Operazione “Gladio Rossa”

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Creato Martedì, 11 Gennaio 2011 22:10
Ultima modifica il Giovedì, 08 Novembre 2012 11:15
Pubblicato Giovedì, 10 Febbraio 2011 22:10
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Il 14 luglio 1948, alle ore 11,30, Togliatti, mentre in compagnia di Nilde Jotti usciva dalla porta secondaria in via della Missione dalla Camera rimaneva gravemente ferito alla nuca e alla schiena da tre    colpi, di cui uno lo mancava, sparati dal catanese Antonio Pallante, che veniva prontamente arrestato. Portato al Policlinico, Togliatti subiva un'operazione che durava due ore e un quarto, mentre circa  duecentomila persone sfilavano silenziosamente davanti al suddetto Policlinico. Dopo alcuni giorni,  Togliatti iniziava lentamente a riprendersi e il 31 luglio lasciava il Policlinico per andare a trascorrere la convalescenza, prima sul lago d' Orta e poi alla pensione di Santa Maria Maggiore di Toceno in val Vigezzo; dopodiché il 16 settembre rientrava a Roma.

La notizia dell'attentato provocava spontaneamente un'ondata di protesta popolare che sfociava in uno sciopero generale ancor prima di essere proclamato dalla CGIL. Così si registravano: a Torino, la FIAT veniva occupata e alle maestranze venivano distribuiti fucili e bombe a mano; a Genova, gli operai dell'Ansaldo isolavano la locale Prefettura e bloccavano le strade di levante - che porta a Chiavari - e di ponente - che porta verso Sestri, riuscendo ad impadronirsi perfino di 10 autoblindo dell'esercito che venivano ritrovate il giorno dopo abbandonate sulle colline intorno alla città; a Milano, al comizio del segretario comunista della CGIL Giuseppe Alberganti di Piazza Duomo asseriva che lo sciopero generale durava all'infinito; presso l'Abbadia San Salvatore, sul monte Amiata, i minatori armati occupavano la centrale dei telefoni dove passavano i messaggi tra il nord del paese ed il sud.

Il 16 luglio 1948 la Confederazione del lavoro ordinava la cessazione dello sciopero; il 18 luglio il ministro dell'interno Mario Scelba ordinava di procedere contro tutti coloro che avevano cercato di sobillare i disordini; venivano così arrestati 264 attivisti sindacali tra cui spiccavano 46 dirigenti, 4 sindaci, 25 dirigenti locali del partito comunista e 9 segretari di camere del lavoro.

Che cosa era successo ? Ebbene, Palmiro Togliatti e il partito comunista, in quanto fedeli alla via legalitaria propugnata dallo stesso Togliatti nel 1944, avevano ordinato di sospendere quello che stava per diventare, di fatto, un'azione insurrezionale.

E tale azione insurrezionale veniva chiamata in codice "Operazione Gladio Rossa"; praticamente si trattava di un'organizzazione paramilitare clandestina messa in piedi dal partito comunista italiano fin dal 1946 e che, in seguito all'attentato a Togliatti, stava per essere messo in pratica il cui fine ultimo era quello di sovvertire le istituzioni ufficiali e di prendere il potere.

La maggior parte delle presenti informazioni, confermate in seguito dal dossier ex sovietico denominato "Mitrokhin", provengono da dossier riservatissimi, oggi declassificati, provenienti soprattutto dal SIFAR (il servizio informazioni delle Forze Armate italiane attivo dal 1949 al 1966) e su informative delle prefetture, dei carabinieri inviati ai ministeri dell'interno e della difesa, presieduti, all'epoca, da Mario Scelba e da Paolo Emilio Taviani. Prima di tutto i corsi per formare i sabotatori era svolto tramite corsi per corrispondenza da Praga, i quali prevedevano principalmente lezioni su due materie:

"Come si possono fare li atti di sabotaggio ai ponti ferroviari e con quale esplosivo perché si abbia l'effetto desiderato" e "Per demolire un edificio militare cosa si deve predisporre". Gli aspiranti poi dovevano superare un esame davanti ad una commissione presieduta da un parlamentare del PCI.

Secondo il dossier Mitrokhin in provincia di Terni sarebbero stati occultati numerosi quantitativi di armi di vario tipo. Le formazioni clandestine erano strutturate essenzialmente in brigate, costituite da una forza variabile che poteva andare da un minimo di 20 uomini ad un massimo di 50.

Tra i tanti documenti venuti alla luce spicca la segnalazione fatta dal questore di Terni nel 1951 in cui si riferiva di una strana riunione del PCI di Orvieto, presieduta da un senatore eletto in quel collegio, dove veniva chiesto ai locali iscritti di consegnare un censimento dei comandanti dei carabinieri e dei funzionari di polizia, in cui dovevano essere riportati: le loro generalità, i loro paesi di origine, se erano alloggiati in caserma con famiglia o la via e il numero civico del domicilio privato, il comportamento tenuto nei confronti del PCI e del PSI, gli atti compiuti contro gli appartenenti dei due partiti, se avevano fatto eseguire rastrellamenti per requisire armi da fuoco e, infine, esplicito parere del locale segretario della sezione del PCI.

Inoltre c'è da segnalare che migliaia di uomini delle formazioni che avevano militato nelle brigate partigiane erano pronti praticamente all'insurrezione con il compito preciso di occupare tutti i punti chiave e nevralgici delle regioni centro-settentrionali.

 

 

di Gabriele Zaffiri