Le tre Coree

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Creato Lunedì, 06 Dicembre 2010 11:53
Ultima modifica il Mercoledì, 07 Novembre 2012 20:58
Pubblicato Lunedì, 06 Dicembre 2010 11:53
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LONDRA - Una leggenda narra che, quasi cinquemila anni fa, un importante imperatore cinese inviò, in una terra non troppo lontana dall’allora capitale Xianyang, un gruppo di pari maschi e femmine, tutti vergini. Si dice che, di lì a poco, gli occupanti di quel territorio, isolati nel nulla, diedero vita all’arcipelago Giapponese. Un altro mito vuole che quegli stessi neoabitanti, una volta stabilitisi, cominciarono ad espandersi, dando vita a un’altra regione che si protendeva dalla Cina: la penisola Coreana. Fu li, in quella circostanza e con quelle precise dinamiche, che la Corea prese vita. Questa leggenda, perché di ciò si tratta, la dice lunga su quanto la Cina, sin dai tempi più remoti, considerasse importante la politica estera e su quanto reputasse inesistente –o quasi- qualsiasi potenza circostante il suo sempre più immenso territorio.

Non fu poi del tutto così nella Storia. La penisola Coreana, ponte strategico importantissimo tra la Cina e il Giappone, ebbe un rilievo sempre maggiore sin dalla metà del primo millennio. A tal punto da incutere più di qualche semplice timore alla Cina, in preda ad una prepotente crescita dall’anno 221 a.C. con l’unificazione da parte dei Qin di un territorio sempre più vasto. Tuttavia, l’espansione a macchia d’olio del Confucianesimo e del Buddismo giocarono un ruolo fondamentale, quasi troppo facile, nell’influenzare e smuovere la geopolitica interna della Corea. Ancora più importante, le minacce sempre più incombenti da parte dei territori limitrofi e delle tribù non Cinesi che assottigliavano il Nord della Cina come un filo radente, rendevano improcrastinabile la necessità di una ristrutturazione interna. Arrivò presto la centralizzazione dello Stato, il primo, in Corea; e, di lì a poco, sopraggiunsero anche le conseguenti tensioni interne alla penisola. Di fatto, ci si contendeva il primato di far divenire la Corea un paese meritocratico su base Confuciana Cinese.

La penisola Coreana, al tempo, era composta da tre regni – Koguryŏ (al Nord), Paekche (a Sud-Ovest) e Silla (a Sud Est)- le cui origini risalgono all’inizio del quarto secolo. Essendo congiunta alla Cina attraverso Koguryŏ, sul limes settentrionale della regione, i tre regni risentirono fortemente dell’innovazione ideologica, religiosa e poi  culturale proveniente dall’Impero Cinese.

Tutti e tre governati da elite di guerrieri, furono capaci, in qualche modo, di mantenere la loro unicità, preservando quegli elementi che li avrebbero reso forti nel difendersi, di lì a poco, dalle insidie Cinesi.

Nonostante i vari tentativi da parte della dinastia Tang di annettere l’intera regione Coreana perseguivano negli anni, l’intera penisola resisteva; non bastavano la Manciuria, a nord, e l’approdo via mare per sottometterla. Il Regno di Koguryŏ creò diversi problemi alla Cina, che, dapprima con alcuni missionari in avanscoperta e, successivamente, con veri e propri agguati, tentò, invano, di conquistare la parte settentrionale della regione per espandersi ed arrivare a comprendere l’intera penisola. Si guardi a quella che millequattrocento anni fa era la regione contesa e si capisca perché, ancora oggi, la Nord Corea, con capitale Pyongyang, riveste un ruolo critico nella politica estera – non solo Cinese.

Non a caso, la Corea nella sua accezione più larga ed eterogenea- si distingue ancora oggi, seppur in maniera meno evidente, per alcuni caratteri fondamentali dall’intera regione Est-Asiatica. Basti pensare al ceppo linguistico, quello uralo-altaico, appartenente alla penisola Coreana, diverso dal sino-tibetano Cinese; o ancora all’esito che il sistema tributario Cinese apportò in termini commerciali alla Corea; e a quant’altro quel genio di Edward Said espone e spiega, pur con qualche pecca e semplificazione di troppo, discernendo in maniera netta l’ ‘Occidente’ dalla visione di un ‘Oriente’ rappresentatoci come uniforme ed omogeneo, nel suo libro ‘Orientalism’ del 1978.

Di battaglie, tra il 640 e il 680 d.C., ne avvennero a bizzeffe. Le tensioni che si crearono all’interno della penisola furono il risultato di conflitti infiniti tesi a destabilizzare i tre regni: Silla, ad esempio, si ritrovò più spesso contesa tra Koguryŏ e Paekche. La Cina, approfittando della debole condizione domestica della penisola Coreana, riuscì finalmente a conquistare in buona parte il nord della regione; di fatto addomesticando Silla -con cui si era alleata-, che, non senza difficoltà, nel 676 d.C. riuscì nel suo gesto più eroico: unire la Corea in un’unica penisola coesa e solida. Solo più avanti, in quello che era il regno di Koguryŏ, si formò quello di Balhae.

Quanto avveniva in Cina più o meno nello stesso periodo -ovvero una maggiore attenzione rivolta sia ai Mongoli e agli Xiongnu, tribù stanziatesi nel Nord estremo della Cina, che a Sud-Est verso Taiwan- dava l’opportunità alla Corea di realizzare il primo vero Stato centrale.

Il vero compromesso in Corea, tuttavia, avvenne poco più tardi, quando, nel formare un governo centrale, si ottenne un ridimensionamento del potere aristocratico a favore della classe burocratica; una storia, in principio, non poi così diversa da quanto già avvenne in passato in Cina col passaggio dai Qin ai più ponderati Han. Sebbene il cambiamento riconsiderasse il rapporto tra la classe dirigente e la popolazione, esso era volto a far intendere che il sistema legalitario, seppur troppo rigido per appagare l’intera popolazione, era la soluzione da adottare. E così fu, secondo dinamiche diverse, per lunga parte della storia Cinese e Coreana.

Ben presto, infatti, in Cina, insieme all’evoluzione meritocratica raffigurata dallo ‘junzi’ -il vero gentiluomo, secondo Confucio- anche tutti i vantaggi del sistema tributario riuscirono a far fiorire le attività commerciali. La Corea, invece, non riuscì a raggiungere un livello di sviluppo pari a quello Cinese e rimase, per anni, checchè se ne dica, imperniata su un sistema gerarchico altamente anti meritocratico e fondato sull’agricoltura.

 

 

di Giulio Gambino (The Post Internazionale)