grazie all'aiuto del presidente Musharraf, i taliban sono stati sconfitti. L'attenzione degli Stati Uniti era in realtà sempre stata rivolta maggiormente alla cattura dei membri di al-Qaeda che ai taliban, ritenuti un problema minore per la sicurezza; ora c'era poi per gli U.S.A. anche il discorso Iraq.

Il Governo pakistano sta però facendo il doppio gioco, se tutte le massime cariche sono concordi nel ritenere che ‘la straniera' al-Qaeda deve essere eliminata da FATA diverso è il parere riguardante i ṭâlibân. Musharraf si trova improvvisamente a dover andare contro a quel movimento che lui stesso aveva creato, inoltre combattere i taliban significa inimicarsi i pashtun, una chiave fondamentale per la politica estera pakistana. La disattenzione degli Stati Uniti durante questi anni ha permesso ai taliban di riorganizzarsi e riarmarsi. Complice della loro capacità di rigenerazione anche il fatto che, nonostante l'ISI e la NATO siano convinte che la roccaforte del movimento si trovi a Quetta, il Pakistan ha sempre volutamente evitato di fermare i leader ma ha arrestato i semplici combattenti; tutto ciò aggravato dalla simpatia che l'ISI, organo non governativo e che quindi può agire di propria iniziativa, ha per gli estremisti e dal fatto che questi si siano ritirati in zone che non sono sottomesse alle leggi governative ma al giudizio del Jirga tribale.

La situazione delle zone di confine viene aggravata poi dalla nuova presenza dei militanti stranieri. Dal 2006 si ha in Pakistan, come in Somalia, Yemen e Iraq, un flusso di aspiranti mujahiddyn utilizzati per agire in loco oppure nella loro terra d'origine. Sono convertiti o occidentali di origine asiatica provenienti principalmente dalla Germania ma anche da Inghilterra, Stati Uniti, Australia e in maniera minore Austria, che si spostano qui per essere addestrati. Il loro tragitto solitamente tocca prima la Turchia, poi l'Iran da dove raggiungono il Beluchistan, aiutati da un mediatore che può fornire loro i documenti, finanziare il viaggio ed accoglierli al loro arrivo seguendoli poi nei primi mesi di addestramento. Il training prevede anche la preparazione all'attacco suicida che è però solo l'ultima parte del piano, in quanto lo scopo principale di un attacco, che di solito avviene in alberghi o luoghi pubblici, è la propaganda, la presa di ostaggi serve a prolungare l'assedio.

Particolarmente attiva è la cellula tedesca che si è riunita in un gruppo chiamato 'Talebani Tedeschi' ed ha stretto poi rapporti con i neo-fondamentalisti uzbeki; i loro attacchi sono stati diffusi via web come azione propagandistica. Lato positivo di questa nuova tendenza è la possibilità di poter infiltrare le organizzazioni vista l'apertura alla collaborazione degli occidentali. La primavera afghana del 2006 è segnata da una ripresa dell'azione taliban, coincidente con la decisione del ritiro da parte degli U.S.A. di buona parte delle truppe. Tutto questo non fa che aumentare l'insoddisfazione degli Stati Uniti e dell'Afghanistan che accusano Islamabad di non voler veramente sradicare il terrorismo. Vero è infatti che il nemico numero uno del Pakistan non sono gli integralisti ma è l'India.

Nonostante i tentativi di Musharraf di far riprendere l'economia, di attuare riforme e di depurare l'ISI dagli elementi più corrotti la sua popolarità comincia a calare. Nelle aree tribali il fondamentalismo è in crescita ed esplodono gli scontri in Waziristan e soprattutto in Beluchistan, una regione fondamentale per la politica pakistana. Il colpo di grazia al Governo Musharraf viene dato dalla vicenda della Moschea Rossa. Da mesi il centro di Islamabad è messo a soqquadro da gruppi di studenti della Lal Masjid, principalmente da ragazze, che compiono retate rivolte a tutto ciò che è troppo occidentale, in segno di protesta contro la demolizione di un'antica moschea cittadina. I due maulana della Lal Masjid minacciano di lanciare gli studenti in attacchi suicidi, il tutto probabilmente con la coordinazione e il supporto dell'ISI. L'esercito riesce con la forza ad entrare nella moschea dopo l'uccisione di uno dei due maulana e l'arresto del secondo ma all'interno non c'è traccia di quello che Musharraf aveva previsto, niente estremisti, niente arsenale. La conta delle vittime arriva però a 500.

