Perché Cina?

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Creato Giovedì, 20 Gennaio 2011 19:09
Ultima modifica il Mercoledì, 07 Novembre 2012 20:55
Pubblicato Martedì, 01 Febbraio 2011 19:09
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Per la prima volta nel 2010 i Paesi cosiddetti emergenti hanno conquistato la parità con i paesi di antica industrializzazione. 
 

Nel 2030 il 57% della ricchezza mondiale sarà in mani diverse da quelle dell’Occidente sviluppato. Il 95% degli oggetti che il popolo occidentale usa  proviene dalla Cina e questo ci ricorda che la crescita della Cina è inevitabile. Tutto questo non deve però spaventarci, non sempre la crisi è qualcosa di cui preoccuparsi ma riprendendo proprio la traduzione in cinese di questa parola ( 危机)la stessa è formata dall’unione di due ideogrammi Crisi ed Opportunità per il sistema italiano, per il sistema occidentale che deve comprendere e relazionarsi con una “way of life” differente da quella sino ad ora conosciuta. Non bisogna solo delocalizzare ma conquistare nuovi mercati è questa  l’opportunità. Il problema è che si ha la necessità di assumere una nuova identità aziendale, infatti, le analisi di Mediobanca affermano che nel 2009 le grandi aziende hanno avuto un saldo import – export negativo di 18 miliardi di euro, quelle medie e medio – grandi un attivo di oltre 60 miliardi.  La Cina è tanto vicina alle aziende più piccole, sembrerebbe, perché più rapide a modificare il proprio assetto strategico e non alle continue evoluzioni dei mercati. Le stesse mantengono le radici in Italia ma acquistano una visione internazionale, diventano meno italiane e più globali, rendendo il sistema economico italiano più forte. Per esse il mercato non è solo quello italiano, esso non è che un ponte per raggiungere altri mercati che si rifanno a quello globale e più propriamente a quello cinese che non sembra più guardare solo all’esterno ma anche all’interno di se stesso. Non solo mezzo di produzione, il lavoratore cinese, sta diventando consumatore di valore. Non tanto più sfruttato esso si rende partecipe di un nuovo modello, non tanto più rivolto alle esportazioni quanto alle importazioni e al consumo interno. È questa la novità, un’altra opportunità da cogliere, realizzare e distribuire prodotti a nuovi consumatori non più occidentali, non solo cinesi ma anche più propriamente globali. Questo perché dopo la crisi finanziaria e la successiva recessione, è diventato evidente che il modello di crescita trainato dalle esportazioni ha perso una delle gambe su cui poggiava: la costante crescita della domanda esterna.  Il PIL cinese è cresciuto in media del 12% nel periodo  2005 – 2007, toccando il 13% nel 2007. Ma nel 2009, la quota del commercio globale sul PIL mondiale ha perso quasi sei punti, crollando al 26.7%: la contrazione maggiore registrata a partire dal secondo dopoguerra. Seguirà una lunga fase di contrazione della spesa da parte del consumatore americano, i modelli di crescita trainati dalle esportazioni, come quello cinese, hanno davanti a sé anni piuttosto duri. La crisi però ha svegliato Pechino. Il trend delle esportazioni cinesi è passato dal boom alla crisi: da una crescita annua del +26% nel luglio 2008, a un calo pari a -27% nel febbraio 2009.  Il governo è intervenuto immediatamente con un pacchetto di stimolo fiscale di 4000 miliardi di renmimbi. Ecco perché la Cina si rafforzerà dal punto di vista dell’economia interna perché altrimenti essa rischierebbe di aggravare squilibri già molto forti, come dimostra la percentuale degli investimenti in rapporto al PIL, che supera il 45%. Le recenti stime per quanto riguarda il tasso di risparmio delle famiglie, dal 27.5% nel 2000 è passato al 37.5% nel 2008 ma questo perché il sistema di sicurezza e previdenza sociale sono un po’ carenti e le famiglie per ragioni precauzionali spingono a risparmiare.  Ma il nuovo piano quinquennale si presupponga  dedicherà maggiori attenzioni a tre settori: quello della sicurezza e della previdenza sociale, quello volto ad aumentare il reddito degli abitanti delle campagne, quello delle carenze sul versante dell’offerta diretta al consumo interno cinese. I servizi costituiscono circa il 40% del PIL cinese, al di sotto della media del resto del mondo, ma migliorerà e accelererà nel medio termine, per dare vita a istituzioni di eccellenza formativa, creando i presupposti di una nuova potenza non solo commerciale ma anche culturale, di relazioni e maggiormente sostenibile. Il dominio degli Usa sembra vacillare, un nuovo attore globale sembra prendere il suo posto, per tanti questo è quasi un’utopia, per tanti altri essa è una certezza. Nessun economista è un mago ma analizza i numeri e osserva il mutamento degli stessi, che significa anche osservare il comportamento degli attori, e grazie a questi egli si  esprime sotto forma di ipotesi. Ad oggi i numeri a disposizione sono questi e ipotizzare un sistema globale prescindendo dalla Cina è improponibile. Piuttosto che lottare contro il presente evitando altresì il futuro bisognerebbe cogliere l’occasione di relazionarci con un nuovo attore che non parla la nostra lingua ma si esprime attraverso di essa, ha studiato le nostre teorie e ha acquistato il know – how con molta umiltà, adesso tanto più che insegnare loro a fare mercato a fare cultura, abbiamo il dovere di interloquire con loro senza timore rendendoci partecipi di un nuovo mutamento del commercio globale. Non tanto più frutto di scambi commerciali ma di relazioni culturali e non. 
Perché la Cina? Perché ha imparato tanto da noi, ora abbiamo da imparare noi, attraverso di lei.

 

di Antonio Simeone