Hamas e Al Fatah progettano il nuovo Stato Palestinese

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Creato Sabato, 18 Giugno 2011 14:33
Ultima modifica il Giovedì, 08 Novembre 2012 11:01
Pubblicato Sabato, 18 Giugno 2011 14:33
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Annusa il gelsomino e assaggia le nostre olive. Questo il messaggio di benvenuto della compagnia telefonica palestinese. Purtroppo di ulivi oggigiorno ce ne sono pochi se si pensa che soltanto nel villaggio di Anin ne sono stati sradicati oltre 4.000 per fare spazio alla by pass road e al muro per proteggerla.

L’idea dello stato palestinese in realtà è antecedente agli accordi di Oslo, ed è contenuta nel piano di partizione dell’Onu del novembre 1947. Quel piano venne respinto dai palestinesi che consideravano iniqua la suddivisione.

Sarebbero trascorsi 46 anni prima che con gli accordi di Oslo, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina sotto la guida di Yasser Arafat, riconoscesse lo stato ebraico sorto nel 1948 sul 78% della Palestina storica. I rimanenti territori della Cisgiordania (Westbank), della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, occupati durante la guerra dei Sei Giorni del 1967 dagli israeliani, avrebbero costituito il futuro stato palestinese.

E’ nella Westbank o Cisgiordania dove l’autorità palestinese risiede ed esercita la sua sovranità attraverso il suo presidente Mahmud Abbas. Per raggiungere Ramallah il centro del potere non è facile. Una serie di check points, alcuni veri e propri terminal, e sullo sfondo il muro della vergogna, la barriera di separazione, costruita per evitare l’infiltrazione di terroristi palestinesi in Israele, ma in realtà utilizzata da Israele per annettere altro territorio e stabilire confini diversi, dando vita ai vari insediamenti dei coloni.

Si arriva così a città separate in due come Hebron, la città dei patriarchi, la città di Abramo, città alla quale lo stato ebraico non rinuncerà mai per via della sua storia.

Quella che forse un giorno sarà la pace dei generali non sarà mai la pace della società civile che difficilmente riesce a trovare un accordo. Un accordo però c’è stato, quello di conciliazione tra Hamas e Al Fatah che appariva inevitabile per contrastare il governo israeliano. L’intesa prevede la costituzione di un governo provvisorio formato da tecnocrati indipendenti. L’obiettivo finale sarà la creazione dello Stato palestinese a settembre.

La realtà in alcuni punti è davvero complessa e disastrosa. Ad esempio a Tulkarem, in Cisgiordania, si estende una grossa fabbrica chimica israeliana; tra la fabbrica e il muro della vergogna un terreno di un palestinese. E’ qui che l’agenda umana per la violazione dei diritti si perde in reiterati soprusi ed efferatezze commesse a danno di una famiglia palestinese che coltiva un fazzoletto di terra sempre più ridotto. Mi racconta il proprietario terriero che gran parte della sua proprietà si trova al di là del muro, quindi depauperato di parecchi ettari di terra prelevati con la forza dagli israeliani. Subito dopo la prima intifada (dicembre 1987) venne arrestato e condotto in galera. Quattro anni dopo l’apertura della fabbrica, nel 1989, andò in giudizio contro la fabbrica ma i campioni di terreno inquinati che portò ad analizzare non gli furono mai restituiti. Addirittura una sera le milizie israeliane cercarono di seppellirlo vivo. Grazie alla moglie riuscì a salvarsi ed oggi combatte la sua guerra sostenuto da una rete di organizzazioni umanitarie.

Gli ultimi incidenti avvenuti lungo le alture del Golan pongono in evidenza un fatto. Dal Medio Oriente, o meglio da Israele e Palestina le notizie arrivano numerose. Il bacino da cui attingere è enorme, paragonabile come zona d’interesse agli Stati Uniti. Il problema è quello di decodificare le notizie.

Quando si parla del conflitto arabo-israeliano è giusto citare lo scrittore Amos Oz che parla di specificità di questo conflitto. Non è un conflitto tra il bene il male, tra chi ha ragione e chi ha torto. Sono due ragioni che non riescono a trovare un compromesso, non riescono a trovarsi a metà strada. A livello mediatico c’è il rischio di militarizzazione dell’informazione schierandosi dall’una o altra parte. Parlando con la popolazione sia israeliana che palestinese si intuisce che c’è un assoluto bisogno di normalità che si scontra però con la dimensione religiosa-nazionalistica. Se si ha solo un approccio geopolitico non si comprende il vero problema. Per toccare con mano questa situazione bisogna vedere con gli occhi più che sentire l’informazione dei media. A Gerusalemme Est quello che era un percorso per un bambino per andare a scuola della durata di 1 minuto ora è diventato un’ avventura.

Così come non si capisce l’insediamento dei coloni in molte aree palestinesi se si pensa solo alla questione della sicurezza. Il problema della memoria per noi occidentali è un bene da coltivare ma per Israele ad esempio può essere una gabbia, una chiusura al mondo diventato “ostile”.

Infine Hamas che ha stravinto nelle ultime lezioni proprio perché si basava su una vera e propria lotta alla corruzione. Quindi Hamas va interpretato come movimento nazional-islamico e non come movimento jihadista nonostante gli Stati Uniti, Israele e l’Unione Europea lo catalogano come organizzazione terroristica. E’ vero al suo interno c’è un’ala militare, caratterizzata dalle Brigate Izz ad-Din al-Qassam legata agli attacchi terroristici, ma la parola d’ordine è: cautela, andiamoci calmi.

La carta costitutiva scritta da Hamas nel 1988 prevede un impegno solo in quel territorio e non in tutto il mondo islamico. Hamas limita la sua attività alla sola Palestina.

Quindi Hamas un po’ come Hezbollah in Libano. Non un movimento legato allo jihadismo e al terrorismo ma votato ad altro, un movimento politico capace di sostenere la popolazione soprattutto sviluppando un sistema di welfare e godendo di numerosi appoggi.

Il futuro di Israele e Palestina è molto incerto ma all’orizzonte c’è qualcosa che in molti ignorano e che non basterà un muro per contenerla. Non sarà la bomba degli shaid (martiri suicidi) a preoccupare ma sarà la bomba demografica, con la popolazione araba che cresce sempre più rispetto alla popolazione ebraica. Il tasso di crescita demografica nel 2020 delle due popolazioni vedrà la popolazione ebraica in minoranza e questo dovrebbe far riflettere.

 

 

di Roberto Colella

(inviato in Cisgiordania)