Il Paese gli si rivolta contro spingendolo a dichiarare lo Stato di Emergenza, rigettato dalla Corte Suprema. A questo punto gli Stati Uniti, preoccupati per la situazione del Paese, spingono affinché si crei un governo nel quale il potere venga diviso tra la Bhuttu e l'attuale Presidente. Musharraf concede alla leader del PPP la possibilità di una terza candidatura e l'immunità parlamentare in cambio di appoggio politico. C'è anche da dire che il generale ha bisogno di questa alleanza, ormai è al suo terzo mandato e non potrebbe ricandidarsi, inoltre la legge vieta che un Presidente sia anche capo dell'esercito, vincolo che lo costringe a cedere la carica al generale Ashfaq Kayani. Benazir Bhuttu rientra dall'esilio per prepararsi alle elezioni del 2008 ma dopo un comizio tenuto a Rawalpindi, il 27 dicembre 2007, viene uccisa in un attentato. I suoi assassini non saranno mai scoperti, alcuni sospettano l'ISI (e il Governo) altri Zardary, c'è di fatto che venne messa in atto una cospirazione per impedire di trovare i veri colpevoli.

Alle elezioni in partito di Musharraf subisce una netta sconfitta a favore del PPP e del partito di Nawaz Sharyf a cui è stato permesso di rientrare dall'esilio. Il Presidente dà le dimissioni il 18 agosto 2008, a guidare il Paese da allora sarà il vedovo Bhuttu, un uomo indagato per un paio di omicidi e che durante la sua carriera è stato arrestato in seguito a denunce per corruzione, tangenti, traffico di droga, riciclaggio e ricatto. Insomma, come sostenuto da Fatima Bhuttu, ‘in Pakistan le cose non cambiano mai, il potere passa di mano in mano ma tutto rimane come prima'. Le politiche passate, incentrate al militarismo e alle ideologie religiose, hanno fatto del Pakistan uno Stato debole. Il PIL è il più basso tra quelli dei Paesi che possiedono il nucleare, c'è un forte tasso di disoccupazione e di analfabetismo considerato che il governo destina all'istruzione il 2% del prodotto interno lordo mentre le madrasa, secondo una stima del 2003, sono 10.430.

Nonostante il nuovo comandante delle Forze Armate piaccia agli americani l'ambiente è troppo intriso di radicalismo e l'ISI corrotta perché le cose cambino radicalmente. A dispetto del miliardo di dollari che annualmente, dal 2001, gli U.S.A. versano nelle casse di Islamabad, nel 2009 il Governo ha consegnato nelle mani dei taliban la valle di Swat, concedendo l'instaurazione della shari'a in cambio di un cessate il fuoco, durato il tempo degli accordi. La conferma che il leader di al-Qaeda si nascondeva ad Abbottabad, vicino ad Islamabad, è solo la conferma di quanto il Pakistan sia impegnato nella lotta al terrorismo. Il Paese si trova ora, come gli Stati Uniti e la stessa Cina, colpito da quell'organismo che lui stesso ha creato ma che ormai è fuori controllo. I terroristi colpiscono sempre più i centri urbani rispetto alle zone tribali, centri densamente abitati dove si fa forte anche la tensione tra i diversi gruppi etnici e religiosi che li abitano. Ed è forse di questo che la CIA dovrebbe preoccuparsi, prima che la situazione precipiti e le oltre 200 atomiche finiscano nelle mani sbagliate, anche se il governo Pakistano rassicura: sono protette da uomini di 'fiducia'.

 

di Elisa Stabiner (studentessa del Master in Reporting di Guerra, Intelligence e Sistemi Criminali dell'Univ. Pop. di Arezzo)